Cerca
  • Angela Iantosca

La Storia in una immagine

C’è una foto che appartiene ai libri della Storia contemporanea. Una foto che è impressa nelle menti di chi c’era e di chi ha rivissuto quei fatti attraverso le immagini. È la foto di Aldo Moro, ritrovato in via Caetani in una Renault 4. Morto. È il 9 maggio 1978 e a immortalare quel momento è un giovane freelance, Maurizio Piccirilli. Sono trascorsi 42 anni: il modo di scattare foto è cambiato. Nuovi fatti e nuove immagini sono venute a popolare la nostra mente. Come questo isolamento forzato che ci vede per la prima volta ad affrontare qualcosa che avevamo solo visto nei film apocalittici made in Usa.



Quale è l'immagine simbolo di questo momento?

“Sono diverse le immagini che rappresenteranno questo drammatico frangente che racconteranno nel futuro quanto accaduto nel 2020. Le strade deserte in pieno giorno, gli uomini del soccorso in tuta bianca e mascherina che soccorrono i malati. Ma forse quella che avrà maggior impatto sarà la lunga teoria di bare”.

Quale è il limite oltre il quale la sua macchina fotografica non va?

“Il limite è determinato dallo spirito del fotografo. Dalla sua capacità di immergersi nelle situazioni per coglierne tutta la loro essenza. Il dolore, la gioia, il dramma. Il degrado come la forza. È il cuore che guida la mente e indirizza lo sguardo verso quell’inquadratura che sarà congelata dallo scatto. Le migliori foto nascono dall’anima del fotografo che imprime il suo sentire in ogni immagine che riprende. La moderna tecnologia digitale purtroppo sottrae tempo allo sguardo, ad andare oltre il visto. Si producano milioni di scatti ma la maggior parte senza anima. Mere riproduzioni della realtà come in uno specchio senza coglierne lo spirito, il sentimento che ogni fotografia deve avere per restare impressa a chi la guarda. Anche per essere un colpo allo stomaco dell’osservatore”.

Si è mai fermato?

“Se per fermato vuol dire se ho posto dei limiti a cosa e a chi fotografare, la risposta è no. Senza retorica, il fotoreporter è un testimone di quanto accade, penso abbia il dover di raccontare tutto a chi non è presente a certi fatti. Per molti anni ho seguito la cronaca nera e i fatti degli Anni di piombo, poi ho frequentato i fronti di guerra. Ho fotografato omicidi, corpi straziati dalle pallottole, lacerati dalle bombe. Volti di giovani vittime degli stupri di guerra in Bosnia. Se mi fossi fermato e come me altri fotografi, che ne sarebbe di quelle violenze? Solo statistiche. La foto del ritrovamento del corpo senza vita di Aldo Moro alla quale si riferiva prima, ne è un esempio. Quella fotografia ha fatto capire a tanti che le Brigate Rosse non erano rivoluzionari ma assassini. Possiamo anche parlare di foto violente, truci ma sono quelle che risvegliano le coscienze di tanti che preferiscono ignorare oggi più di ieri quanto accade lontano dalle comodità di casa nostra. La foto del piccolo Alan riverso sulla spiaggia turca ha richiamato l’attenzione mondiale sul dramma dei profughi in fuga dalla guerra in Siria. Oggi con la privacy si oscura la realtà, si censura, si imbonisce. Pensi ai femminicidi. Di queste donne abbiamo solo visi sorridenti, magari al mare. Nessun corpo sanguinante, nessun viso tumefatto. La gente sente la notizia e va avanti. Penso che l’immagine della violenza avrebbe un altro impatto, farebbe capire che non si tratta di astrazioni e forse, sentendo urlare dall’appartamento a fianco qualcuno potrebbe sentire il dovere di chiamare la polizia. La privacy è divenuta l’alibi per difendere la nostra ipocrisia di fronte a certi drammi”.

Quale servizio fotografico l'ha segnata per sempre?

“Molti. Tutti. Ogni volta che si segue una storia, soprattutto quelle drammatiche un frammento di esse resta dentro. Lo si porta dietro. Ho seguito cinque terremoti in Italia dal 1981 fino a quello di Amatrice, ogni volta lo stessa angoscia, repressa durante il lavoro svolto. A volte può sembrare con cinismo ma necessario per non fermarsi. Poi l’animo assorbe. In tutti questi anni, tra avvenimenti grandi o marginali, i frammenti rimasti incastonati in me sono tanti”.

Come è cambiato questo mestiere?

“Molto. Da una parte la tecnologia che aiuta e semplifica la vita. Dall’altra i divieti, come dicevo la privacy, che oscura un bambino italiano ma sbatte in prima pagina uno siriano. I giornali che danno meno spazio alle immagini. Un certo giornalismo imperante fatto di senzazionalismo e polemico fino al volta stomaco. Guradi che succede in questo giorni di emergenza Covid 19. Tutti a dare spazio alla qualunque pur di attirare audience senza dignità per un’informazione oltre che corretta anche rispettosa. E tutti a mettersi in mostra. Giornalisti sapientini esperti infettivologi e di situazioni di crisi che non sono mai usciti da una redazione. Un po’ come quelli che discettano di geopolitica e non sono andati oltre il Raccordo anulare, però hanno letto tanto”.

Cosa si è rifiutato di fotografare nella sua vita?

“Nulla. Mi sono rifiutato di realizzare foto artefatte per compiacere a volte alcuni direttori ispirati al narcisismo professionale piuttosto che alla buona informazione”.

Giornalista professionista e fotoreporter. Il suo ultimo libro “Carabiniei Kaput” (All Arund) come è nato?

“Nasce per caso e per quella curiosità che è la dote essenziale per fare il reporter. Un giorno parlando con l’allora presidente della Comunità ebraica di Roma, Riccardo Pacifici, mi disse che nove giorni prima del rastrellamento degli ebrei romani, i nazisti avevano fatto piazza pulitia dei carabinieri a Roma per non aver intralci. Un episodio di cui non si trova traccia neppure nella storia dell’Arma dei carabinieri se non marginalmente”.

Come ha proceduto nella ricerca?

“Ho seguito diversi filoni. Il primo quello documentaristico cercando riscontri nell’Ufficio storico dell’Arma che ringrazio per il sostegno che mi hanno dato. Quindi mi sono messo alla ricerca di eventuali sopravvissuti. Ne ho trovati tre ancora in buona salute e con tanti ricordi da riferire. Un aiuto a comprendere quel periodo e come si viveva in quei giorni a Roma è venuto anche dai racconti che mia madre mi ha regalato poco prima di morire”.

Sta scrivendo qualcosa?

“Dopo essermi dedicato a scrivere libri sul terrorismo jihadista,su Osama bin Laden scrittore di poesie, questo libro, Carabinieri kaputt, in qualche modo storico, in questo momento riordino le idee e l’archivio fotografico. Chissà che non ne esca qualcosa. Ma proprio in queste ore ho aderito all'iniziativa della mia casa editrice All Around edizioni. Ho scritto una breve storia di amicizia tra animali, una sorta di favola, inserita in un antologia digitale che raccoglie racconti, storie e cronaca su questo momento che stiamo vivendo. È disponibile su tutte le piattaforme Amazon e Kobo”.

Cosa sta leggendo?

“Un libro in qualche modo in tema con il momento di isolazionismo coatto: “Vita con gli orsi” di Robert F. Leslie le avventure di un cercatore d’oro nelle foreste del Canada, in completa solitudine. Aiuta a stare a casa”.

È una occasione ciò che ci sta capitando?

“Sarà una occasione se sapremo trarre degli insegnamenti. Questo periodo dimostra che si può fare a meno di molte cose. Di quanto la lettura sia importante. Come sia importante conoscere e parlare con i nostri conviventi. Troppo spesso le famiglie si sono trovate, prima di ora, a parlare poco travolte dai ritmi. Possiamo cercare di fare tesoro della lentezza… di dosare il nostro vivere lungo un tempo scandito non più dal correre verso obiettivi poco più che miraggi”.

65 visualizzazioni

©2018 by ask4angela

This site was designed with the
.com
website builder. Create your website today.
Start Now