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  • Angela Iantosca

Siamo salvati, non ci salviamo da soli

Siamo fragili e impauriti di fronte alla presa di coscienza del nostro essere caduchi, mortali e vulnerabili. Nonostante la tecnologia, nonostante quel Nord del mondo nel quale siamo venuti al mondo. Nonostante quella ‘superiorità’ presunta che – conforto sottile - fa da sottofondo ai nostri pensieri e che sembra dirci che sì la inganneremo la morte un giorno… Eppure basta un soffio, uno smottamento per ricordarcelo: siamo polvere. Ce lo stanno mostrando anche questi giorni complessi in cui viviamo come isole nei nostri castelli di carta. Giorni che possono essere occasione di crescita interiore, di messa in discussione del proprio sistema di vita, delle priorità, di ciò che conta davvero.

Come ci spiega Francesco Occhetta, Padre gesuita dal 1996, giornalista e membro del collegio degli scrittori de La Civiltà Cattolica.

In che modo ci cambierà questo virus?

“È difficile dirlo. Ci sta però facendo prendere coscienza di aspetti che la tecnica e lo sviluppo avevano anestetizzato a livello sociale: la fragilità, la paura e la caducità. Cambierà dunque la prospettiva sulla vita e il suo senso profondo”.

Cosa ci sta insegnando?

“Questo tempo ci insegna che non bastiamo a noi stessi, siamo salvati, non ci salviamo da soli. Non è facile però. È la stessa fatica che si vive nel passaggio tra l’amare e il farsi amare. A livello sociale quest’esperienza si chiama solidarietà. Le faccio un esempio. Se nel 1978 Tina Anselmi e la cultura politica di allora non avessero scelto un sistema sanitario nazionale che curava anche i poveri oggi avremmo dovuto pagare un tampone circa 3 mila dollari come in America”.

Il paradosso della rete: l'abbiamo “scelta” in passato per raggiungere sempre chiunque, nell'inganno di una iperconnessione che in realtà divide. Oggi questa rete che ci ha ammalato ci aiuta ad essere 'comunità', rimanendo in contatto con il mondo. Ma è davvero così?

“La Rete è un mezzo, dipende dalle intenzioni di chi la utilizza, va saputa utilizzare, è piena di trappole ma anche di opportunità di crescita e di sviluppo della conoscenza. Pensi però se non ci fosse come oggi saremmo tutti più poveri di relazione. Ciò che occorre fare è scegliere le fonti da consultare e le relazioni di fiducia con cui crescere, la Rete infatti prolunga solo le nostre relazioni personali, non ne regala di nuove”.

Cosa possiamo imparare di noi stessi in questo momento?

“Forse il valore del silenzio, il dialogo interiore, una velocità più sostenibile, la cura delle relazioni, la gestione della stanchezza psicologica e essere attenti e responsabili sugli altri. La mia libertà politica non è 'da', ma è sempre 'per' qualcosa e qualcuno”.

Il silenzio e il tempo: due beni preziosi che ora più che mai potremmo rivalutare... ne saremo capaci?

“Il silenzio è un’esperienza, il tempo è una dimensione. Noi gesuiti viviamo nella vita due volte un’esperienza di preghiera in cui rimaniamo in silenzio poco più di un mese. Quando non si riempie il silenzio di rumore e lo si abita, allora diventa parola relazionata con Dio. Il tempo invece è un dono da non sprecare, va pensato come molti semi che abbiamo nelle nostre mani e che possono dare molto frutto”.

Non pensa che si stia parlando troppo, che ci siano troppe iniziative, troppi flashmob, troppe notizie, troppe immagini? Serve tutto questo?

“Dipende. Ciò che importa è l’esercizio di saper discernere cosa fa bene e mi dona vita: è questo il criterio. Tutto ciò che fa paura o divide, non va seguito”.

Cosa manca all'Europa? E cosa questo virus e la sua gestione hanno dimostrato ancora di più che sarebbe necessario?

“L’Europa va ripensata come spazio politico e non solo economico, temi come quelli del cibo, la salute, la privacy, il rapporto uomo-macchina non li possono gestire le Nazioni. La gestione di questi giorni sta facendo esplodere gli egoismi invece di scommettere sulla solidarietà. Ma un equilibrio lo si troverà”.

In che tempo viviamo?

“In quello che ci viene donato. È l’unico possibile. Lo scriveva agli americani Abraham Lincoln: “Alla fine, ciò che conta non sono gli anni della tua vita, ma la vita che metti in quegli anni”.

La distanza di sicurezza nelle Chiese e poi la sospensione delle celebrazioni in qualcuno avrà creato un senso di spaesamento. Non crede che anche questa può essere una occasione per comprendere quanto sia importante 'essere Chiesa' anche fuori dai luoghi fisici e prima di tutto dentro di noi, nelle nostre case, in famiglia?

“Per un credente colpisce non poter partecipare all’Eucaristia, fonte e culmine della vita cristiana. Ma prevenire e adeguarsi alle disposizioni governative non significa che la vita spirituale non possa essere coltivata in altre forme, come per esempio la lettura della Scrittura, la meditazione profonda, alcune biografie di grandi personaggi che hanno cambiato la storia attraverso la preghiera e la propria vita spesa per i bisognosi”.

Cosa sta leggendo in questo momento?

“Sto rileggendo il mio ultimo volume per vedere se ci sono refusi, si tratta de “Le politiche del popolo. Volti competenze e metodo” in cui si trova una prima parte che prosegue il mio volume “Ricostruiamo la politica. Orientarsi nel tempo dei populismi” mentre nella seconda parte raccolgo 19 contributi di esperti che riflettono sulla città sostenibile e l’Europa come comunità. La prefazione è del Presidente del Parlamento europeo, David Sassoli. Per le altre letture… vivo in una casa che ha quasi 600.000 libri, ho solo l’imbarazzo della scelta”.

Che consiglio di lettura vuole dare?

“Di rileggere il libro più bello al mondo, la Bibbia che ci dice non cosa è il cielo, ma come andarci”.



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