• Angela Iantosca

Le donne? Il soffitto di cristallo dello sport

Le vittorie non sono sempre perfette. O forse non lo sono quasi mai. Sono polverose, faticose, affaticate e stanche. Nascono da sconfitte, da dolori e rinunce. Ma anche dalla tenacia di chi crede nei sogni, di chi segue le passioni e non sa cosa sia la resa. A raccontarci di queste vittorie nel suo ultimo libro il giornalista Federico Vergari.

“Vittorie imperfette – Storie di donne e uomini che non si sono arresi” (edito da Lab DFG, con prefazione di Sandro Fioravanti, in libreria dall'11 giugno): perché questo titolo?

“Il titolo del libro è nato quasi casualmente. Avevamo raccolto quasi tutte le storie ma non c’era un titolo. Ci siamo messi a tavolino con l’ufficio stampa e l’editore e abbiamo messo sul tavolo quello che ci veniva in mente come titolo per queste 20 storie + una, come dico sempre io! Storie di uomini e donne che nella loro vita hanno conosciuto la vittoria, ma anche le cadute. Così è arrivata l'ispirazione ed è nato il titolo con quella parola “imperfette” posta dopo una parola epica come lo è "vittoria"! Credo che sia romantico raccontare storie di vittoria che partono da piccole o grandi sconfitte”.



Siamo nella società dopata delle vittorie necessarie, delle performance, dei risultati: quanto è importante raccontare le sconfitte e quanto è educativo?

“Io credo che sia bello tanto che nella mia testa ho un progetto di racconti di sconfitte. Secondo me si può raccontare dando una narrazione anche se non c’è il lieto fine. Si può raccontare una sconfitta, un momento difficile che resta un momento difficile. E credo che si possa fare buona letteratura sportiva senza per forza dover mettere l'happy end. Arrigo Sacchi, che è stato un eccellente allenatore di calcio, diceva “Insegna più una sconfitta che 100 vittorie”. Perché nel momento in cui perdi, ti fermi, ci ragioni, puoi correggerti. Se si analizzano le carriere di tutti, c’è sempre una metà di sconfitte, se non di più, e una metà di vittorie. Sicuramente è più fragorose una caduta dopo tante vittorie, più che una costruzione di vittorie sulle sconfitte. Potremmo dire che è più ‘ecologica’ come costruzione…”.

Come hai fatto a selezionare le storie?

“C’è stato un grande lavoro di squadra: Giovanni Di Giorgi che è stato il curatore, mi ha consigliato alcune storie che poi io sono andato a verificare. Per esempio lui mi ha suggerito Chiara Pellacani, tuffatrice non ancora maggiorenne, di una forza e una maturità straordinaria! Altre le ho rintracciate e pensate partendo dal mio cuore e dal mio raggio di azione lavorativo. Come nel caso di Marco Pantani, che è stato fondamentale nella mia vita e nella mia crescita: è stato bello fargli una intervista impossibile, come si faceva qualche decennio fa su Radio Rai. L’ho intervistato immaginando che fossero gli anni Novanta, prima che diventasse il pirata. Oppure Alex Zanardi che ho raccontato da un punto di vista sociologico. Zanardi, cosa che pochi ricordano, ha avuto l’incidente dopo l’11 settembre. Era un periodo particolare e lui ha cambiato il corso della storia creando quello che io definisco il 'momento Zanardi', che è il momento in cui ognuno di noi si rimette in piedi dopo che qualcosa ti ha stroncato le gambe. Dopo due mesi dall’incidente è andato a ritirare un premio a Bologna mettendosi in piedi con le protesi: straordinario!".

C'è anche Federica Pellegrini.

"L'ho inserita in un modo particolare. Su di lei sono state spese tantissime parole. Ma io ho cercato di raccontarla in un altro modo: la scorsa estate ero in Birmania, in viaggio di nozze. Mi arriva la notizia del mondiale e della sua vittoria. Mentre ero lì, ho approfondito meglio la figura Aung San Suu Kyi, il cui nome significa “una brillante raccolta di strane vittorie”. Così, nel racconto, ho messo insieme il mio viaggio in Birmania e Federica Pellegrini. Inoltre, poiché lei aveva detto che era appassionata di Oriana Fallaci ed era il 50esimo dello sbarco sulla Luna – e ricordiamo che la Fallaci è stata l’unica donna a essere a Houston quel 20 luglio del 1969 – ho inserito anche lei nel racconto. Oltre ad Alfonsina Strada, la prima donna che ha corso il Giro d’Italia e che nel 1924 è stata l'unica donna a girarlo con gli uomini”.

Che differenza c’è nello sport tra uomini e donne?

“Dal mio punto di vista non credo ci sia una differenza tra maschi femmine: la fatica e il sudore di una donna valgono come quello dell’uomo. Penso a Bebe Vio, alle ragazze del mondiale del 2019, a Federica Pellegrini. Nello sport è identico tutto. Se facciamo un discorso politico è evidente che c’è un gap di salario tra lo sport maschile e femminile che spero si possa annullare definitivamente”.

La nazionale calcio femminile ai mondiali è stata una grande vittoria.

“Quando parlo di Elisa Bartoli, difensore della Roma e della Nazionale, uso l’espressione “soffitto di cristallo” che si usa nella politica americana quando c’è una donna che potrebbe vincere delle elezioni, battendo un uomo. Ecco sono convinto che il calcio femminile riuscirà ad affermarsi e sarà un volano fortissimo per lo sport italiano. Con il mondiale del 2019 si sono fatti molti passi in avanti”.

Di cosa credi ci sarebbe bisogno?

“Dovremmo stare più attenti alle parole! Prima di incontrare la Bartoli ho intervistato tante calciatrici e tutte mi parlavano dei loro inizi: volevamo solo giocare a pallone per divertirsi eppure le mamme o le maestre la prima cosa che domandavano erano “perché il calcio?”. Superiamo gli stereotipi! E credo che a superarle debbano essere per prime le donne, che più spesso pongono questa domanda! La stessa Bartoli dice che tutti gli uomini che hanno incrociato capivano meglio delle donne quanto fosse bello giocare calcio”.

Quanto è importante raccontare bene lo sport, sconfitte comprese?

“Il raccontare bene lo sport è un modo per raccontare il tessuto sociale di un’epoca”.

©2018 by ask4angela

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