• Angela Iantosca

Le donne di Scampia... da tradurre in poesia

L’ho conosciuto anni fa. Quando ancora frequentava le scuole superiori. L’ho conosciuto a Scampia. La sua Scampia.

Da quella lontana prima volta, ci sono state altre occasioni durante le quali ci siamo incontrati, sempre nello stesso luogo. In quel quartiere in cui sembra difficile immaginare la bellezza. Ma lui l’ha saputo fare. Perché la verità è che la bellezza è negli occhi di chi guarda. Come la poesia. Qualcuno lo chiama il 'poeta di Scampia', ma oggi Emanuele Cerullo è pronto a dimostrare di poter andare oltre quell'etichetta.


Foto di Mattia Tarantino


A che pubblicazione sei arrivato?

“Alla seconda. Ma sono ancora on the road, mi sto avvicinando alla narrativa e alla saggistica”.



In questi anni hai dimostrato che la bellezza può essere coltivata ovunque, basta saperla cogliere, vedere e coltivare!

“E sono contento di averlo dimostrato. Ma io non mi conosco ancora e continuerò ad autocontestarmi per rinnovarmi. Non mi piace vedermi in tv, sono troppo consolatorio. Non ho riscontrato quell’indignazione che è stata indispensabile per me. Allora non voglio solo confortare, io voglio anche rompere le scatole stanando la marginalità delle cose. E nei miei prossimi lavori proverò a dimostrare che non sono solo il poeta di Scampia”.

Cosa ancora non si racconta delle Vele?

“Tante cose. È un microcosmo che raccoglie contraddizioni e peculiarità di un popolo (napoletano, ma non solo). Ci ho abitato fino al 2007 e a volte ci ritorno, ci incontriamo silenziosamente, come due amanti clandestini. Tante facce nuove, tranne la sua, che è l’unica che mi riconosce (e la cosa mi diverte). Nulla di romantico, chiariamo: il mio rapporto con la mia Vela è di natura conoscitiva, quindi assai complesso e tormentato. Quando mi incammino nel ventre di Scampia ritrovo parole nuove, storie nuove, sfumature nuove del presente trasandato e anche sfumature nuove del mio passato che non mi fanno scivolare mai nella mera nostalgia”.

Le donne e Scampia. Sono da tradurre in poesia?

“Certamente”.

Le donne e la camorra: a cosa si può fare appello per richiamarle al 'ruolo' ancestrale di essere che dà la vita e che quindi non può produrre morte?

“Essere liberi dal bisogno e non cedere al guadagno (sia esso guadagno facile o guadagno in aggiunta a quanto guadagni, che di per sé ti fa vivere già bene) sono due condizioni che andrebbero valutate caso per caso, storia per storia. La dimensione che si deve andare a toccare, a mio avviso, è quella familiare, che è il loro humus primigenio. Ci sono donne che preferiscono vedere il proprio figlio in carcere piuttosto che in una tomba. Punito dalla vita e non da chi quella vita la spegne. Ma ci sono anche donne che non ascolterebbero appelli, perché vivono con una mentalità bestiale troppo ramificata. Questa domanda esigerebbe digressioni che in un’intervista preferisco evitare per non abusare della pazienza dei lettori. Ci rifletterò ancora”.

Cosa c'è di fronte a te?

“La necessità di comprendere questo mondo. Non per cambiarlo, ma per renderlo comprensibile.

Fuor di metafora, pile di libri da leggere, qualche merlo e il fruscio delle foglie sovrastato dalle esortazioni del pescivendolo e da qualche clacson”.

Cosa ti ha tolto e cosa ti ha dato il lockdown?

“Mi ha tolto, innanzitutto, la possibilità di viaggiare. Ho dovuto annullare molti viaggi (Trenitalia non mi ha ancora rimborsato). Mi ha offerto, di contro, il privilegio di riflettere sul corpo, sullo spazio domestico, su quanto sono disordinato. Mi ha dato anche qualche spunto. Mi ha dato un’ulteriore conferma dell’essenza irrealistica della realtà. Su ogni vicenda ci sono sempre elementi aggiuntivi, che complicano e arricchiscono questo teatro del mondo. Lo avevo capito già negli anni scorsi ma spalmarlo in pochi mesi è stata un’occasione unica. E poi mi ha fatto incontrare con me stesso. Non è una cosa nuova: chi mi conosce sa che ho bisogno della mia dose giornaliera di solitudine. Ma l’incontro con sé non è da tutti, ho capito anche questo. Alcuni lo trovano opprimente, io no. Un po’ di silenzio, finalmente”.

Quanto ti mancano le scuole dove spesso sei invitato?

“Mi mancano, eccome. Nelle scuole mi sento troppo carico e la tensione civile di un autore non può che passare per la scuola, che è una fucina. Ma agli studenti dico sempre: noi non siamo il futuro, noi siamo il presente più credibile. Quindi riscopriamo l’importanza della memoria (la storia) e impariamo a comprendere la nostra civiltà (la letteratura). Non mi piace l’idea di una cultura rivolta a uso e consumo degli specialisti e non mi piace l’immagine dell’autore “aulico”, patinato. La cultura ci aiuta a individuare l’invisibilità di oppressori e oppressi. Il segreto è raccontare la storia, anche quando è storia della letteratura. Soprattutto in un periodo come il nostro che ha ridotto una storia a quindici secondi. Sono sollevabili, quei secondi, se la letteratura è un oceano di storie. Non ho dubbi: nelle scuole io ci andrei tutti i giorni. Ecco perché continuerò a scrivere e parteciperò al concorso a cattedra”.

Napoli in una poesia... 

“Quelle di Raffaele Viviani”.

©2018 by ask4angela

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