• Angela Iantosca

Parlare di campionato di calcio è immorale

È cominciato tutto lì. Al Trionfale, a Roma. Grazie ad un’amica comune, Laura, ad un libro potente e ad un camioncino che dall’interno trasmetteva musica napoletana. Poi c’è stato un altro inizio. A Scampia. Dove ho condiviso con lui emozioni, lacrime, fragilità, voci, sguardi e storie. Dove ho potuto toccare con mano la sofferenza, ma anche la speranza del riscatto che arriva non dall’abito che porta e da quel colletto sempre aperto e scomposto, non da quegli abbracci che sono una morsa d’amore alla quale è impossibile sottrarsi, ma dal suo cammino di fede e, prima ancora, dal suo cammino di uomo. Perché Don Aniello Manganiello ha deciso di essere coerente, di portare ne quotidiano di ogni giorno il Vangelo, senza arretrare, senza paura, rendendo viva la Parola. Nella naturale convinzione di dover stare al fianco degli ultimi, di non dover temere nulla, perché Gesù è davvero più forte della camorra. Lo era quando per 16 anni è stato parroco al Don Guanella, quando ha rivoluzionato le prospettive, ha mostrato l’ipotesi della possibilità, e lo è ancora oggi, anche se lui è stato allontanato da quelle Vele, dal Rione, dove ha lasciato una società calcistica e migliaia di ‘figli’ che ogni settimana va a trovare.

Negli anni ho provato ad intercettarlo ovunque, ho sognato che un giorno fosse lui a celebrare il mio matrimonio e quando ho avuto la necessità di confessare qualcosa di profondo e doloroso ho scelto lui. E non è stato necessario essere in una chiesa. È bastato un piccolo teatro di San Giovanni a Tedduccio per ritrovarci uno di fronte all’altro, trasformando quel luogo in una sacrestia. Ora ho un altro sogno: condividere un pellegrinaggio appena tutto questo sarà finito. Sono anni che lo rimando questo appuntamento. Ma ora è il tempo dell’ora.

Come vivi questo momento con le chiese chiuse?

“Qualche tempo fa ho messo un post su Facebook dicendo questa cosa, provocatoriamente: aprono le librerie e le chiese no? Perché non si può celebrare Messa? La maggior parte della gente si è espressa in modo positivo verso la mia provocazione. Certo, mi rendo conto che non è facile ritornare al tempo precedente la clausura forzata. Però, secondo me, con una serie di accorgimenti, si potrebbero riaprire! Anche se alcune sono state aperte in questo periodo, durante la giornata, per alcune ore. Però per esempio, si potrebbero fare più celebrazioni al giorno, garantendo il distanziamento sociale. E poi, ora che arriva la bella stagione, in quelle Chiese che hanno l’oratorio, si potrebbe pensare di celebrare all’aperto! È ovvio che tutto dipende sempre dal buon senso, dall’attenzione verso se stessi e verso gli altri!”.



Secondo te ci cambierà tutto questo?

“Credo che accadrà come ai marinai sulla nave: durante la tempesta ci si rivolge a tutti i santi. Passata la bufera, gabbato il Santo. Una volta salvata la pellaccia, insomma, ci si dimentica molto quello che si è passato e quello che si è ‘promesso’. In questo momento sto leggendo l’Apocalisse di San Giovanni Apostolo e c’è un passaggio in cui cui l’angelo sterminatore viene mandato sulla terra e distrugge una parte dell’umanità per richiamare gli altri ad un cambiamento di vita… e invece l’altra parte dell’umanità continua nelle violenze, nelle prepotenze, nell’individualismo, nei delitti. Ho idea che, finché si sta in casa, dove non si possono avere contatti diretti, le buone intenzioni le coltiviamo tutti. Poi, quando ci ritroveremo magari a rapportarci e a confrontarci, chi lo sa? Forse ci sarà un cambiamento: io me lo auguro! Forse l’esperienza della clausura forzata genererà nelle persone una sorta di ipocondria e anche di accidia. Credo che rimarrà la paura del contagio che provocherà una chiusura maggiore verso gli altri e anche una tendenza a non esporsi troppo, a non fare niente per paura di qualcosa. O forse davvero provocherà un cambiamento anche nei confronti della Natura, del Creato, un rispetto maggiore per ciò che ci è stato dato in prestito. Credo che chi era già impegnato verso gli altri, continuerà in quella direzione. Gli altri, vedremo...”.





Quanto ti mancano gli abbracci?

“Mi manca molto il contatto con le persone, con i giovani e gli adulti. Avevo già incontri organizzati fino a giugno e poi per settembre e ottobre nelle scuole. Sono stato immobilizzato, ma ho cercato di impegnare bene il mio tempo con la lettura, lo studio, la preghiera e qualche intervista…”.

Vincenzo De Luca, il presidente della Regione Campania, sta facendo di tutto per proteggere la Campania…

“Sicuramente, ma ha fatto tutto questo perché è consapevole che a livello ospedaliero e a livello di medicina territoriale abbiamo grosse criticità. Abbiamo delle eccellenze, indubbiamente, come il Cotugno e il Monaldi e altri ospedali, anche ad Avellino e Caserta. Ma sa che siamo sei milioni di abitanti e non potremmo affrontare una emergenza e non dimentichiamo che l’ha chiuso pure lui qualche ospedale e qualche posto di terapia intensiva per obbedire all’Europa che chiedeva di fare tagli alle spese. In 20 anni in Italia abbiamo chiuso 200 ospedali e abbiamo ridotto a qualche migliaia i posti di terapia intensiva: la Germania ne ha 40mila. Lo abbiamo fatto per ridurre il debito pubblico. Ora l’Europa dovrebbe darci più di 30miliardi di euro per la sanità, ma che dobbiamo restituire… Staremo a vedere”.

Si è parlato di campionato, di Serie A, di ripresa degli allenamenti e forse (ipotesi remota) della ripresa delle partite.

“La pandemia non lo ha fatto riflettere quel mondo. Ciò che conta è la finanza, i soldi, gli interessi… questa preoccupazione, questo spingere di alcuni per riprendere il campionato e portarlo a conclusione ti fa capire che non è cambiato niente. Che l’umanità continua a muoversi sul versante dei soldi. E quindi l’uomo viene messo in secondo piano. Prima viene il profitto. Sinceramente con tutto quello che stiamo vivendo, la trovo una grave mancanza nei confronti di tante persone che soffrono, che vivono un momento difficile. Preoccuparsi di concludere il campionato è un fatto immorale. Un atteggiamento che non ha etica. Non solo: per quanto riguarda il mondo del calcio dilettantistico, quello giovanile, mi dispiace molto che sia fermo, ovviamente, perché è un tipo di calcio che tende ancora a favorire l’aggregazione, il divertimento, a vedere il calcio come mezzo attraverso il quale apprendere la regola, come educazione al sacrificio, allo stare insieme, oltre a far bene al fisico e al cervello. Ma c’è un altro aspetto: io ho una squadra di promozione e il 50% delle società che facevano campionati di categoria, di promozione e di eccellenza non si iscriveranno il prossimo anno. Questo significa che si perderà il 50% delle squadre della Lega nazionale dilettanti, perché mancano i soldi: la maggior parte delle squadre viene sostenuta da sponsor, da imprenditori che non hanno soldi e che preferiranno usarli per il lavoro, per gli operai piuttosto che per finanziare una squadra di calcio. Giustamente. Ma questo determinerà una grave perdita a livello nazionale. E a fronte di questo si preoccupano solo del calcio professionistico, invece che di quello giovanile e dilettantistico che sono il serbatoio per le squadre professionistiche…”.

Ma c’è anche un altro pericolo in agguato.

“C’è un atro pericolo, che già è presente: le mafie che hanno soldi, che stanno continuando le loro attività… Anzi, con questa crisi forse avranno maggiori opportunità di ripulire soldi sporchi. Sostenendo anche queste squadre in promozione. Un pericolo paventato da Maresca, De Raho, Gratteri. Le mafie approfitteranno di questa crisi che si presenterà dopo l’apertura. E che tocca anche il mondo del calcio”.

Come ti sei organizzato per affrontare la pandemia?

“Sono venuto via da Ferentino, dove sono vice-parroco dal 2015, prima della chiusura dei confini regionali, quindi non sono più potuto tornare. Allora ho deciso di organizzare delle messe la domenica qui a casa, presso il rione Gescal di Camposano, dove mi trovo. Con un giovane abbiamo attrezzato l’amplificazione con le casse e così la domenica messa, e tutti gli altri giorni dico il rosario. Inoltre ci impegniamo ad organizzare un po’ di solidarietà sia qui che a Napoli con l’associazione calcio del Rione Don Guanella portando il pacco spesa alle famiglie bisognose: non abbiamo fatto foto mentre portavamo i pacchi e non abbiamo fatto dei post sui social, perché pensiamo che il bene bisogna farlo in silenzio. Ma devo dire che a Scampia più di una associazione ha organizzato la distribuzione di pacchi. Ovviamente anche lì la camorra potrebbe fare e sicuramente avrà fatto qualcosa per aiutare le famiglie in difficoltà. Ma l’intervento è soprattutto delle associazioni, della Caritas e delle parrocchie e anche del magistrato Catello Maresca e di altri magistrati che hanno fatto arrivare tanti aiuti e beni e viveri”.

Cosa farai appena libero?

“Tornerò a Ferentino e al Don Guanella per abbracciare un po’ di persone, se si potrà fare ancora. E poi andrà dai volontari di Ultimi (L’associazione da lui fondata in promozione della legalità – ndr), Maria e tanti altri! E poi riprenderemo con maggiore vigore l’impegno e le attività. Diciamo che ora ci stiamo ricaricando…”.


©2018 by ask4angela

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