• Angela Iantosca

Tiziana Ferrario: "Non arretriamo sui diritti conquistati!"

Scrivere è un’urgenza. Come raccontare. Interpretando i fenomeni che si osservano. Andando al di là di ciò che appare, di stereotipi, di convenienze, di opportunità politiche, di pressioni dall’alto. Sentendo l’odore che la guerra lascia appiccicato sulla pelle di chi la combatte e di chi la subisce. Lasciandosi trascinare dalle onde che si riversano nelle piazze e che sono processi sociali ai quali è impossibile sottrarsi, per poi mostrarli al mondo, innescandone altri, grazie al potere delle parole e delle immagini. Dicendo la verità o provandoci sempre, in nome di quella obiettività che è richiesta, di quella deontologia spesso dimenticata.

Perché essere giornalista significa vigilare sempre, come sentinelle, per scuotere le coscienze, perché il sonno della ragione non produca sudditi, perché possano crollare muri fatti di pregiudizi e ignoranza, perché tutti possano conoscere le reali intenzioni di chi governa, mostrando falle, intrighi, intrecci, ma anche la bellezza di chi non si arrende, degli obiettivi raggiunti con le proprie forze, di quei “no” che hanno il sapore di una verità finalmente detta.

Perché ciò che ci rende liberi davvero di scegliere è poter conoscere i fatti. E chi li racconta ha una responsabilità enorme verso se stesso, verso il pubblico e quelle stesse vicende che, attraverso quelle parole, saranno consegnate alla Storia.

Lei, Tiziana Ferrario, lo ha fatto e lo fa. Da inviata, da giornalista sul campo e anche da scrittrice di libri che non possono lasciare indifferenti, che mostrano ferite, ipocrisie, orgogli, pregiudizi e un impegno nei confronti delle notizie che ha a che fare con l’onestà dell’essere umano prima che con qualsiasi regola o Carta imposta dall'Ordine di appartenenza.

Vissuta tra l’Italia e l’America, sempre in viaggio per il suo lavoro, sta trascorrendo questo periodo di chiusura nella Capitale, dedicandosi alla stesura del nuovo libro, che sarà pubblicato tra qualche mese. E alle notizie che fanno sempre da sottofondo alle sue giornate.

“L’informazione ha fatto un grande lavoro in un periodo così complesso come quello che stiamo vivendo. Non è stato e non è facile questo momento per chi è in redazione, per chi si trova nelle zone più colpite. Eppure, nonostante questo, sono andati avanti tutti con grande dedizione, garantendo le informazioni a tutte le ore del giorno e della notte. Quindi, se devo fare una riflessione sull’informazione, penso vada promossa. Possiamo sempre trovare cose da criticare, ma penso che tutti abbiano dato il massimo”.

E tu che approccio hai avuto alle informazioni?

“Per quanto mi riguarda, sarà deformazione giornalistica o perché non sono in redazione, comunque dal primo momento ho ascoltato molto le news. All’inizio avevo voglia di sapere e conoscere, nonostante la carica di negatività che questo inevitabilmente porta. Poi, ho cominciato anche io a rallentare. A darmi degli appuntamenti, ma tenendo sempre la tv accesa senza audio, sulla CNN e, a volte, su RaiNews, due canali che continuo a seguire: durante il giorno, mi basta buttare un occhio e leggere i sottotitoli per capire l’aria che tira”.



Cosa è cambiato nell’informazione?

“Quello che si è capito è che - anche se le trasmissioni sono rimaste le stesse - alcune cose non servono più, come il pubblico che applaude. Sono contenta sia scomparso, soprattutto perché sappiamo che era un pubblico a comando e che i parterre sono fatti da pubblici politici che si urlano addosso: spero che non torni mai più questo pubblico, anche perché se devi fare un talk show di politica è inutile che ci sia. Sicuramente fuori luogo è apparso chi ha cercato la visibilità con la polemica: non sono tempi di polemica, soprattutto non era il momento delle polemiche quando si vedevano i carri dei militari che portavano le bare o le terapie intensive allo stremo. Diciamo che si è notata la scompostezza di alcuni personaggi ed è apparsa chiara la necessità di cambiare linguaggio. Forse un po’ è successo, ma temo si ritorni al modo di comunicare di prima, cosa che già un po’ si avverte: già si sente che sta tornando il linguaggio dell’odio e della divisione. Ed è una cosa che non serve al nostro Paese, soprattutto in questo momento”.

Come stanno trattando all’estero il tema Covid dal punto di vista dell’informazione?

“È il tema del giorno. Si parla solo di questo e sulla parte destra dello schermo c’è sempre una tabella con un orologio costante che indica il numero delle vittime e dei contagi. Il pugno nello stomaco è più forte che da noi. La situazione in America è molto grave: siamo arrivati ad un milione di contagi, 250mila solo a New York. Quindi è inevitabile che quella sia la notizia centrale. Come al solito c’è un rapporto molto diretto con il pubblico. Si sono ammalati alcuni giornalisti, come Christopher Charles Cuomo che, avendo una trasmissione in prime time, ha deciso di continuare a trasmettere dalla quarantena, nel rustico di casa. È stato anche molto male, ma quando poteva andava in diretta. Certamente si tratta di una spettacolarizzazione, ma anche un modo di vivere la malattia cercando di spiegare cosa accade”.

Abbiamo una tendenza a parlare male di noi stessi in Italia. Ma, per noi la Sanità è pubblica, in America no: cosa sta accadendo lì?

“Noi siamo fortunati, nonostante i limiti che la Sanità ha mostrato di avere, per questo mi auguro che si potenzi il nostro sistema sanitario. Quello che è mancato sul territorio italiano è stato coprire quello spazio tra malato e ospedale. I medici di base non hanno di fatto curato le persone a casa. Non c’erano neanche dei protocolli stilati in tal senso. Avendolo sperimentato con un congiunto molto vicino (Il figlio - ndr), ho notato questo vuoto. Se ci fosse stata un’assistenza sul territorio, non sarebbero state invase le terapie intensive. In America, come sappiamo, la Sanità è privata. Però ogni Stato può decidere come comportarsi: a New York, il Governatore ha deciso di dare l’assistenza sanitaria a tutti. Se ti ammali, quindi, hai la possibilità di accedere alle cure. Ma non hai un medico di base, se non hai una assicurazione. Non avere una assicurazione in altri Stati americani significa non poter essere curato. Obama aveva provato a renderla pubblica, ma ci sono state moltissime resistenze e comunque qualcosa bisognava pagare: una parte la pagava lo Stato e una il cittadino. E tutto questo bisogna considerarlo alla luce delle enormi sacche di povertà che ci sono negli Stati Uniti, quindi significa che milioni di persone non hanno accesso alle cure. Noi italiani viviamo in quella piccola parte di mondo in cui esistono i diritti. Il diritto alla salute è uno di questi. Possiamo lamentarci e batterci perché migliori, ma non dobbiamo dare per scontato questo diritto. La maggior parte degli Stati nel mondo non è in grado di curare tutti i propri cittadini. Ammalarsi di cancro e poter avere le cure non è così ovvio. Quando vivevo a New York, la signora messicana che veniva a fare le pulizie nel palazzo, aveva il marito con tumore al cervello: lui, non avendo una assicurazione, per essere curato aveva accettato di essere inserito in una lista d’attesa per sperimentare nuovi farmaci. Unica alternativa al non avere niente. Quando ci lamentiamo, stiamo attenti...”.



Si è usata spesso la parola guerra per definire questo momento. Credi sia giusto?

“Ci ho riflettuto anche io su questo. Credo sia una guerra diversa. È una guerra silenziosa, rispetto a quella che ci raccontavano i nonni o quella che ho vissuto io. L’atmosfera è di altro tipo: qui il cielo è azzurro, la natura è in fiore, ma se esci c’è un nemico che ti attacca. Anche se non tutti lo vedono, perché molti escono con spavalderia. Dobbiamo dire che c’è una grande emergenza, ma non è una guerra, anche se è una forma diversa di dolore e disperazione. Le pandemie ci sono sempre state nella storia della civiltà e dell’uomo. È nuova per noi, ma è già accaduto: pensiamo alla spagnola, alla peste. L’umanità è contrassegnata da questi momenti drammatici, che nessuno ha mai definito guerre. Noi abbiamo la fortuna di difenderci, perché possiamo fare più ricerca, rispetto al passato. Pensa cosa deve essere stato l’arrivo di queste pandemie quando non c’erano le medicine. Noi non le abbiamo ancora per il Covid, ma ci stiamo provando e c’è uno sforzo mondiale per arrivare ad una cura e quelli che sono stati ricoverati hanno ricevuto delle cure. I virus fanno parte della nostra vita: non averli mai vissuti ci rende fortunati. Ciò che colpisce in questo momento è come il virus abbia messo il mondo in ginocchio. Ma questo è anche il risultato della globalizzazione: che ci dà grandi vantaggi, ma ci rende anche più connessi da questo punto di vista”.

Riuscirà questa pandemia che ha mostrato la nostra fragilità ad abbattere i muri che molti tentano sempre di sollevare?

“È un auspicio. Ma non so se accadrà veramente. Vedo che c’è molta tensione. Molto nervosismo. Non vedo la gente più buona. Mi auguro, tuttavia, che quanto sta accadendo abbia reso più consapevoli le persone rispetto al fatto che i muri non servono, che non sono i migranti il problema, che basta un virus per mettere in ginocchio il mondo e non un barchino che arriva a Lampedusa: non sono i muri che fermano i virus. E non è il colore della pelle che rende migliori o i soldi che hai in banca. Il Covid è un virus molto democratico e ci ha fatto capire che la vera minaccia non sono i migranti in mezzo al mare, ma un virus che può bloccare tutto e anche uccidere. Spero che qualcuno lo abbia capito. Siamo stati travolti da molte fake news, da una propaganda tesa ad alimentare le nostre paure. Ma la realtà è che il lavoro te l’ha tolto un virus, non un migrante! Anzi adesso c’è il problema inverso: si cerca manodopera per raccogliere frutta e verdura… Il virus ha messo a nudo le sciocchezze dette per propaganda da alcuni blocchi sovranisti, che stanno andando fuori moda in questo momento. Ci si è resi conto che davanti ad un virus così c’è bisogno di unità, di lavorare insieme. Non è il sovranismo che aiuta. Ed è suonata stonata l’affermazione di Trump quando ha proposto fondi per un vaccino ma solo per l’America. Non ha capito che siamo tutti collegati? Che se vaccini l’America e lasci un pezzo di mondo malato non ne trarrai beneficio? Io spero che ci sia più consapevolezza, ma non sono così ottimista sul fatto che la gente impari da questa esperienza. Forse ci vuole tempo per capire che ci vuole un linguaggio diverso. L’unione si è sentita nella fase più critica, ora, noto che sta sparendo e che c’è nuovo spazio per i discorsi vuoti. E questo è un inizio di ritorno alla normalità come se niente fosse successo e allora si ricomincia a picconare il governo in un momento in cui, indipendentemente dal governo, l’Italia ha bisogno di unità e stabilità. Non possiamo permetterci di cambiare i manovratori: ripartire richiede tanta energia dopo un periodo di sofferenze, di perdite, di preoccupazioni economiche… questo brusio di sottofondo non fa bene”.

Quali temi dobbiamo urgentemente tornare a trattare da giornalisti?

“C’è un tema che mi sta molto a cuore che è il ruolo delle donne. Penso sia importante non metterlo in secondo piano. Perché questa situazione rischia di penalizzarle molto e questo non è un discorso solo a favore delle donne, ma a favore del Paese. Il Paese va meglio se le donne partecipano alla ricostruzione e se non fanno passi indietro rispetto a ciò che avevamo raggiunto. Sicuramente abbiamo una forza lavoro inferiore rispetto alla media europea e questo non aiuta il nostro PIL. E, visto che andiamo incontro a una fase in cui si abbasserà il PIL, tenere a casa le donne non aiuterà la crescita economica. Rimetterle in casa perché le scuole sono chiuse ci penalizza. In apparenza pensi che così i bambini sono a posto. Invece togli lavoro alle donne, togli reddito alla famiglia e impoverisci il Paese. Inoltre è fondamentale tornare a insistere sul potenziamento dei Servizi Sociali. Continuiamo a dire che i Servizi Sociali sono fondamentali, ma non c’è ancora una buona rete. Inoltre, altro tema su cui non arretrare, è la Sanità e i giornalisti dovranno continuare a vedere se gli errori fatti sino ad ora saranno risanati. Il virus non andrà via subito e quindi dobbiamo farci trovare preparati. E poi l’istruzione, perché è su questo punto che si costruisce la forza della classe dirigente. Si sta dando poco peso a questo aspetto. La scuola ha fatto quello che ha potuto per ragioni di sicurezza. Ma la lezione a distanza non è come avere il rapporto diretto e un Paese istruito sicuramente è un Paese destinato a crescere. È un Paese in cui la agente è più consapevole, anche quando va a votare… cerchiamo di puntare sulla formazione con programmi aggiornati, con materie che servono, con le lingue… e non facciamo passi indietro sui diritti”.

Tempo e silenzio: come ti sei trovata nel relazionarti con loro?

“Non mi sono trovata male perché ho cercato di non sprecarlo questo tempo e mi sono messa a scrivere. Sarebbe stato troppo angosciante rimanere a casa da sola. Anche perché ho la famiglia sparsa per il mondo. Ho usato il tempo in modo utile e mi sono messa a scrivere un nuovo libro. E poi ho fatto delle bellissime scoperte tipo il mio tetto condominiale ed è stata una piacevole sorpresa, non ci ero mai andata. Ora ci vado tutti i giorni, ascolto gli uccellini: il silenzio ti fa sentire la natura e io ho scoperto che Roma è invasa da pappagallini verdi, che è piena di uccellini che cinguettano. Il silenzio del traffico, delle macchine ha lascito spazio ai suoni della natura. E io, pur non stando nei boschi, sto in un quartiere romano che si è trasformato. La natura si è manifestata! Inoltre, ho stretto amicizia con gente dei palazzi attorno: ho scoperto vicini che non sapevo di avere. Ci sono stati scambi affettuosi tra un balcone e l’altro. Credo che questo rimarrà. Ma ora sento che il traffico lentamente sta tornando, sento questo ronzo di sottofondo che mi annuncia che ci sono più macchine… Quindi prima o poi non sentirò neanche più gli uccellini, ma continuerà ad andare sul tetto”.

©2018 by ask4angela

This site was designed with the
.com
website builder. Create your website today.
Start Now