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  • Angela Iantosca

Se questo è un UOMO

Updated: Oct 8, 2018

Che cosa è la dignità? Gli occhi che si fanno lucidi e profondi, il pensiero che si allontana e ripensa a ciò che è stato e al presente. Al luogo da cui è fuggito. Che cosa è la dignità? Jacob mi guarda, sorride: “Sono i diritti… vedere riconosciuti i propri diritti. Sapere di avere dei diritti. Io non lo sapevo. Ora lo so”.



Piana di Gioia Tauro, sede della Cgil. E' il 2 ottobre e oggi trascorro una giornata con Jacob e Celeste Logiacco, la sindacalista di strada (ora Segretario generale della Cgil della Piana).

Con loro vado nelle baraccopoli, nella tendopoli e nel campo in cui si trovano i container, quelli che sono lì da dopo la rivolta del 2010, quella che ha portato all'attenzione di tutti il problema dello sfruttamento dei lavoratori nella Piana. Quella in cui viveva anche Jacob, quando arrivò a Rosarno la prima volta, qualche anno fa.


Ci vado il giorno in cui Riace è scossa da una notizia inaspettata: l'arresto del suo Sindaco.

Ci vado proprio per vedere la differenza tra qui, tra questo luogo in cui i diritti sono dimenticati, e un modello, quello di Riace, appunto, che ha fatto scuola ed è stato raccontato da tutti, anche all'estero.


Nel campo fatto di container incontro molti ragazzi, giovani e meno giovani, alla fine della giornata di lavoro, qualcuno arriva in bicicletta. Un ragazzo è appena tornato dal Belgio. Cerca lavoro ma fa fatica a trovarlo, nonostante abbia tutti i documenti regolari. Cerca una casa, ma nessuno gliela affitta. E' stanco. Sorride mentre ci dice che ha la testa piena di pensieri. Sono anni che va avanti questa storia, sono anni che incontra diffidenza. Vuole andare via. Per sempre. Prende una bici e va a fare un giro: ha bisogno di scaricare queste emozioni. Altri si avvicinano a Jacob e Celeste e chiedono informazioni: mostrano documenti, chiedono quando possono parlare loro, come comportarsi.

Capita spesso che abbiano contratti regolari (questa è la nuova frontiera del caporalato), ma che i “capi” poi non versino i contributi corrispondenti alle giornate lavorate. “Allo sportello nella sede della Cgil di Gioia Tauro dobbiamo fare i conti con contratti che regolamentano il lavoro nei campi solo apparentemente”, mi spiega un impiegato.

Se gli va bene ricevono 25 euro al giorno. Oppure vengono pagati a cottimo: 1 euro per ogni cassetta di mandarini, 0,50 centesimi per ogni cassetta di arance. Prezzi bassissimi ai quali vengono sottratti, di solito, altri 2 o 3 euro: “I caporali chiedono questo “pizzo” ulteriore perché li vanno a prendere con un pullmino per portarli nei campi e gli danno un panino e l'acqua, sempre che sia dato loro il tempo di mangiare… Una tassa questa che si potrebbe evitare se fossero garantiti servizi di trasporto pubblico e venisse messa una fermata del pullman vicino ai campi in cui loro vivono…”.



In fondo all'area dei container, c'è un campo coltivato ad angurie, arachidi, cacao. Ci sono anche delle galline. Tutto merito di Jacob che, ogni tanto, va lì a sistemare e a dare una mano per mantenere questa piccola isola verde che sembra decorare questo spazio sormontato da una collina.

Cani randagi gironzolano tra i container fatiscenti, appoggiati sulla sabbia: “Ormai sono vecchi. Entra acqua dal soffitto e chi ci abita si arrangia mettendo secchi per evitare di bagnare il pavimento. I bagni sono quasi impraticabili e d'inverno fa freddissimo”, mi spiega Jacob. Delle bombole a gas all'interno delle 'case' sono collegate ai fornelli vecchi delle cucine open space: la vita si concentra tutta in quei pochi metri quadrati fatto da due stanze e un bagno. Eppure questo è considerato un albergo a cinque stelle se confrontato alla baraccopoli di San Ferdinando.


“Qui siamo già a circa 800 persone, per ora, ma credo che arriveremo ai numeri dell'anno scorso. Anzi credo li supereremo. Temo che conteremo più di 2000 persone stipate qui. Molti di loro hanno il permesso di soggiorno, ma non c'è posto nella tendopoli del Ministero che di persone ne ospita circa 600. E quindi stanno qua. Molti lavorano nei campi. Il dato preoccupante è che per ora siamo ad un'ottantina di donne, più degli altri anni. Loro per lo più sono costrette a prostituirsi. Ci sono anche dei bambini: alcuni sono con i genitori”, mi spiega Celeste.


Le “abitazioni” sono fatte di legno, lamiera e tende, ma anche plastica. Sono strutture rimediate, provvisorie, fatiscenti. Ci sono bagni che non possono essere definiti servizi igienici e fosse che a volte vengono ricavate per poter espletare i propri bisogni. I canaloni sono pieni di spazzature e bottiglie. Il campo ha al suo interno anche un parrucchiere, dei negozietti, un angolo in cui si riparano biciclette. “Fino a qualche tempo fa c'erano anche delle macellerie, poi le hanno chiuse proprio per l'assenza totale di norme igieniche”. Ma in realtà, quando possono, continuano a macellare qualche animale. Diversamente non si può fare...


Giriamo tra le baracche. Molti vengono incontro a Jacob: parlano la loro lingua – sono quasi tutti africani – o parlano francese e inglese. Portano fogli, fotocopie di carte d'identità. Un uomo in là con gli anni mi si avvicina e mi fa capire in francese che ha mal di schiena e freddo. Mi mostra anche un certificato medico che gli dà ragione. Vorrebbe dormire nella tendopoli. Ma lì non c'è più posto. Deve avere pazienza. Per un tempo che nessuno può definire. Un ragazzo si lamenta di una multa che ha ricevuto, un altro del negozietto che ha dovuto chiudere, sempre dentro il campo. Accanto qualcuno vende abiti, valige, qualche sedia, qualche pentola. Oggetti ricavati. Un modo per guadagnare qualche spiccio. Alcune donne rientrano dalla giornata di lavoro all'esterno: sono state in strada tutto il giorno. Sono schive. Della musica proviene da una tenda, sostenuta da un generatore che fa più rumore della musica stessa. Qualcuno compra una bibita, del sugo, della pasta. La testa di una capra mi guarda da un bancone, mentre cala la sera sulla baraccopoli. Non ci sono luci. I corpi degli abitanti di questo villaggio si confondono nel nero della notte.


Mentre in un angolo, in molti si preparano ad entrare in una baracca che si è fatta moschea per pregare…

Li lasciamo in quel buio, con quelle preghiere.


Chissà se le sentirà le loro preghiere il loro Dio? E il nostro? E noi?

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