• Angela Iantosca

#Iorestoacasa: e chi non ha casa?

Prendetevi qualche minuto per leggere fino in fondo. Perché qui si parla di carità, di attenzione all’altro, di chi ha sempre gli occhi, le mani, la mente rivolti a chi non ha niente, ai poveri, agli ultimi, a quelli che facciamo finta spesso di non vedere perché ‘sporcano’ quel mondo perfetto nel quale pensiamo di vivere. Per l’appuntamento di oggi ho voluto intervistare Romano Cappelletto perché, prima di essere un autore delle Paoline, è un amico speciale (ormai lo considero tale) con il quale si può ridere fino alle lacrime, nella consapevolezza di avere di fronte una persona che sa guardare con il cuore. Per questo ha scritto lui il libro “Poveri Noi. Don Pietro Sigurani: la rivoluzione della carità”. Che in un periodo difficile come quello che stiamo vivendo ci impone di pensare a chi non ha una casa in cui restare…

Come è nato l'incontro con don Pietro?

“Da un fatto di cronaca letto sui giornali l’anno scorso. Era fine gennaio. Nel giorno del suo compleanno don Pietro aveva trovato sull’altare un bigliettino con su scritto: “Caro reverendo, la chiesa è la casa del Signore, non dei poveri!! Risponderai davanti a Dio dei sacrilegi/profanazioni compiuti in questa chiesa”. I sacrilegi/profanazioni di cui l’anonimo autore del bigliettino parlava sono l’accoglienza e la cura che ogni giorno don Pietro offre nella Basilica di Sant’Eustachio a chi ne ha più bisogno attraverso il “ristorante dei poveri” e la “casa della misericordia”. Leggendo quello che era accaduto, ho deciso di conoscere don Pietro e ho scoperto un vero testimone della “carità”. Termine usato comunemente per indicare l’elemosina, ma che vuol dire, soprattutto, amore”.





Perché hai deciso di raccontare la sua vita in un libro?

“Perché la sua è una storia straordinaria, una vita in cui la cura degli ultimi sembra frutto del destino (o della Provvidenza?). Ma anche per mostrare un volto di Chiesa autentico, pulito, generoso, e che purtroppo oggi tanti, anche e soprattutto dall’interno, criticano (come l’anonimo autore del bigliettino). E in questo ho trovato subito piena sintonia con la mia amica e giornalista Elisa Storace, che con me ha scritto il libro”.

Chi è don Pietro?

“Un uomo buono. Riprendo le parole dell’Elemosiniere del Papa, il cardinale Krajewski, presenti nel libro: “Don Pietro è un uomo del Vangelo e noi abbiamo bisogno di testimoni come lui. Non servono tanto quelli che parlano, quelli che fanno conferenze: c’è bisogno di quelli che vivono il Vangelo. Questo è don Pietro”.

Chi sono le persone che accoglie?

“Persone che hanno perso tanto, tutto. Soprattutto la dignità di essere considerate, appunto, persone. Ed è quello che don Pietro cerca di ridare loro, ogni giorno. Non tanto un piatto di pasta, un caffè, una doccia, ma dignità”.

Nel cuore di Roma un ristorante per i poveri: come è stata accolta l'idea?

“Come puoi immaginare, all’inizio non bene. Molti abitanti e commercianti sono andati da don Pietro a lamentarsi perché, secondo loro, stava degradando il rione. Col tempo il loro atteggiamento è cambiato. Hanno capito che quei “poveri”, paradossalmente, stavano ridando vita non soltanto alla Basilica, ma a tutto il quartiere, creando intorno a loro una comunità di persone unite dal prendersi cura”.

Quanta distanza a volte c'è tra chi prega ma è poco concreto?

“Una distanza inabissale. D’altra parte, qualcuno scriveva “la fede senza le opere è morta” (cfr. Lettera di Giacomo). Sarà anche per questo, forse, che oggi le Chiese sono sempre più vuote?”.

Cosa ti ha insegnato don Pietro?

“A non accontentarmi. A non voltarmi. Ad ascoltare”.

Come ti ha cambiato la vostra amicizia?

“Sarebbe bello e facile rispondere che ha stravolto la mia vita perché ora passo gran parte del mio tempo a dedicarmi agli altri. Ma non vorrei sembrare ovvio (e soprattutto disonesto). Di sicuro ha messo qualcosa in moto dentro di me. Lo definirei un rumore di fondo, un indefinibile senso di fastidio per il modo in cui viviamo, in cui vivo, per l’indifferenza che ci guida quotidianamente. Non so dove porterà questo “fastidio”, ma sento che è sempre più forte”.

Cosa hai scoperto di Roma che non sapevi?

“Ho scoperto una città solidale, molto più di quanto si possa vedere. È una solidarietà “nascosta”, nel senso che pochi la raccontano. Di don Pietro a Roma, e non solo a Roma, ce ne sono tanti, dentro e fuori le chiese. È una “rete” invisibile, che forse non sa di essere tale. Si dovrebbe parlarne e scriverne di più”.

Quanto è importante per te la fede?

“Ho sempre vissuto, e vivo ancora la mia fede come le montagne russe: salite lente e, quando ti rilassi, discese rapidissime e improvvise, da toglierti il fiato. La mia fede non è mai stato un fatto certo, solido, granitico. Ma ti confesso che quando vedo qualche “credente” puro e senza dubbi – quanti ce ne sono! - sono contento di viverla così”.

Perché la carità è rivoluzionaria?

“Perché cambia le cose. Ma solo se è vera carità: perché una cosa è la carità, una cosa il servizio. Questo è un concetto che ho imparato da don Pietro. Molte volte mi ha detto: “Se io ho una struttura di accoglienza, mi preoccupo di dare da mangiare, di dare da dormire, ma mi limito a questo servizio e lo realizzo in mega-strutture fredde, considerando il povero solo come un soggetto passivo che subisce il mio gesto, che razza di carità sto facendo?”. Curarsi degli altri è qualcosa di profondamente rivoluzionario, perché cambia sia chi è aiutato, sia chi aiuta”.

Siamo in un momento complesso: quanto tutto questo diventa più complesso per chi non ha nulla, per chi vive di carità, per chi deve recarsi ad una mensa per sopravvivere? Come è stata riorganizzata la carità in questo momento?

““Restare in casa”, “mantenere le distanze” sono in questi giorni le parole d’ordine. Ma per chi una casa non ce l’ha, per chi viene già normalmente tenuto in debita distanza dagli altri, tutto questo non fa che rendere la situazione ancora più grave. Per fortuna, la rete di solidarietà, dalle grandi istituzioni come Sant’Egidio e la Caritas, a quelle piccole realtà caritative di cui parlavo prima, hanno ancor più rafforzato in questi giorni la loro azione. Ovviamente adeguandola secondo le regole dettate dall’emergenza Coronavirus”.

Visto che sei anche ufficio stampa di una casa editrice oltre che scrittore... Che consiglio di lettura daresti per questo periodo?

“Per ingraziarmi l’intervistatrice, potrei dire il suo “In trincea per amore”. A parte scherzi (ma è veramente un bel libro!), non vorrei dare un consiglio di lettura specifico. L’unico consiglio che mi sento di dare è di leggere, semplicemente leggere. Prendete un libro qualsiasi, che magari ha riposato per troppo tempo nella vostra libreria. Fate un giro in libreria (sono posti bellissimi!). E se proprio non ve la sentite di andarci (o non si può), entrate in una delle cosiddette librerie “virtuali”, che poi sono molto più reali di quello che si potrebbe credere, piene di persone “nascoste dietro il bancone” che ogni giorno ci lavorano (quella della casa editrice per cui lavoro è paolinestore.it …. ma non so se si può dire). E raccontate, raccontate i libri che avete letto agli altri, a chi vi sta accanto, a chi potete raggiungere con il telefono o la rete. Ci sono cose che si diffondono facilmente ma che, a differenza dei virus, fanno davvero bene: le storie narrate!”.

Tu come stai impiegando il tuo tempo?

“Sono ancora occupato a tempo pieno con il mio lavoro, anche se da casa. Certo, è un momento difficile, ma proprio per questo credo che “gettare la spugna” e rassegnarsi sarebbe un gravissimo errore. Questo tempo di emergenza dev’essere anche un tempo di riscatto, di inventiva, di ripensamento. E non parlo solo di lavoro”.

©2018 by ask4angela

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