Cerca
  • Angela Iantosca

La Regola Benedettina si fa contemporanea

Ci vuole forza, determinazione e disciplina per affrontare la vita, ma soprattutto quei momenti che incidono sulla libertà personale e l’espressione di sé. Quando ero ragazzina una delle storie che mi affascinava di più era quella di Vittorio Alfieri che, per realizzare il suo sogno - quel suo "volli, sempre volli, fortissimamente volli" - chiedeva di essere legato. Me lo raccontava mia mamma quando avrei preferito andare giocare con gli amici nel parco o quando ogni tanto mi veniva una pigrizia diffusa che mi avrebbe spinto volentieri a oziare perdendo tempo. Lo so, sembra una storia di altri tempi… Ma quella frase è sempre stata una guida alla determinazione.

Anche questo è un momento che richiede un forte equilibrio interiore, il rispetto di quanto ci viene imposto, nella consapevolezza che si sta facendo del bene a se stessi e alla comunità.

A darci un sostegno in questo “fortissimamente volli” è Anselm Grün, un Benedettino, una delle voci più interessanti della spiritualità contemporanea che in questi giorni 'arriva' in Italia grazie alle Paoline con un nuovo testo #NOI STIAMO A CASA (in formato ebook. Dal 20 aprile anche cartaceo), che nasce dall’urgenza di dover dire qualcosa sul momento difficile che stiamo vivendo e dare indicazioni, suggerimenti, spunti di riflessione per viverlo al meglio.



“Saper sopportare gli altri – spiega l’autore -, nonché se stessi, saper vivere insieme se non addirittura nell’unità, è un’arte molto elevata. Noi monaci tentiamo costantemente di esercitarci in quest’arte. E nel farlo, abbiamo scoperto alcuni tesori che siamo chiamati noi per primi a riscoprire costantemente; è anche uno degli scopi di questo libro. Abbiamo elaborato soluzioni concrete che possono funzionare anche al di fuori di un monastero, tanto più in questa situazione eccezionale, ma anche, più in generale, ovunque esistano momenti di crisi e di svolta. Offrire e condividere con voi questi tesori, questi percorsi, queste soluzioni è il mio auspicio”.

Ma come rendere nostri i criteri Benedettini?

Ce lo spiega Romano Cappelletto, ufficio stampa delle Paoline: “La bellezza della Regola di San Benedetto e dei criteri su cui si fonda è che, adattati al nostro tempo e alla nostra condizione di vita, quei criteri rimangono validi ancora oggi. E non soltanto per i monaci. “Tradotti” per una vita secolare, invitano infatti all’empatia, all’ascolto, al rispetto delle regole, al fare la propria parte … Ottimi criteri di vita, direi! E ottime indicazioni per la vita “reclusa” a cui siamo tutti costretti in queste settimane”.

Solitudine e silenzio, ma anche tempo, relazione, comunità sono tutte ‘parole’ che in questo primo mese di ‘clausura’ hanno cambiato significato: cosa significano ora?

“Più che cambiarlo, direi che quelle parole il significato lo stanno ritrovando – continua Cappelletto -. Nel suo libro, Grün ce lo fa capire chiaramente: il silenzio torna ad essere spazio di crescita e arricchimento; il tempo non è più tempo delle lancette che scorrono, ma tempo “opportuno”, tempo “donato”; la relazione e la comunità non significano più uno stare accanto gli uni agli altri, ma stare insieme, in un rapporto di reciproca cura. L’auspicio, naturalmente, è che questo significato “ritrovato” non si perda con la fine dell’emergenza”.

Un momento indubbiamente complesso, quello che stiamo vivendo, per tutti e per la comunità che crede.

“Quello che stiamo vivendo è al tempo stesso un lungo digiuno ma anche una delle più grandi sfide che la Chiesa si sia trovata a vivere negli ultimi secoli – spiega Suor Mariangela Tassielli, responsabile Paoline libri -, soprattutto la Chiesa occidentale, europea, del secondo e terzo millennio. Un digiuno, sofferto e intenso, dai sacramenti, dalle celebrazioni, dal senso di comunità, che ha nel digiuno eucaristico il vertice della sua “drammaticità”. Perché così, come un dramma nel dramma, lo sta vivendo la comunità credente cattolica. Ed è un’esperienza per lo più sconosciuta con la quale ci si sta misurando… Ma questo tempo, a mio parere, è anche una grande sfida posta alla fede dei cristiani cattolici. Un’assenza può essere motivo di rimpianto o di rinnovamento. Possiamo limitarci a una sterile nostalgia. Possiamo trasformare il web in una reiterazione delle stesse cose, stessi riti, semplicemente spostati su piani diversi, illudendoci di ricrearli esattamente uguali. Per esempio, celebriamo l’eucaristia, attorno a un sacerdote e a un altare, pensando che questo sia «eucaristia». Ma basta? Forse no. E non soltanto perché non ci siamo comunicati. Perché ci sia eucaristia ci deve essere comunità. E allora forse proprio in questa situazione strana possiamo cercare quel di più che questo momento può insegnarci, chiederci, proporci. Se celebrando l’eucaristia ci sentiremo uniti, in Cristo, da un unico Spirito che, anche nella differenza di lingue, culture, riti, tradizioni, tecnologie, fa di tutti noi un unico popolo credente, allora forse anche questo digiuno avrà un suo senso e un suo effetto. Ma questa è solo una delle tantissime sfide a cui la comunità credente è chiamata.Forse, dovendo associare a «sfide» un parola-sintesi, direi: «comunione».Il covid-19 è arrivato in un momento in cui i Paesi del mondo stavano alzando muri. Ci ha dimostrato che nel bene e nel male non si torna indietro: siamo un’unica umanità. Trattenendoci al chiuso di muri fisici ci sta facendo gustare il bello e il buono di una comunità connessa e plurale. Forse è il momento in cui passare dal solo noi (clan, gruppo, confessione religiosa) che esclude e differenzia al tutti noi (figli di Dio salvati) che include e condivide”.



Come vi state preparando alla Pasqua?

“Difficile dirlo. I modi sono tanti, ma per forza di cose la rete ci unirà. Ed è, almeno personalmente, un’esperienza straordinaria. Più che dalla tv seguo le celebrazioni in streaming dai social e così facendo ho modo di mettermi in ascolto con il dolore, le paure, le speranze, i desideri di altre migliaia di persone da tutto il mondo che scrivono e rendono prezioso quel momento ecclesiale. Prepararsi alla Pasqua sentendosi – e vedendosi – concretamente parte viva di un’umanità abbracciata da Dio, che a Dio sta alzando le mani e il cuore, credo che sia un sorprendente modo di celebrare quel dono universale, la salvezza di tutti, che è il cuore stesso della Pasqua”.

In cosa sarà diversa?

“In tutto, o almeno spero – prosegue Suor Mariangela -! Spero che sapremo gustare il senso di ogni privazione, per riscoprire il valore di ciò che ci sta a cuore. Sembra un rompicapo ma non lo è. È un augurio. Pasqua è passaggio, almeno nella concezione e nell’esperienza dell’antico Israele. Ma Pasqua è risurrezione, vita nuova, fresca, zampillante, effervescente. Vita che la morte non lede, non blocca; vita che, paradossalmente, proprio perché uccisa, risorge. Ecco, io spero che riusciremo a passare da ciò che eravamo a ciò che possiamo più autenticamente essere. Mi auguro che sapremo rinnovare la nostra vita e la nostra società proprio a partire dal dare più valore alle cose importanti di cui in questo momento sentiamo un’immensa nostalgia. Mi auguro che sapremo reinventare i riti – penso a quelli religiosi ma anche e soprattutto a quelli umani – renderli coraggiosi e controcorrente, capaci di far trasparire umanità autentica”.

Come possiamo noi adattare il rito al momento?

“«I riti», dice padre Grun nel suo libro, «sono i binari dell’anima». Per questo più che adattare, possiamo riscoprire, reinventare appunto, passando da qualcosa di vissuto per tradizione o per abitudine a qualcosa di riscoperto, accolto e scelto. Se parliamo della Pasqua e delle celebrazioni religiose allora certamente il rito in sé non possiamo trasformarlo, ma certamente possiamo riscoprirne il senso, il fondamento e quindi viverlo diversamente nella nostra casa, Chiesa domestica. Riscoprirne il fondamento, credo che sia più urgente del semplice riadattare. Non sono così certa, per esempio, che la Pasqua di risurrezione celebrata nelle chiese per anni abbia portato effettivamente un profumo di vita risorta nelle nostre relazioni, in famiglia, nelle scelte sul lavoro, nel modo di vivere e attuare una vita sociale e civile. E allora forse c’era sì un rito vissuto, ma probabilmente svuotato del suo significato. Oggi, riscoprire, rifondare in senso forte, può essere il passo da compiere. Ma penso anche ai riti umani, alle routine di ogni giorno sempre così impastate di fretta, efficientismo, spesso superficialità, stanchezza… Ecco questi riti, in questo tempo di «quarantena», siamo stati costretti ad adattarli: nuovi modi di insegnare, di parlare, di incontrare, di fare colazione o pranzo, di investire tempo ed energie. Ma poi, nel tempo della ripartenza avremo la possibilità di scegliere come e quali nuovi riti inventare, costruire condividere… Avremo più possibilità di scegliere come e cosa cambiare perché saremo più consapevoli di cosa stavamo rischiando di perdere”, conclude Suor Mariangela.

Il non poter incontrare gli altri può diventare occasione per ripensare noi stessi?

“Ho avuto la fortuna di leggere il libro di Grün in anteprima – riprende Cappelletto -. Devo dire, da lettore, e non solo da ufficio stampa della casa editrice che lo ha pubblicato, che il suo grande pregio, al di là dei singoli consigli e delle singole riflessioni, è proprio il far cambiare prospettiva al lettore. Ecco allora che, ad esempio, la solitudine, condizione normalmente temuta, può diventare occasione di crescita e conoscenza di se stessi. Mi piace molto quando Grün scrive: “Chi sono, che cosa penso, cosa provo? Nel silenzio, osser­vando me stesso, imparo a conoscermi meglio. Ho raggiunto una certa distanza, in quanto non giudi­co e non condanno; e allo stesso tempo, sono io a non essere giudicato né condannato; sono io a tro­varmi faccia a faccia con Dio. Questa esperienza, proprio questo non-giudicare, non-condannare è il fondamento su cui costruire un corretto rapporto di vicinanza/lontananza con gli altri”. E, ancora: “Chi non riesce a stare da solo con se stesso, non riesce nep­pure a stare con gli altri. Ecco un’idea che ci può illuminare e dare sollievo: proprio nelle situazioni eccezionali, non solo possiamo, ma dobbiamo riti­rarci per un po’ dalla calca. Ciascuno ha bisogno di una nicchia. Una volta trovata, è bene utilizzarla per sé e per le proprie esigenze, rincantucciandosi lì di volta in volta. Sì, c’è bisogno di esperienze di nicchia nella nostra vita”.

Quanto lo stare insieme può essere cura e quanto condanna?

“Essere costretti a rimanere chiusi in casa, magari con le persone che si ama, può essere un’occasione per ritrovarsi, per donarsi tempo, per ri-conoscersi. Ma, purtroppo, ci sono situazioni difficili, che la reclusione forzata rende, se possibile, ancora più drammatiche. Giornali e tv non ne stanno parlando abbastanza, ma andando a cercare tra le notizie di cronaca, leggiamo ad esempio che le violenze domestiche sono in questo momento aumentate, con l’aggravante che la “clausura” rende più difficile per le vittime fuggirne e denunciarle. Ma penso anche alla situazione di chi vive una dipendenza (alcol, droga, ludopatia ecc.): situazione difficile se vive da solo, drammatica se vive in famiglia. Proprio per questo le istituzioni e il mondo dell’informazione dovrebbero sottolineare che, pur con le difficoltà del momento, esistono realtà pienamente operative - centri antiviolenza, centri sulle dipendenze, associazioni - che possono venire in aiuto. Ci sono, e sono tante. Bisogna solo parlarne di più”.

https://www2.paolinestore.it/shop/noistiamoacasa-13836.html


30 visualizzazioni

©2018 by ask4angela

This site was designed with the
.com
website builder. Create your website today.
Start Now