• Angela Iantosca

Spero che ci attenda un Rinascimento

Garbo e gentilezza. Questo è per me Piergiorgio Pulixi: conosciuto a Viterbo, all’Ombre Festival, durante il quale abbiamo calcato lo stesso palco, con lui nel tempo ho avuto il piacere di condividere emozioni ed esperienze parlando di donne, violenza subita e agita, di scrittura, della disciplina di chi vuole far accedere gli altri alla fantasia più sfrenata o alla realtà più cruda, di quei turbamenti irrisolti che a volte sono la radice delle parole intrise di verità e sangue. Molto più ormai che una promessa del noir italiano, allievo di Massimo Carlotto, autore di innumerevoli testi, nel 2018 ha pubblicato il suo primo libro per Rizzoli, “Lo stupore della notte”, a cui è seguito “L’isola delle anime”.


Come stai vivendo questo momento?

«Mi ancoro al lavoro, alla lettura. Ma soprattutto alla scrittura, il mio porto sicuro. Sembrerà una contraddizione, però tutto questo tempo per poter leggere – e per fare altro – lo vivo con una sorta di senso di colpa. Non me lo sono meritato. E tantomeno l’ho scelto. Questo, sommato al senso di prigionia, crea una miscela abbastanza estraniante. La scrittura in qualche modo mi permette un’astrazione maggiore: sono dentro la mia storia, quindi in qualche modo al sicuro, in un mondo con logiche e regole diverse a cui sottostare. Ogni volta però che ritorno alla quotidianità e alla drammaticità della situazione, vengo investito da questa sensazione di impotenza e di colpa, perché magari mentre noi leggiamo o “evadiamo” guardando un film o una serie tv, il personale medico continua a operare in maniera strenua e indefessa, e i pazienti a morire. Come si può essere indifferenti a tutto questo? Sto cercando di convivere con il senso di colpa e impotenza, nei momenti liberi dal lavoro»


Ti trovi a Milano o nella tua Sardegna?

«Mi trovo a Milano, città che storicamente in passato ha vissuto esperienze simili, e che si è sempre rialzata, e che si rialzerà. L’essere così lontano da casa, significa non poter vedere i miei cari, la mia famiglia, e questo è ovviamente triste, ma è necessario in questo momento. Tutti noi quando usciremo da questa notte saremo persone diverse. Il rapporto stesso con le nostre radici e i nostri luoghi di appartenenza cambierà. Non riesco a perdere l’ottimismo, e vedo in questa tragedia un’occasione irripetibile per ricominciare e concepire il mondo e il nostro modo di vivere questa terra in maniera diversa. Con più rispetto, più equità, e maggiore consapevolezza del potere salvifico della scienza e delle competenze nella nostra società».

Cosa stai scrivendo?

«Sto scrivendo una sorta di seguito del romanzo “L’isola delle anime”, ambientato tra la Sardegna e Milano. Devo dire che l’ho modificato in corso d’opera, perché in virtù di questa situazione ho deciso di dare al romanzo un’impronta molto legata all’intrattenimento - parola originariamente nobile e forse svilita col tempo in ambito letterario – inteso come via di fuga dalla quotidianità, astrazione, divertimento e passatempo. Un intrattenimento il più possibile di qualità, ovviamente, ma proprio in questi giorni ho compresso appieno - forse per la prima volta - quanto può essere importante per una persona abbandonarsi al potere liberatorio delle storie. Così ho puntato sull’immediatezza, sulla velocità e scorrevolezza, sul mistero e sull’impronta umana dei personaggi, e perché no?, sull’ironia».


Quanto è importante il silenzio e il tempo per chi scrive?

«Per me è basilare. Sono due elementi primari. Il silenzio ti permette di entrare in contatto con la dimensione più intima della storia e dei personaggi, perlomeno così accade per me. Il tempo è essenziale perché in realtà un romanzo è come se fosse una relazione amicale o sentimentale con qualcuno: necessiti di tempo per conoscere a fondo questa persona, e non in una maniera meramente superficiale; il tempo disvela i personaggi, li mette a nudo. È un banco di prova, il tempo. Dopo qualche mese il personaggio ti sorprende e si rivela per qualcuno che non avresti mai immaginato in quel modo; in realtà non è mai cambiato, si è semplicemente rivelato al tuo sguardo, che di pari passo si fa più acuto e smaliziato. Sviluppi un talento quasi rabdomantico nel percepire anche il minimo sussulto che si anima nel mondo interiore del personaggio. In questa operazione, silenzio e tempo sono due ingredienti fondamentali».

Come sono le giornate di uno scrittore?

«Noiose e poco romantiche, mi dispiace ammetterlo. La musica rende il tutto più sopportabile. Abitare così a lungo una storia significa anche vivere in maniera ridotta la propria, di vita, quella reale. A volte trovo delle resistenze nelle persone a cui cerco di spiegarlo, ma ci vuole molta disciplina per fare questo mestiere con serietà. È una professione – se lo si fa in una certa maniera e si scrive con lo scopo di provare a vivere dei propri scritti – e questo presuppone orari inderogabili, studio, dedizione, formazione continua, verifica dello stato della propria arte, e così via. Certo, abbiamo a che fare con dei processi artistici, ma questi processi vanno governati il più possibile se vuoi trovare la continuità che ti permette di vivere di questo. Così la routine diventa imprescindibile. Attraverso la routine plasmi l’abitudine alla scrittura, condizione essenziale per andare avanti».



Quanta disciplina ci vuole?

«Il 99% è disciplina. È quasi totalmente un’attitudine mentale. Scrivere è un’attività innaturale. Qualsiasi medico o scienziato ti dirà che siamo macchine animali nate per muoverci, correre, cacciare. L’evoluzione addomesticata ci ha portato a stare seduti per molte ore davanti a un pc, e questo rappresenta un atto innaturale per il nostro genoma e per la parte limbica del nostro cervello. Quindi, tornando a noi, scrivere significa domare l’istinto del movimento e trovare il proprio baricentro non nel mondo esteriore, ma in quello interiore. Farlo, è tutto un gioco mentale».

Il lavoro dello scrittore è solitario: come si vive in equilibrio nella solitudine?

«Penso che ci siano parecchie differenze tra scrittore e scrittore, e tra chi scrive per hobby e chi per professione. Un professionista gestisce tutti gli aspetti del proprio lavoro in maniera scientifica, perché ogni giorno deve riprodurre le condizioni tali che gli permettono di scrivere e ottenere dei risultati, perché da ciò dipende la sua sussistenza. Quindi la solitudine diventa in un modo o nell’altro una compagna di vita. Quasi tutti gli scrittori che conosco, quelli veramente bravi e che vanno sempre a fondo di se stessi e delle storie, nell’intimo sono persone sole. Selvatiche. Nel senso che hanno talmente introiettato questa dimensione solitaria, che hanno poi difficoltà a svestirsi di questo vestito mentale. A me aiuta molto fare dei tour di presentazioni in cui ho un contatto molto stretto con il pubblico. In qualche modo attraverso i lettori mi riconcilio con uno stile di vita più normale. Quando poi il tour finisce, però, ritorno a questa sorta di clausura autoimposta, e il ciclo si ripete».

Secondo te ci cambierà questo momento? Ci aiuterà a far comprendere cosa conta davvero?

«Lo spero di cuore. La globalizzazione è stata un profondo errore, per quanto mi riguarda. Forse era un’utopia. Si è preferito puntare sull’aspetto commerciale ed economico della globalizzazione, trascurando del tutto l’aspetto umano della faccenda, che invece andava preservato. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: inquinamento, povertà, disillusione, aspre differenze sociali… Auspico che ci attenda un Rinascimento. E spero con tutto il cuore che parta da un contatto più intimo e rispettoso con la Natura, e che si regga sul valore della solidarietà e dell’uguaglianza tra le persone. Non so se ve ne siete accorti, ma in questi giorni di prigionia il valore stesso dei soldi, del denaro, è cambiato. Potrei avere anche dieci milioni di euro nel mio conto, in questo momento, ma - sinceramente - cosa me ne farei? Cosa potrei comprare oltre quello che già ho? La libertà e la salute, così come gli affetti primari, non hanno prezzo. Vorrei una restaurazione della geometria sociale a opera di filosofi, storici e poeti, non di certo da parte di economisti e banchieri. Non ho mai creduto nelle relazioni economiche tra persone e tra paesi. Da oggi, ci credo ancora meno».

L'immaginazione riesce a compensare i divieti imposti in questi giorni?

«Ci puoi giurare. L’immaginazione è un muscolo che dovremmo allenare di più. Questa è un’ottima occasione per farlo».


Cosa ti manca di più?

«Il contatto con la Natura. La spensieratezza. La particolarità della mia città di non farsi mattina, ma semplicemente di essere inondata di luce. Lo sguardo luminoso di mia madre, le mani operose di mio padre e lo spirito indomito di mio fratello».


Cosa stai leggendo?

«Per lavoro “La fiamma del buio” di Michael Connelly, uno dei miei punti di riferimento nel crime. A livello personale, “Bel ami” di Maupassant, perché come mi ha detto recentemente il caro amico Antonio Manzini “ogni tanto lo rileggo per capire che non so proprio scrivere”. Per me è lo stesso. A ogni pagina Maupassant prende a schiaffi le nostre velleità autoriali. Leggere questi mostri sacri significa fare dei lunghi bagni di umiltà e prendere consapevolezza dei propri limiti. In un mestiere che gioca molto con l’ego, come il nostro, è importante rimanere con i piedi ben piantati per terra».

Che consigli di lettura dai?

«Forse consiglierei “Siddharta”, di Hesse. Molti lo considerano un romanzo quasi di formazione. Probabilmente lo è. Di sicuro è un libro che ha cambiato il mio modo d’essere. È una di quelle storie che “resetta”, direbbero i giovani oggi, il nostro orizzonte valoriale. È un libro adatto a leggere questi tempi e utile a discernere le cose essenziali delle nostre vite… Buone letture e abbiate cura di voi».

©2018 by ask4angela

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