• Angela Iantosca

La Rivoluzione di una Scuola Virale

Giochi on line, partite con gli amici fatte stando nelle proprie case. Comunicazione di massa realizzata sui vari gruppi Whatsapp, condivisioni di status e di foto sui social con le quali ammiccare o apparire per come si vorrebbe essere più per ciò che si è. Stavamo abdicando alla tecnologia e al distanziamento sociale che essa porta in sé. Poi è arrivato un virus con le sue regole imposte e non scelte: isolamento, no contatti fisici, chiusura in casa, mascherine e guanti, distanza di sicurezza. E forse qualcosa è cambiato: nel perdere ciò che davamo per scontato (come sempre), abbiamo compreso ciò che volevamo, ciò che conta davvero.

Anche la scuola lo ha sentito forte questo cambiamento, questo limite, questa perdita. Ha sentito che sì la tecnologia può essere un valido supporto, ma che a uno schermo manca tutto ciò che ha a che fare con le relazioni umane, con il sentire l’altro, odorarlo, percepirlo in tutte e sue sfumature. E allora quello schermo che ha unito, che è stato prezioso e che ha reso possibile ciò che sarebbe stato impensabile fino a qualche anno fa, è tornato (anche grazie a questo periodo) a ricoprire il suo ruolo (speriamo): di semplice oggetto da usare per la DAD (didattica a distanza) in attesa della molto più efficace DIP (didattica in presenza).

Proprio della scuola, di ciò che è stato vissuto, di questo distanziamento forzato, delle paure dei ragazzi e anche dei professori parla la giornalista e insegnante Alessandra Angelucci (che, tra le molte sue attività collabora anche con il Premio Paolo Borsellino) nel libro che ha scritto durante il lockdown e che ha pubblicato pochi giorni fa: “Contatto – Rivoluzione di una scuola virale” (Castelvecchi).

“Il libro è nato dalla condivisione con la casa editrice, con cui avevo già collaborato in passato, dell’idea di portare il punto di vista di una insegnante. Nel romanzo io sono Amelia, una insegnante, appunto, che si trova a vivere una situazione nuova, impattante, rivoluzionaria. Una esperienza che la nostra generazione non ha mai vissuta, a differenza di chi ci ha preceduti anagraficamente che ha attraversato altre epidemie, come la Spagnola e l’Asiatica. Eravamo in lockdown, erano i primissimi momenti, io ero a casa da forse due o tre giorni quando ho cominciato a scrivere, dopo aver immaginato una storia, con un punto di vista pieno di speranza, che è il mio punto di vista”.



Tu, da insegnante, come hai vissuto questo periodo?

“Io sono una docente di lettere, insegno italiano e storia nel Polo scolastico liceale di Nereto, in provincia di Teramo. Insegno a ragazzi dai 14 ai 19 anni. Ed è stato tutto molto forte inizialmente: vivendo anche da sola, non avendo la possibilità di interagire fisicamente con nessuno, non avendo una vicinanza fisica e affettiva, il dolore e la tragedia sono state amplificate, perché è venuto a mancare il contatto: ho sentito anche forte l’aura di morte intorno a me: credo che nessuno di noi dimenticherà le camionette che da Bergamo portavano via le anime di chi è andato via nella piena solitudine. Nonostante questo, allo stesso tempo, non ho vissuto in maniera negativa quella che è stata poi l’esperienza del vivere la mia casa che, nel mio quotidiano, tendo a vivere poco perché non ci sono mai tra scuola e giornalismo. Dall’altra parte ho fatto nuova esperienza della solitudine positiva, di quella dimensione più vicina a se stessi che mi mancava in una vita che è sempre piena di cose. Anzi direi sovraccarica”.


Come è andata la tua Didattica a distanza?

“La protagonista del romanzo, Amelia, potrebbe rappresentare tutti gli insegnanti di questo Paese che hanno preso parte a una vera rivoluzione digitale: quante risorse si mettono in campo per dar vita ad una scuola inclusiva, una scuola che renda eguali ed equi per gli strumenti. Lo si fa sempre e lo si è fatto in questo periodo. Ma la grande rivoluzione di cui parlo in questo libro è questa: dove non è arrivato e non arriva lo strumento arriva l’uomo. Quindi il docente. Che deve essere presente sempre, deve mettere a disposizione il proprio tempo attraverso ogni modalità. Io, come tanti altri colleghi, ho tenuto il telefono sempre acceso, interagendo per qualsiasi problema. Abbiamo dato affetto, abbiamo garantito ascolto, non imitandoci alla disciplina. I ragazzi e gli adulti si sono trovati a vivere qualcosa che mai avrebbero pensato di poter vivere e hanno dato prova che lo strumento tecnologico - e parliamo di nativi digitali – non può sostituire la grandezza della persona. E quando dico grandezza intendo tutto ciò che la persona può dare e può essere, con la voce, il volto, la vicinanza, l’espressione. E tutto questo un professoressa lo fa solo quando è in aula”.

I ragazzi si apprestano a sostenere un esame di maturità diverso, che forse rimarrà per sempre una mancanza nella loro crescita.

“È una esperienza che porteranno sempre con loro per sottrazione. Ci sarà sempre qualcosa che mancherà. Per esempio una ragazza mi ha parlato dei famosi 100 giorni prima dell'esame, di questo conto alla rovescia che non hanno potuto vivere. Mancherà per sempre nella loro vita questa esperienza, perché la maturità costituisce un punto fermo dell’esistenza. Tutti potremmo dimenticare un esame universitario, ma non quello di maturità che spesso torna anche nei sogni... Io credo che nel prendere decisioni si è sottovalutato il ragazzo: si poteva trovare forse una soluzione per far vivere loro un esame di maturità significativo. Credo che tutti temono l’esame e non vorrebbero sostenerlo, ma nel momento in cui manca rimpiangi di non averlo fatto.”

E tu cosa sogni?

“Sogno tutti i giorni di rientrare a scuola. Non può esserci una didattica e un apprendimento costruttivo e attivo se non attraverso un contatto diretto che si instaura tra docente e discente. Anche i Peripatetici ce lo hanno insegnato quando i saggi passeggiavano con i propri discepoli… Il vero pensiero critico nasce da un confronto diretto. E questo confronto può avvenire solo in un contesto condiviso. Nel mio caso specifico, sicuramente come tanti colleghi,  ho messo in evidenza tanti punti di debolezza nella didattica a distanza, a cominciare dalle piattaforme non uniformi. Ci siamo trovati autonomamente a scegliere le piattaforme: invece sarebbe stato opportuno che il Ministero approntasse una piattaforma per tutti. Non solo: ci sono stati ragazzi che hanno avuto difficoltà, per problemi economici. Qualcuno ha dovuto integrare i gigabyte per restare connesso tutto il giorno. Purtroppo quando si instaurano nuovi governi e le mani affondano in nuove riforme che riguardano la scuola ci si dimentica che la geografia scolastica non è uniforme. Ogni scuola è una piccola isola che cerca di sopravvivere in un mare che è il mondo scolastico. Non possiamo dimenticare che da Nord a Sud c’è una diversificazione e se gli interventi che sono stati fatti non diventano equi non possiamo parlare di una scuola totalmente inclusiva”.

La burocrazia si è snellita in questo periodo, vista l’emergenza?

“No, è stata esasperata. Siamo sovraccarichi tra consegne, adempimenti finali. Nulla si è ridimensionato. Anzi con la didattica a distanza i docenti sono stati costretti a rimodulare la loro programmazione didattica iniziale che era stata già consegnata. Quindi doppio lavoro burocratico. Purtroppo si è trattato di una burocratizzazione che si è esasperata ed ha esasperato i docenti, non per colpa della dirigenza. In altri casi, il non avere punti fermi fin dall’inizio ha portato ciascuna scuola ad agire a suo modo: questo non orienta, ma disorienta. La bozza dell’ordinanza ministeriale per gli esami di quinto l’abbiamo avuta il 16 maggio. In bozza e non definitiva. Ma se il 16 maggio i ragazzi ancora non sanno che tipo di esame faranno, come si preparano? Comunque, alla fine, faranno un esame di maturità che consisterà in un colloquio con un percorso disciplinare. Ci sarà una commissione interna con presidente esterno per facilitare un percorso che si chiude in una straordinarietà di eventi”.

E a settembre cosa succederà?

“Non abbiamo capito cosa ci aspetta a settembre. Se si dovesse procedere in questo modo, cioè per tentativi, perché questa è la sensazione che abbiamo come docenti, il tentativo di lanciare proposte ma non qualcosa di tecnico stabilito dal tavolo scientifico, ci sarà un grande caos, che sarà peggio della didattica a distanza. Se si farà una didattica mista su turnazione, così come fino a poco fa si diceva, forse è meglio la didattica a distanza! Quello che speriamo è un ritorno alla normalità: con la possibilità di avere scuole sicure e direi che più che investire 80milioni di euro nell’acquisto di tablet e pc forse sarebbe meglio usare questi soldi per la riqualificazione e ristrutturazione delle scuole italiane che non possono accogliere gli studenti in sicurezza. Non lo chiediamo al Ministro dell’Istruzione, lo chiediamo al Governo. È il Governo che può intervenire sulla sicurezza scolastica. Purtroppo qui non è solo una questione di epidemia, ma di incendi e terremoti. In Abruzzo, fino a tre anni fa, abbiamo affrontato questo problema con i terremoti: basta ricordare la strage di Rigopiano”.

©2018 by ask4angela

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