• Angela Iantosca

La 'mia' Vittoria che nessuno sa


No, nessuno la sa davvero Vittoria. E neanche lei la sa fino in fondo. Perché conoscersi è un viaggio. Lento, pieno di scelte, bivi, incertezze. E poi conoscersi è imparare a sentirsi. A dare ascolto all’anima che si sposta, si agita, ci solletica, ci richiama. Non è solo corpo. Anzi è soprattutto il resto ciò che ci determina. Ciò che ci fa incedere sicuri. Senza incertezze. Ciò che ci fa sentire pieni, sereni, noi. Senza paura di mostrarci. Nonostante gli altri, i loro tentativi di portarci altrove. Nel loro altrove. Di umiliarci. Di attaccarci. Di ferirci. Anche se nessuno può ferirci se sappiamo chi siamo, cosa vogliamo e quale è la direzione della nostra esistenza.

Lei lo ha fatto. Con un coraggio che pochi hanno. Nonostante gli attacchi, le minacce, i rischi.

Ci siamo conosciute un po’ di anni fa. Appuntamento in Piazza della Repubblica, in un bar. Venivo da un periodo complesso. Quando l’ho incontrata ho pensato: “Cosa abbiamo in comune?”. La mia testa era totalmente altrove. In un altrove che non era il mio. Nel salutarla le dissi: “Ci sentiamo appena torno da Lourdes”. Ricordo ancora la sua faccia… Qualche tempo dopo mi ha confessato di aver pensato: “Cosa abbiamo in comune?”. Ci sentivamo lontane, ma chi ci ha fatto incontrare, forse, ha intuito che non era così, che bastava andare oltre le apparenze e la superficie per trovarci molto più simili di quanto pensassimo. Tornata dal mio viaggio, abbiamo deciso di vederci. Ed è nato così quel pezzo di strada che abbiamo condiviso fatto di te, aperitivi ad Ostiense, pranzetti al Pigneto, giri in macchina, bagni in piscina, risate (tante) e lacrime (tante). Ricordi suoi intrecciati ai miei, balli sognati o vissuti con i nostri papà, senso di inadeguatezza, voglia di riscatto, grinta e determinazione.

È così che Vittoria Schisano mi si è pian piano svelata, arrivando ad affidarsi completamente. È così che abbiamo imparato a conoscerci, a capirci al volo, a intuire le reciproche verità. Proprio questa Vittoria abbiamo provato a raccontarla nel libro “La Vittoria che nessuno sa” (Sperling&Kupfer).

Un libro che non esaurisce la complessità di un essere umano e non dà voce a quelle parti che sono riservate agli amici e alla sua famiglia. A quella Vittoria che solo dalle 12 del mattino comincia a connettere, alla Vittoria delle scarpe basse, alla Vittoria che ha scoperto che le piace la campagna, alla donna che forse avrebbe voluto un figlio, molto più di tante donne, ma che, come me, ha dovuto far pace (forse) con questo desiderio, alla Vittoria bambina, alla Vittoria matta da legare che ha trovato una sua tranquillità nelle passeggiate nell’erba alta e nella vita semplice. Alla Vittoria che si dimentica le cose, ma quelle poco importanti. Alla Vittoria premurosa, ironica e capace di far girare la testa a tutti, per quella eleganza e bellezza che le è stata donata non da papà chirurgo, come dice lei, ma da chi l’ha fatta venire su questa Terra. Non ci interessa ciò che è stata prima di essere la nostra Vittoria. Perché ogni volta che un essere umano arriva ad essere ciò che sente di essere è una vittoria per tutti!


A che punto siamo come donne?

“Le donne ne hanno fatti tanti di passi: giocano a calcio, possono decidere se sposarsi o no e di lavorare. Hanno condotto tante battaglie sui diritti, molti sono stati conquistati altri no. Mi fanno sorridere alcune affermazioni che ancora si sentono, come chi trova un collegamento tra minigonna e violenza o chi sostiene che la bellezza e la femminilità siano un limite”.



Pensi che lo siano?

“Se sei bella fai meno fatica a dimostrare che sei anche intelligente, se sei intelligente. A volte ci sono donne che, facendo appello solo alla bellezza, non coltivano altro. È invece importante considerare la bellezza come un punto di partenza: devi studiare, applicarti, impegnarti, così come fanno tutti, e diventerai una potenza. Sicuramente fisicamente siamo più deboli. Ma non lo vedo un limite. Non mi metto in competizione con un uomo, soprattutto avendo fatto il percorso. È normale che la tenda la metta il mio compagno. Se si deve apparecchiare in un certo modo lo faccio io. Poi ci sono uomini con uno spiccato senso estetico e le cose si fanno in due. Ma, se sono sola ,faccio tutto da sola: cambio la ruota, metto la tenda e apparecchio! Nel momento in cui c’è un uomo, diamogli un senso! Siamo diversi, non pretendiamo di essere uguali. Io non voglio la parità: sono contenta di essere donna”.


Ti è capitato o ti capita di dover far più fatica a dimostrare quanto vali a causa del pregiudizio di chi ti trovi di fronte?

“Mi è capitata in passato, ma inizio ad essere una donna un po’ matura e mi è più semplice capire chi ho di fronte. Quindi mi metto solo davanti a chi mi interessa, nella consapevolezza che il pregiudizio appartiene a tutti: ai maschi, alle femmine, ai belli, ai brutti. Il pregiudizio è insito nelle persone. Ognuno vive il proprio. Ovviamente nel mio caso se sei bella sei scema, se fai l’attrice sei una poco di buono, se fai il mio percorso sei satana… Con gli uomini, grazie alla bellezza, è stato ed è semplice ‘vincere’. Alle donne in un primo momento, sei sette anni fa, all’inizio della mia nascita, dovevo dimostrare delle cose: si mettevano a braccia conserte e aspettavano di vedere cosa fossi in grado di fare. Poi hanno capito che ho una famiglia alle spalle, che sono educata. E le gambe e il resto passano in secondo piano e finisci per diventare ed essere la ragazza per bene, con una storia forte. Che non si è approfittata della sua storia, che non ha voluto fare la vittima, prima lo ero, ora sono vincitrice! È ovvio che la bellezza mi aiuta. Se non avessi avuto questo aspetto le persone si sarebbero poste in un altro modo. Ma è la buona educazione, il sapermi porre, l’essermi evoluta come persona ha fatto la differenza”.



Qualche mese fa sei diventata un volto di "Un Posto al Sole", in onda su RaiTre: quanto è stato commovente interpretare il ruolo di Carla?

“È stato molto commovente. Non sono madre e non nascondo che mi piacerebbe esserlo e in quel momento, mentre interpretavo un uomo che è diventato donna e che si trova di fronte le sue figlie, ho sentito cosa si può provare ad essere genitori. Io sono di pancia e ogni volta che recito credo in quello che faccio e in quello che dico. Sicuramente è un ruolo che mi ha dato tanto. Spogliarmi del mio personaggio, della donna bionda con i tacchi e diventare Carla, con i capelli corti e scuri, senza trucco e le ballerine è stato molto forte, un trauma, ma anche una grande occasione. In qualche modo il biondo e i tacchi mi proteggevano dalle mie insicurezze. Oggi, anche grazie a "Un Posto al Sole" sono cresciuta come donna. E' proprio vero che la verità a volte ti arriva attraverso un libro, a volte da una storia che interpreti… E alla fine tutto torna, dipende da come usi le cose e le esperienze che ti capitano… Comunque per il momento il ruolo è congelato sia per i miei impegni che per quelli dell’attrice che veste i panni della piccola Mia”.


A marzo avresti dovuto debuttare sulla pista di “Ballando con le stelle”, su RaiUno.

“Il programma è stato rimandato a settembre, se tutto va bene. In questo momento non ci sto pensando volutamente, perché anche se sono finite le limitazioni, ancora non lo sono per me. Ancora ho paura: in questi mesi mi sono rifugiata in campagna, non esco molto. E preferisco non pensare a Ballando, per non rimanerci male se dovesse slittare di nuovo. Quindi prendo ogni cosa con le pinze: sto osservando quello che succede intorno. A tratti sono entusiasta a tratti preoccupata. Vedo intorno a me buone notizie, ma ho paura quando vedo assembramenti come se nulla fosse stato. Mi è mancato abbracciare chi amo. Ma ancora mi tengo un po’ lontana. Perché non sappiamo cosa sta accadendo”.


Come hai vissuto questi due mesi?

“Io sono una persona che ha sempre corso dietro il lavoro o dietro a quello che volevo essere. Fatalità ha voluto che poco prima della quarantena mi ero trasferita in questa casa in campagna. È stato quasi un miracolo. Essere circondata dal verde, dal silenzio quello della natura è stato bellissimo. Ho fatto lunghe passeggiate e al massimo ho incontrato delle pecore. In città sarebbe stata più dura, perché il silenzio sarebbe stato diverso… Ho messo a posto libri, i vestiti. Ho rivisto vecchie foto. Ho fatto un po’ di refresh della mia vita fino ad oggi: questo mi ha fatto molto bene. A volte ci sembra d non fare mai delle cose, di non arrivare da nessuna parte, se si vive come me che penso che ogni traguardo sia solo un punto di partenza. Avere questo tempo sospeso dove era difficile fare dei progetti, mi ha permesso di vivere appieno il presente con la consapevolezza del passato. Mi è servito a livello umano: a dedicarmi al preparare una torta, afare giardinaggio, la pasta in casa. È stata una grande occasione. Ovviamente è stata una disgrazia per il Paese e il mondo, ma personalmente ho voluto usare questo momento non come lamentale. Mi infastidiva sentire persone o vedere sui social gente che diceva di annoiarsi. Capisco le lamentele di chi non poteva lavorare e che faceva fatica anche a mangiare - quasi mi sento in colpa per la mia fortuna - , ma sentire la ragazzina o la trentenne che si scoccia a stare a casa perché non può uscire mi ha fatto un po’ storcere il naso… Ricordiamo che eravamo chiusi per una pandemia non per una guerra!”.




Cosa hai scoperto di te?

“Mi sono scoperta più serafica di quanto pensassi, più adulta. Questa cosa mi piace molto. Le mie insicurezze ci sono, non mi sono santificata, ma ho scoperto dei lati di me che mi piacciono molto. E ho scoperto anche di essere innamoratissima: ho una storia da tre anni e stare a stretto contatto 24 ore al giorno è stato molto bello. Trovarsi con la persona che ami, stimi, di cui ti piace ogni cosa, beh è stata una grande fortuna”.







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