Cerca
  • Angela Iantosca

La scuola fa più paura della giustizia

Per lui la legalità è come un maglione. Anche, anzi, soprattutto, in un luogo come Caivano e il Parco Verde, dove vive e resiste da sempre e di cui si sente parlare di rado in tv o sui giornali e soprattutto quando è stato commesso un omicidio, una retata, quando è accaduto qualcosa che può confermare l’immagine che tutti abbiamo di quei luoghi che sono terra dei fuochi, di camorra, dei veleni. È vero. Ma anche molto altro. Sono terra di solidarietà, di mamme combattenti, di campetti di calcio protetti dal malaffare, di parchi realizzati con il riciclo delle gomme delle auto, di Maurizio Patricello e di Antonio Trillicoso, giornalista, scrittore e insegnante presso L’Istituto Comprensivo Cilea – Mameli.

Come stai vivendo questo momento?

“Tranquillo con una sottile preoccupazione per ciò che accade in Italia. Scrivo e leggo molto. Cose messe da parte da mesi come articoli di giornale, idee di progetti e libri che uno a uno sto finendo”.


Stai scrivendo?

“Abbastanza, prima di tutto ho cominciato un diario annotando ciò che leggo, che guardo non solo in ambito culturale, ma anche ricette, programmi televisivi, film, documentari, notizie particolari, curiosità, come lo stesso resoconto dei contagi. Poi sto ultimando un libro e qua e là qualche poesia. Seguo il consiglio di Eduardo De Filippo che diceva che quando si bloccava su qualcosa che stava scrivendo o cera qualche situazione o parola particolare scriveva poesie o piccoli racconti. Da tempo seguo questo ‘consiglio’”.

Da più parti arriva l'allarme rispetto alle mafie e al margine di crescita che hanno in questo momento: cosa ne pensi?

“Penso che è un allarme più che giustificato. Ci sono due fronti molto importanti e in qualche modo non considerati con la giusta pericolosità. Che nelle prossime settimane che avranno la loro massima esplosione che riverberi sociali appena finirà l’allarme e il lockdown. Prima quello lanciato dai magistrati sullo ‘svuota-carceri’ che vede il giudice Catello Maresca in prima linea che sta mettendo fuori decine di pericolosi criminali tra cui anche chi era al 46bis. Con questi personaggi liberi inevitabilmente ci saranno delle conseguenze non da poco. Poi il ‘prestito’ a famiglie bisognose da parte dei clan. Sono delle vere e proprie cambiali in bianco. Dopo a queste famiglie indebitate potranno chiedere di tutto per azzerare il loro ‘debito’ non solo in termini economici ma con l’impiego in azioni criminose molto importanti. Uno scenario non apocalittico come sta dicendo qualcuno ma reale e che non tarderà a realizzarsi”.

Che aria si respira nella tua terra?

“Molto pesante. E gli effetti si sono già visti giorni fa con la pubblicazione degli elenchi delle persone che possono accedere ai fondi regionali per gli aiuti alle famiglie. Sono dovuti intervenire le forze dell’ordine per placare e disciplinare la situazione. Nella mia zona con il Parco Verde da una parte, le Salicelle dall’altra e altri piccole sacche dei comuni vicini, di emarginazione e di povertà vera e propria si rischia grosso. Sono fenomeni che non devono essere sottovalutati e non devono essere fatti rientrare nel ‘normale andamento degli avvenimenti’ come troppo spesso accade e vengono definiti superficialmente. È necessario che enti, amministrazioni, associazioni facciano il suo compito e cerchino di agevolare ciò che adesso è un fuoco sotto la cenere”.

Ti occupi molto di ragazzi da sempre: come li cambierà tutto questo?

“Li cambierà nel fatto che già adesso, solo dopo due mesi, hanno alterato i loro ritmi e le consuetudini di vita. Da quella familiare a stare tanto tempo chiusi in casa a quella scolastica con le videolezioni. Li cambierà nei rapporti umani soprattutto e qui che ci deve essere la massima attenzione. All’inizio dopo che tutto passerà saranno distanti e sottilmente sospettosi di avere contatti verso gli altri. Poi starà a noi adulti, che non dobbiamo farci prendere dalla stessa prevenzione, a facilitarli nel riassaporare le emozioni dell’abbraccio e del contatto fisico, fondamentale per il nostro stesso vivere. Li cambierà nel ridimensionare tutto quanto accade attorno a loro e valorizzare alcuni aspetti, situazioni e realtà che l’ambiente ristretto delle mura domestiche ti porta a contemplare”.

Come è cambiato l'insegnamento?

“Tanto. Dico radicalmente, almeno per come sono abituato a insegnare io. Ma sento che molti colleghi si trovano nelle stesse mie condizioni e soffrono questa distanza con i loro alunni e l’ambiente della scuola stessa. E’ diventato faticoso perché devi sforzarti di creare empatia, coinvolgimento e passione. Ciò che succede quando sei in classe è qualcosa di enorme, di magico. Dalle cose più semplici del saluto entrando in classe, di ciò che si crea mentre si spiega, mentre si cerca di far comprendere certi argomenti. Si è perso un po’ di verità, di quella complicità che avendo il ragazzo a poca distanza si crea quando sei insieme nella stessa stanza. Lo scherzare, il fare una battuta scaturita da una parola, da una smorfia, da un atteggiamento. Ma anche la serietà e i momenti di autorevolezza che sono importanti nella conduzione di una classe. Manca qualcosa di fondamentale per me: la modulazione della voce che per quanto ti sforzi attraverso un computer non potrà mai replicarsi. Tutto questo manca…terribilmente manca. Ma da bravi insegnanti dobbiamo fare in modo che questo anche sbiaditamente non manchi ai ragazzi. In questo entra in gioco il ruolo e la professionalità di un insegnante che è fondamentale, perché hai ragazzi che ti sono stati affidati non puoi deluderli, sarebbe un ‘crimine’ contro la loro dignità”.

Ci sono più Italie nella gestione scolastica del virus? Mi riferisco a computer, connessione... Laddove ciò manca come sopperite?

“Come stiamo combinati è difficile non avere un collegamento internet. Ci sono scuole che si stanno attrezzando per far avere un computer, un tablet a ogni ragazzo per permettergli di fare lezione e svolgere i compiti assegnati. Mi ha molto colpito quella insegnante dei quartiere Spagnoli di Napoli che porta alimenti e stando in strada colloquia ogni giorno con ragazzi con spiegazioni e corregge compiti. Questa è una situazione estrema ma molto bella dal punto di vista sociale. Il problema che seppur volessimo uscire non ce lo permettono le limitazioni e la distanza sociale. Come fare nel frattempo? Usare tutte le strategie tecnologiche possibile a disposizioni. La maggior parte delle famiglie anche se non hanno computer e altri macchinari tecnologici sono dotati tutti di social come Facebook e Whatsapp. Usarli e creare comunque un contatto con chi non ha le possibilità. Cosa che mi sembra la Regione se ne sia fatta carico e stia sopperendo con aiuti alle famiglie disagiate. Informarsi di amici dei bambini che sono vicino di casa per usare telefonino o altro, parenti e conoscenti. In tempi di estremo emergenza devono essere trovati estreme strategie. È non è una cosa tanto difficile anche perché si può fare e si deve fare”.

L'insegnamento in classe può far la differenza soprattutto dove si vive il disagio?

“Assolutamente sì. Non può, ma fa nettamente la differenza. Di solito, quasi sempre ci troviamo di fronte a situazioni di emergenza dove i genitori sono analfabeti e fratelli e sorelle hanno frequentato poco se non per niente la scuola. Quindi di solito ci si attiene solo a quello che si fa in classe. Una volta usciti dalla scuola questi bambini fanno tutt’altro che prendere i quaderni, libri e farei compiti. Ci troviamo quasi sempre di fronte a ragazzi intelligentissimi dotati di gran di talenti e potenzialità inespresse che se guidati potrebbero raggiungere livelli di istruzione molto alti. E qui che la scuola deve intervenire e fare di tutto perché prima di tutto frequentino la scuola regolarmente e vengano seguiti per fargli apprendere quelle nozioni, per fargli raggiungere almeno i livelli minimi e dove è possibile anche livelli più alti”.

Cosa manca di più ai ragazzi?

“Manca la routine della giornata. Routine in senso positivo: l’andare a scuola, la palestra il pomeriggio, il fare i compiti, l’incontro con i loro amici. La normale strutturazione della giornata che avevano. Credo che siano un po’ destabilizzati. Anche se vedo che molti genitori specialmente per i più piccoli organizzano gare di disegni, di pasta e chi ha spazio anche giocare a pallone e chi ha il cortile giri con le biciclette. C’è un coinvolgimento maggiore tra i vai componenti della famiglia e questo è un bene ma manca appunto la regolarità dei vari momenti e dei luoghi della giornata. Adesso vivono in uno spazio molto più ristretto che è la casa, dove si gioca, si mangia, si fa scuola, si dorme. La casa multiuso”.

Chi vive il maggiore disagio?

“Credo proprio i ragazzi. Gli adulti in un certo senso si abituano facilmente i ragazzi proprio perché sono minori hanno bisogno di spazi diversi per esprimersi e costretti al luogo chiuso li rende forse anche nervosi e insofferenti”.



La scuola fa 'ancora' più paura della giustizia? Perché?

“Sì. Lo dico con convinzione perché la scuola è il luogo della formazione culturale e preparazione non solo al futuro ma anche dell’oggi. La scuola fa paura più della giustizia. Il compito della giustizia è di indagare e arrestare, fare processi e condannare. Un lavoro duro, difficile e che è fondamentale per combattere il dilagare della criminalità soprattutto quando si insinua e si infiltra nelle istituzioni. La scuola forma le menti, riesce a far acquisire l’atto del discernimento: quello del saper leggere tra le righe delle situazioni e delle realtà. Ciò porta a scegliere da che parte stare. E in zone definite eufemisticamente ‘a rischio’ la scuola distoglie ragazzi che normalmente sono facili prede della criminalità per alimentare la loro manovalanza. Portare un ragazzo a farsi domande e a chiedersi qual è la strada giusta crea scompiglio nel paradossale mondo della criminalità dove tutto è organizzato e uniformato a condurre la vita in certo modo. Un ragazzo che ha il padre in carcere, la sorella di quindici anni già con un figlio col marito che compie reati per sbarcare il lunario, il fratello che esce ed entra dal carcere per piccoli reati, la madre che lavora per il clan confezionando bustine di droga, il fratello più piccolo che fa la vedetta per lo spaccio, portarlo a fargli scegliere di continuare ad andare a scuola, frequentare associazioni e crearsi le premesse per un futuro diverse dal contesto familiare è davvero un miracolo. Ma non solo situazioni sociali limite anche per i ragazzi che vivono una certa normalità famigliare è fondamentale farli acquisire l’abilità del contraddittorio, del farsi domande e chiedersi perché avvengono certe cose è un altro miracolo. Miracoli che la scuola può fare, e riesce molto spesso a realizzare. E questa è una grande vittoria per la società”.

Cosa sarà la normalità?

“La speranza che il ritorno alla normalità sarà migliore di quella del prima Coronovirus, ma credo che invece si ritornerà al vivere allo stesso modo. Passeranno anche dei mesi per ritornare ai ritmi di prima per le limitazioni imposta dei decreti e soprattutto dal contagio, che calerà non da qui a qualche settimana ma da qui a qualche anno. Ritornare alla normalità sarà ritornare a correre con i pensieri, le azioni e i gesti. Forse i ‘gesti’ saranno quelli che tarderanno di più a tornare alla normalità per la diffidenza e per il timore che inevitabilmente ci ha segnato, ci ha preso e che ci metterà molto per liberarsi di noi. Per me che sono un passionale e vivo la vita in modo viscerale sarà una vera sofferenza confrontarmi con tutto questo”.

226 visualizzazioni

©2018 by ask4angela

This site was designed with the
.com
website builder. Create your website today.
Start Now