• Angela Iantosca

Volersi bene è un'arte

Siamo fragili come foglie. Tremanti e impauriti. Tanto da rinunciare spesso a noi stessi pur di non rimanere soli: per ‘amore’, per la necessità di essere amati, per il bisogno di rispondere a dei modelli che abbiamo costruito e nei quali vogliamo per forza entrare. Dimenticando chi siamo, quali sono i nostri talenti, la nostra reale natura che spesso ignoriamo fino alla fine dei nostri giorni. Provando un disagio, un senso di insofferenza che preferiamo trascurare, colpevolizzando e giudicando gli altri per ciò di cui siamo gli unici responsabili: la nostra infelicità. Allora forse è tempo di fermarsi. E cominciare a volersi bene davvero. Un atto rivoluzionario e faticoso, indubbiamente, che dovremmo compiere tutti per amore di quella persona di cui dovremmo avere più cura...

Ce lo spiega sin dal titolo lo psicologo e psicoterapeuta Alberto Simone, che il 19 giugno ha pubblicato per Tea “L'arte di volerti bene - Prendersi cura di se stessi e far bene al mondo”.



Volersi bene è un’arte?

“Dovrebbe essere scontato nel nostro primario interesse. Ma, guardando a noi stessi e a come abbiamo scelto di vivere, soprattutto negli ultimi decenni, non lo è. Sottoponiamo il nostro organismo ad altissimi livelli di stress fisico e soprattutto emozionale, facciamo scelte alimentari non favorevoli e viviamo seguendo stili di vita derivati da condizionamenti esterni che assumiamo in modo acritico. Sul piano mentale le cose non vanno meglio. L’OMS dichiara che oltre 350 milioni di persone nel mondo sono in cura farmacologica per depressione. Vivendo con incoscienza tutto questo abbiamo finito per creare qualche problemino anche all’ambiente da cui dipendiamo. Quindi direi che volerci bene è qualcosa che dobbiamo ancora imparare”.



Cosa ci ha insegnato questo lockdown? O cosa avrebbe potuto insegnare?

“Sicuramente l'umanità ha attraversato catastrofi peggiori sotto ogni punto di vista. La grande novità è rappresentata dalle dimensioni planetarie con cui il virus si è propagato. Ma anche la riposta di resilienza che come Paese abbiamo saputo dare per il contenimento del contagio. Detto questo, non si è ancora tenuto sufficientemente in conto l’aspetto psicologico ed emozionale che accompagna questa situazione, derivato non solo dall’esperienza della malattia in sé  ma anche dall'isolamento di massa, una condizione spaventosa e innaturale che da sola è in grado di abbattere le nostre naturali difese immunitarie e creare tutta una condizione ben conosciuta come il disturbo post traumatico da stress. Le misure di distanziamento e la ventilata possibilità di una seconda ondata di contagi stanno facendo il resto, causando oltre che una crisi economica che non ha precedenti, nuove paure e problemi di natura emozionale che ci porteremo dietro per molto tempo, anche a Virus auspicabilmente scomparso”.

Hanno più capacità di trasformare una difficoltà in occasione le donne o gli uomini?

“La maggiore resilienza e tolleranza di fronte alle difficoltà delle donne è ben nota. Hanno uno spirito più pratico e cooperativo degli uomini, più portati invece alla competizione e all’individualismo. Di fronte ai problemi le donne sono sicuramente più prudenti e più riflessive. Ricercano la condivisione. Gli uomini tendono spesso a richiudersi in se stessi o ad assumere atteggiamenti eroici o vittimistici.  Poi come sempre non possiamo generalizzare, esiste un principio femminile in ogni uomo e uno maschile in ogni donna”.

A cosa è dovuto il diverso approccio?

“Probabilmente risiede in condizioni genetiche, antropologiche e ancestrali. L’educazione e la cultura fanno il resto”.

Nel mondo fisico si vedono in concreto le difficoltà del nostro ecosistema interiore: quali difficoltà interiori evidenzia tutto ciò che sta accadendo?

“Certamente abbiamo una scarsa conoscenza e frequentazione del nostro modo emozionale e della relazione che la componente psicologica vive con il nostro organismo. Le due cose si influenzano reciprocamente e insieme interagiscono con l’ambiente circostante. A volte in modo materiale, per esempio con le manipolazioni che mettiamo in atto per piegare la natura alle nostre necessità. Ma sicuramente esiste anche un’interazione più sottile e immateriale, determinata dalle frequenze energetiche che emettiamo costantemente e quelle che riceviamo dall’ambiente”.

Come prendersi cura di sé?

“Cercando prima di tutto di essere più tolleranti e gentili verso noi stessi. Abbiamo aspettative e ideali di perfezioni spesso irraggiungibili da cui facciamo dipendere la nostra idea di felicità. Possiamo invece ascoltarci di più, osservare i pensieri automatici che si ripetono sempre uguali nella nostra mente ogni giorno, ascoltare il nostro corpo quando è sovraccarico e ci chiede di fermarci. Poi ci sono una grande quantità di risorse interiori che possiamo riconoscere e riattivare e, come dico nel libro, tante buone pratiche molto facili da mettere in atto se le si conosce”.

Ci sono delle strategie che si possono mettere in atto?

“Evitare il più possibile conflitti e condizioni stressanti e concedendo a noi stessi delle pause. Alimentarci meglio, dormire di più, fare una moderata attività fisica, mantenendo e ricercando, ogni volta che è possibile, un rapporto con la natura. Coltivando qualità come tolleranza, gentilezza, compassione”.

Cosa ci può aiutare in questo cammino? La scelta di una vita fuori dalla città? Darsi degli orari di lavoro definiti? Regalarsi spazio e tempo senza cellulari?

“Non possiamo ricorrere a ricette che vadano bene per tutti. Il bello degli esseri umani sta nella loro unicità e ciascuno nel fondo del suo cuore sa quello che dovrebbe fare per volersi più bene”.

Lei è psicoterapeuta: negli anni ha visto da parte delle persone un maggior desiderio di trovarsi veramente?

“In questi ultimi decenni molte certezze che ci hanno accompagnato per tutta la seconda metà del secolo scorso sono venute a mancare. È aumentato un senso di disorientamento, l’idea di futuro si è fatta sempre più breve e questo disagio ha aumentato la necessità di mettere in discussione antiche certezze, non ancora sostituite da nuove e stabili prospettive. Questo disagio ha certamente favorito la necessità di uno sguardo verso il proprio mondo interiore e il bisogno di costruire il proprio progetto di vita sulla base di valori più stabili e duraturi. Siamo tutti in viaggio verso una terra promessa che ancora non vediamo. L’unica certezza è che possiamo decidere di volerci bene anche durante il viaggio e possiamo insegnare a farlo alle nuove generazioni che hanno ereditato senza alcuna responsabilità un bel carico di problemi da risolvere”.

©2018 by ask4angela

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