• Angela Iantosca

Viola caduta nella RETE

Era il tempo della scoperta di sé. Del passaggio dalla dipendenza dalla famiglia all’autonomia che si fa strada come sogno possibile. Era il momento prima dell’adolescenza. Era la scoperta dell’altro sesso e di se stessi come corpo che può sentire le emozioni. Erano gli Anni Ottanta ed era il tempo delle mie scuole Medie. Se chiudo gli occhi mi trovo lì, in classe con i miei compagni (che sono ancora nella mia vita), alla ricerca del mio posto, di una visibilità che non mi rendesse così visibile, della condivisione di spazi, di una piccola attenzione da parte del mio amore segreto…

Ora qualcosa è cambiato (forse). E quando osservo i ‘bambini’ (così sono per me, ma guai a chiamarli in questo modo) delle Medie vedo occhi maturi, sguardi che sanno più di ciò che dichiarano. Ma anche occhi ancora infantili, che hanno a che fare con l’infanzia. E nonostante tutto, nonostante qualcuno dichiari di bere la Redbull prima di entrare a scuola o l’alcol il sabato sera, nonostante già conoscano cosa sono le sostanze stupefacenti, nonostante quella rabbia che troppo spesso respirano a casa, nonostante ammicchino già all'adolescenza, si vede la nebulosa nella quale camminano, le domande che vorrebbero fare, le domande che ancora non hanno il coraggio di porsi, il desiderio di spezzare il legame stretto con la famiglia e la mancanza della forza per farlo… Ho pensato a tutto questo mentre leggevo “Viola nella rete”, di Elisabetta Belotti (Einaudi Ragazzi, collana Einaudi Ragazzi di Oggi – maggio 2020), mentre entravo nelle vite di Leo il ripetente, di Chiara ‘quella del primo banco’, Federico lo strafico e Viola, una ragazza vestita di nero con le punte dei capelli sempre colorate, che ama leggere. Quattro vite le loro che si intrecciano tra i banchi di scuola, finché una sparisce: sui social circola una fotografia imbarazzante di Viola e un suo profilo nuovo con insulti verso i compagni… 



Come nasce l’idea del libro?

“L’idea del libro nasce dalla mia esperienza come insegnante nella scuola media, e dai numerosi casi di cronaca relativi a bullismo e cyberbullismo, che a volte hanno avuto anche esiti gravi. Nel libro non accadono episodi con un finale tragico, perché volevo mettere in luce la possibilità di superare le dinamiche messe in atto dai cyberbulli”.

Il fatto di essere mamma l'ha spinta ad occuparsi del tema?

“Sì, sicuramente essere genitore di una preadolescente, oltre che insegnante, mi ha dato una spinta in più ad affrontare un tema che comunque mi sta a cuore da anni, e su cui mi sono formata anche con corsi specifici”.


Quanto può essere pericolosa la rete?

“La rete può essere molto pericolosa; la novità e la gravità del cyberbullismo rispetto al bullismo classico sta proprio nel fatto che gli effetti possono essere molto più dirompenti. Il bullo può nascondere la propria identità, può perseguitare la sua vittima senza limiti di spazio né di tempo. E le persone che possono vedere le azioni di bullismo non sono limitate ai compagni di scuola, o agli amici della comitiva, ma il pubblico è potenzialmente infinito: tutti coloro che navigano in rete. Anche un episodio di bullismo, se filmato e condiviso, sarà visto da molte più persone”.

Come può un genitore monitorarne l'uso?

“Credo molto nel dialogo e nella fiducia tra genitori e figli, ma è innegabile che l’adolescenza sia un periodo difficile e di forti cambiamenti. Perciò credo che sia meglio innanzi tutto dare dei limiti di età: personalmente credo che regalare un cellulare con cui si è liberi di navigare a 9-10-11 anni sia troppo presto. Dai 12-13 anni direi sì ai cellulari o tablet, con modalità di controllo, sia nella creazione degli account, e dei profili social, sia nella navigazione. Avere le password di ogni account-profilo-accesso dei figli credo sia indispensabile, quando sono ancora minorenni”.

Il lockdown, l'uso di cellulari e computer anche per studiare nell'orario scolastico pensa che abbia peggiorato la situazione? O forse è accaduto il contrario?

“Sinceramente non ho ancora maturato una posizione chiara su questo. Mi limito a sottolineare l’atteggiamento contraddittorio, ma dovuto alla particolare situazione che abbiamo vissuto, che noi adulti abbiamo dovuto assumere. Siamo passati da frasi come “Staccati da quel cellulare” “ Esci un po’ con gli amici, non stare sempre al computer”, a spingerli a collegarsi a Internet per le lezioni online, per vedere i voti sul registro, per videochiamare i compagni e magari chiedere delucidazioni sui compiti… Non credo però, onestamente, che avremmo potuto agire in modo diverso. Ora che le scuole sono finite, credo che i ragazzi abbiano bisogno di riappropriarsi dei loro spazi anche fuori di casa”.

Come sono cambiati i ragazzi negli anni?

“Quando ho iniziato a insegnare alle scuole medie, pochi ragazzi avevano il cellulare. Ora tutti praticamente entrano in rete attorno ai dieci anni, se non prima. Nella dimensione in cui vivo io, di un piccolo comune, tutti i miei alunni fortunatamente vivono molto anche “fuori” dalla rete: scuola con tempo prolungato, oratorio, sport praticato a livello individuale o di squadre locali. Se posso sottolineare una differenza importante, vedo i ragazzini di oggi più agili nell’uso delle nuove tecnologie (sono veri nativi digitali), ma spesso, con le dovute eccezioni, poco capaci di un’attenzione prolungata o di uno sforzo costante. Veloci e scaltri, intuitivi, spesso brillanti, ma meno capaci di leggere testi lunghi, di approfondire un argomento che appare “noioso””.

Ci sono ancora differenza tra maschi e femmine?

“Sì, da quel punto di vista secondo me ci sono ancora tutte le differenze di prima. Le ragazze, nell’età degli alunni che seguo, maturano prima, sono più capaci di argomentare e di esprimere le proprie ragioni, prediligono i piccoli gruppi di amiche o l’amica del cuore. I maschi maturano un pochino più tardi, vivono meglio la dimensione del gruppo di amici e hanno la tendenza a studiare un po’ meno, anche quelli che poi alle superiori si impegneranno”.

Cosa accadrà a settembre?

“Bella domanda… Non si sa ancora molto. Il Ministero non ha dato per ora indicazioni chiarissime. Le scuole, insieme con i Comuni, dovranno gestire gli spazi per il distanziamento, non so ancora come si potrà risolvere la questione della mensa nelle scuole che offrono questo servizio. Si è parlato di doppi turni, di classi ridotte, ma per ora non c’è ancora nulla di chiaro, speriamo nelle prossime settimane si possa definire meglio la situazione”.

Da insegnante cosa nota che manca nelle famiglie oggi?

“Da insegnante è facilissimo vedere le situazioni familiari degli altri e puntare il dito, la realtà però è sempre più sfumata di come appare. Non mi piace dare giudizi tranchant sulle famiglie dei miei alunni, cerco sempre un rapporto di collaborazione. Potrei dire che forse a volte manca un po’ di polso fermo, che alcuni genitori potrebbero dare regole più rigide, ma in realtà ogni famiglia è una storia a sé. Certo, una famiglia serena alle spalle è fondamentale per un ragazzino o una ragazzina in crescita; a volte capiamo che invece le situazioni sono molto complesse e quindi cerchiamo di intervenire, con le dovute cautele”.

I genitori sono forse i primi a cadere nella rete?

“I genitori a volte sono dipendenti dalla rete quanto e più dei figli. Una cosa che mi preme sempre molto, e che cerco di far capire ai miei alunni, è l’attenzione che si deve porre alla questione delle fotografie. Ogni immagine che noi postiamo in rete, automaticamente non è più solo nostra: anche se noi la rimuoviamo, può circolare comunque, anche se noi poi ci pentiremo di averla pubblicata. Mi chiedo però a volte se il mio messaggio di fare attenzione alla propria web reputation non venga smontato dal genitore, mamma o papà, che pubblica selfie con frequenza imbarazzante, o troppe informazioni personali sui suoi canali social. Foto di bambini piccoli, foto della propria casa o del proprio giardino, della seconda casa al mare o in montagna… un adulto dovrebbe sapere come tutelare la propria famiglia, senza farsi prendere dalla voglia di condividere per “mostrare”.

Cosa cercano nella rete i ragazzi?

“I ragazzini nella rete cercano molte cose: contatti e socialità attraverso i social, musica, serie televisive, giochi… tutte cose che appaiono sempre più interessanti della scuola sicuramente. È vero però che spesso gli amici sui vari social sono amici anche della vita “fuori”, e che a volte la rete viene utilizzata per motivi didattici, per ricerche o approfondimenti”.

Come farli tornare alla ‘normalità’?

“In realtà ormai ho capito che per queste generazioni non esiste, come per noi adulti, una differenza netta tra mondo della rete e modo reale. La rete è parte del loro mondo, è vissuta quotidianamente e senza le nostre sovrastrutture tra virtuale e reale. In un certo senso, è un concetto non per forza negativo: quando spiego le dinamiche o i pericoli del cyberbulllismo, insisto molto sul fatto che un’offesa su un social non è meno grave perché fatta in rete, anzi, ha la stessa gravità di un attacco fatto viso a viso. Perché la motivazione è la stessa, far del male alla vittima, non è “uno scherzo” perché fatta attraverso la rete”.

Come sono stati questi mesi di insegnamento a distanza? Cosa è mancato a lei e ai ragazzi?

“Questi mesi dominati dalla Dad, cioè dalla didattica a distanza, sono stati duri sia per i ragazzi che per noi. Noi insegnanti abbiamo dovuto imparare ad usare nuovi strumenti e a rinnovare il modo di far lezione in tempi brevi, anzi brevissimi, praticamente pochi giorni; i ragazzi hanno dovuto rinunciare alla parte più bella della scuola, cioè condividere le ore di scuola con i compagni. A me sono mancate le ore in classe, i piccoli avvenimenti di ogni giorno, la gita, l’ultimo giorno, il saluto finale delle classi terze, i giorni dell’esame, che sono comunque un rito di passaggio per i miei alunni. Perciò spero davvero che a settembre si possa riprendere, con le dovute cautele, a fare lezione a scuola”.


©2018 by ask4angela

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