• Angela Iantosca

Quelle storie rimaste nei miei occhi

Sono 80 milioni i profughi nel mondo, secondo i dati del 2019. 80 milioni di persone lontano da casa, costrette da guerre, carestie, violenze, soprusi, ingiustizie ad abbandonare tutto sperando di ricominciare da qualche parte, di sopravvivere alla tempesta e di ritornare là dove sono nati. Di loro da anni parla la giornalista di RaiNews24 Angela Caponnetto che è in libreria con “Attraverso i tuoi occhi” (Piemme), in cui racconta le storie che si nascondono dietro quei numeri, dimostrando come una risata strappata a un bambino salvato dal mare o i sogni di una ragazza sopravvissuta alle torture valgano più delle paure e delle reticenze dei Paesi e dei popoli che alzano muri.

“Loro lasciano quello che lasciamo noi - racconta la Caponnetto -. Io sono andata via dalla Sicilia a vent'anni per cercare fortuna altrove. Ho lasciato la mia famiglia, ho strappato le mie radici. Loro però non lasciano una vita agiata. Spesso lasciano povertà assoluta: quella che non ti consente a volte neanche di fare un pasto al giorno. Oppure lasciano, macerie, sangue e distruzione... Ma non si recepisce o, meglio, si preferisce non recepire che questo mondo in movimento si sposta per necessità non per diletto. E questo non si recepisce perché non diamo abbastanza voce, forma, consistenza a queste persone. Perché non le avviciniamo abbastanza, le teniamo lontane. Se ne parla solo come numeri, quasi come fossero oggetti inanimati. Inanimati = senza anima, senza vita, senza storia. Come ci si può sentire empatia con un oggetto inanimato?”.



Perché non è naturale che la vita e il diritto alla vita di chiunque sia superiore a tutto?

“Non è solo naturale ma è anche sancito da leggi nazionali e internazionali. Purtroppo eluse ormai da tempo e sempre di più da troppi governi e istituzioni. Il comportamento assunto da alcuni  governi nei confronti dei popoli in fuga da guerre, fame, carestie, cambiamenti climatici, è di difesa. Come se chi è costretto ad abbandonare la propria terra fosse un nemico da combattere. Per questo si accetta anche di vedere migliaia di vittime tra i migranti in fuga. Quante volte sentiamo o leggiamo commenti del tipo: "Sapevano a cosa andavano incontro partendo". Senza che ci si prenda la briga di capire che se si parte in quelle condizioni è perché non si ha altra scelta. E molto spesso a determinare la sorte di queste persone sono le politiche scellerate di chi poi li respinge. Mi spiego meglio con un esempio: a cacciare gli africani sono gli stessi paesi che ne saccheggiano le terre e a chi conviene tenere in povertà quelle popolazioni riempendo le tasche a governanti fantocci messi al potere per soddisfare le richieste dei paesi che in sostanza continuano a colonizzare".



Le storie danno un’anima ai numeri: come ha scelto chi raccontare i protagonisti di “Attraverso i tuoi occhi”?

“Ho scelto di raccontare quelle che più mi avevano colpita e che potevano rappresentare ciascuna una situazione diversa dall'altra. I siriani, gli africani, i bambini che viaggiavano da soli, il ragazzo che non voleva andare in Europa e si ritrova con altri 90 su un gommone in mezzo al mare, la signora libica che non vuole entrare nella stanza con le altre donne perché sono africane, le donne violentate capaci di grande resilienza. Ho scelto le storie che potevano entrare nel grande cerchio in cui è circoscritta l'umanità migrante”.

Le donne e i bambini sono coloro che pagano il prezzo più alto: quali donne e quali bambini le sono rimasti negli occhi?

“Nel 2016, i 4 bambini che viaggiavano da soli, senza famiglia: caricati su un gommone e recuperati dalla nave Aquarius di SoS Mediterranée, Erano diventati fratelli non di sangue ma di vita. Non si separavano mai. Avevano superato prove terribili sempre insieme. Li ho cercati dopo lo sbarco perché volevo essere certa che stessero bene e li ho trovati. Non è facile perché sono tutelati per la minore età. Ma li ho trovati ed è stato bellissimo, emozionante, commovente. So che hanno trovato le loro famiglie di origine e che ora hanno una vita come qualsiasi bambino dovrebbe avere. Donne ne ricordo tante, molte con storie atroci di violenza alle spalle. Ma Fatma, la signora libica é quella che mi ha colpito di più. Perché aveva una spocchia verso le donne africane davvero insopportabile. Era stata soccorsa su un barchino con altre 20 persone: lei con marito e due figli libici, un'altra famiglia di siriani e un'altra di palestinesi. Questi ultimi con un figlio tetraplegico. Li avevano portati a bordo della Aquarius. Era il mese di dicembre del 2017  e sulla nave c'erano quasi 500 persone recuperate in diversi soccorsi. Africani, nord africani, libici, palestinesi, siriani, bengalesi. Cristiani, musulmani, ortodossi. Giovani, vecchi, e neonati. Fatma sosteneva di non poter stare nella stanza in cui venivano ricoverate le donne e i bambini perché non sopportava l'odore della pelle nera. Tentò in tutti i modi di farsi spostare ma non c'era nessun posto dove poteva essere trasferita se non il ponte esterno. Dovette cedere e alla fine fece amicizia con una donna nigeriana e i suoi figli con i figli di quella donna. Quel viaggio su una nave umanitaria le aveva cambiato la prospettiva e vedeva le cose in modo diverso. arrivò anche a togliersi l'hijab, un tipo di velo che portano le donne musulmane. E mi confessò che se non fosse stata costretta a sposare suo marito, sarebbe scappata dalla Libia molto prima e avrebbe fatto tutt'altra vita. Credo che ora Fatma sia in Germania e una piccola parte dei suoi desideri si sia realizzata”.

Come si racconta il dolore?

“Si racconta con dolore. Un dolore ancora più acuto perché non lo puoi condividere con chi ti ascolta.  Perché il giornalista, in quanto voce narrante, deve contenere le emozioni. Soprattuto se lo fai per la televisione. Niente lacrime in diretta. Questo non vuol dire che chi ti sta di fronte ti debba essere indifferente. È difficilissimo raccontare il dolore rendendo a chi ti ascolta emozioni in modo sobrio e non scomposto. In diretta mi aiuta l'adrenalina, In altri casi, più volte ho dovuto interrompere la registrazione perché colta da emozione. Quasi sempre, ho pianto nel silenzio della mia camera d'albergo una volta terminato il lavoro”.

Il Covid per un momento è sembrato utile alla comprensione di ciò che altri vivono costantemente: è già fuggito via quel momento?

“Non ricordo di aver sentito più comprensione verso ciò che altri popoli vivono costantemente durante il Covid.  Anzi: ho constatato quanto si siano esacerbati gli ani di chi era già contro "l'altro". Forse solo chi già si sentiva vicino a chi soffre, a prescindere dalla nazionalità, si è sentito ancora più vicino e lo è tuttora. Il resto del mondo si è chiuso più di prima. Al di là degli atti di eroismo e di generosità di gruppi di persone, il Covid non ci ha resi più solidali, purtroppo”. 

Cosa significa attraversare il mare inseguendo la speranza?

“Dovrebbe chiederlo a chi affronta questo viaggio. Perché solo guardandoli negli occhi può capire quale forza spinge esseri umani a sfidare il mare pur di avere una vita migliore. Viaggiare stipati su una barca o peggio su un gommone per giorni, ti può fare impazzire. Ti disidrati, la notte vai in ipotermia, ti si possono anche bloccare gli arti, la miscela di acqua salata e carburante ti ustiona la pelle. Sai che se scivoli giù rischi di finire nell'abisso. È un viaggio infernale che fa paura. Ma è l'unico possibile ed è la speranza di superare anche quest'ultima prova, dopo il deserto e le atrocità per chi passa dalla Libia, che ti tiene vivo”.

Sognano di tornare a casa?

“Quasi tutti desiderano tornare a casa e poter fare qualcosa per il proprio paese o per la propria comunità”.

Cosa non riescono a raccontare?

“Le violenze più intime. Quelle che hanno annientato la loro dignità. Quelle vogliono solo dimenticarle. Ed è comprensibile. Fa troppo male”.

In Italia le loro speranze si infrangono? Cosa pensano quando si scontrano con la nostra realtà?

“Non capiscono. C'è chi si dispiace e chi reagisce con rabbia. Altri vengono adescati dalla criminalità organizzata e pur di andare avanti vivono nell'illegalità. Il rifiuto porta male a tutti. A chi vuole essere accolto e a chi dovrebbe accogliere e non lo fa”. 

Continua a seguire alcune storie che ha incontrato?

“Qualcuna sì. Sono persone entrate nella mia sfera di amicizie più care. Li sento e anche spesso”.

Cosa  viene raccontato ancora in modo sbagliato?

“La solita storia dell'invasione. Era il 2002 quando fui mandata per la prima volta a documentare uno sbarco a Catania e già allora si parlava di invasione. Sono passati 18 anni e non siamo affatto invasi. I numeri non sono da invasione e non c'è di che preoccuparsi. L'unica cosa di cui ci dovremmo preoccupare sono le vite umane".

Il tema è oggetto continuo di strumentalizzazione politica: chi ascoltare e dove informarsi per essere sicuri delle notizie e per formarsi una idea corretta?

“Ascoltare tutte le campane è sempre corretto. La verità non sta mai in uno o nell'altro estremo. La verità spesso sta in mezzo. Certo se devo stare lontana dalle fake news evito gli esaltati dei social network e certi media e colleghi che puntano solo a denigrare gli immigrati per compiacere una certa frangia politica”.

Come l’ha cambiata occuparsi frequentemente di questo tema?

“Mi ha resa più severa. Uso un aggettivo che non dovrei usare: sono diventata intollerante. Intollerante verso il razzismo, intollerante verso la mancanza di rispetto verso chi ha patito sofferenze inumane, intollerante verso chi usa la parola "buonismo" per denigrare chi guarda i propri simili senza vederne il colore della pelle o la religione professata. Intollerante verso chi non rispetta i più deboli, i disabili, i poveri e i diseredati. Nel mio peregrinare tutti questi anni alla ricerca del perché ci si mette nelle mani dei trafficanti di esseri umani, ho capito una cosa: c'è una casa comune che abitiamo tutti ed è il pianeta terra. Solo che a qualcuno capita di nascere nello sgabuzzino o in una ammuffita e vuota soffitta, a qualcun altro in salotto tra soprammobili e oggetti preziosi. Aprire la porta e accogliere chi vuole e merita di entrare ci farebbe sentire meno soli e forse anche più ricchi”.

©2018 by ask4angela

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