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  • Angela Iantosca

La consapevolezza che lievita come il pane

Uno sguardo. Un dettaglio. Una foglia che si agita elegante come un ventaglio fragile, mentre il vento la solletica. E poi ombre, luci, tradizioni. Sassi che raccontano ciò che hanno visto e corone di spine che sembrano sanguinare, ora, oggi, in questo istante. Donne avvolte nel nero e centenari ostinati, attaccati a questa Terra che non li vuole far volare via. Sono intrise di un passato che non si arrende alla modernità le immagini di Carlos Solito e le sue parole, di canti popolari, di sapori che hanno la necessità di farsi strada nel nostro quotidiano per ridargli senso. Un senso che in questi giorni tutti stiamo cercando (e forse qualcuno di noi lo ha trovato) e che lui ha rintracciato in Irpinia, immerso nella Natura. Terra in cui ci siamo incrociati anni fa. Terra che è mia terra, radice mai sterile, immagine immortale, a cui appartiene da sempre questo tempo sospeso.


(Foto di Francalaura Rella)

Come stai vivendo questo momento?

“Come gran parte dell’Umanità, in attesa. Attesa per la fine della pandemia e attesa per la ripartenza purtroppo, ma c’era da aspettarselo, vessata da un travaglio dovuto alla fumosa incertezza di quando torneremo a rinascere, a sentirci liberi di camminare. Semplicemente esistere. A ogni modo condisco i miei giorni senza viandanza con lettura, scrittura e cinema. Umanesimo puro”.

Dove ti trovi?

“In Irpinia, tra le frescure nordiche dei monti Picentini con faggete e castagneti a perdita d’occhio. Se mi affaccio alla finestra vedo un gran ben di Dio che si chiama natura, allo stato puro e, per certi versi, primevo. Credo sia il miglior posto possibile che avrei potuto desiderare per questo periodo di chiusa. È una terra l’Irpinia, la cosiddetta di Mezzo, nella quale da quindici anni a questa parte torno per coltivare silenzio ricordi e piantare sogni. Ma anche per dichiarare pace alla parte più inquieta di me”.

Racconterai per immagini il coronavirus?

“Mi è stato chiesto di farlo ma ho declinato. In questo momento di capitalismo avanzato (e deragliato), onnipotenza spropositata della nostra specie homo, emorragie di valori, ho preferito assecondare la volontà invisibile degli eventi o della Natura che, mi pare in tanti lo ignorino, ci ha creati. Per me questa nostra Madre è senziente e agisce, il problema è che gli noi esseri umani siamo così stupidi da credere che esistere, pensare, agire appartenga solo a noi. Piuttosto, aprile è il mese dell’ecologia (il 22 aprile si è festeggiato per le Nazioni Unite l’Earth Day) sto sfogliando le mie immagini di ambiente e paesaggi realizzate in mezzo mondo. Ed è sorprendente quanto la natura, nonostante i processi feroci, sia perfetta”.

Quale immagine, secondo te, sarà l'immagine simbolo di questi mesi?

“Riprendendo la risposta alla domanda precedente L’immagine simbolo, forte, fortissima, inedita, è quella delle nostre città desertiche. Se da un lato sembrano le scenografie di un romanzo di Stephen King - tra vuoto, vacuità, disperazione strisciante – dall’altro mi restituiscono l’idea di come la Terra stia, finalmente, respirando con la morsa Covid-19 sulla nostra esistenza facendo calare drasticamente l’ inquinamento a tutti i livelli. L’idea che questa tregua la Natura se la sia presa con un atto estremo, nonostante migliaia di segnali lanciatici nell’ultimo secolo, mi sa di benedizione nella maledizione. Un boccone dolce in una minestra di cicuta”.

Stai costruendo nuovi progetti?

“Più progetti che tempo, sempre! La mia esistenza è una dinamo, senza progettare mi sembra di non dare luce (ovviamente mi riferisco alla più nobile delle declinazioni). Senza fare, anche col più feroce sole, mi pare di stare in un cono d’ombra operativo. Con Beniamino Levi e Marco Franchi della Dalí Universe siamo pronti con il lancio di Sogno a Sud, Salvador Dalí a Matera pubblicato da Rizzoli. Stiamo strutturando nuove campagne fotografiche tra Italia, Belgio, Francia e Sud Africa che saranno dei nuovi libri fotografici e non appena passerà la pandemia lanceremo i miei nuovi cortometraggi L’Acchiappavento e TerraCotta nei quali hanno recitato attori del piccolo e grande schermo come Imma Piro, Nando Irene, Katia Greco e Roberta Mattei. Inoltre alle prese con la stesura della sceneggiatura per la mia opera prima”.



Cosa ti manca?

“Per anni, credimi, ho tirato tanto. Giri assurdi, senza sosta, nessuna differenza tra notte e giorno. Viaggi, lavoro, viaggi, lavoro. E, tante volte, mi ripetevo chissà quando sarebbe giunto un po’ di bonaccia in questo vento creativo. Questa quarantena è un fiordo nel quale in tanti, e giustamente, si sono rifugiati perché come scriveva Zygmunt Bauman “Il male e la paura sono gemelli siamesi”. Mi manca mettere al mondo l’idea di uscire e saperci liberi di poterci abbracciare. L’abbraccio è un miracolo che molte volte abbiamo dato per scontato. E da qualche parte, ci sono amici e familiari, che voglio stringere”.



Cosa stai ritrovando di te nell'essere stanziale?

“Le origini. Durante le letture e la scrittura tornano a galla i ricordi, le voci, i profumi della mia infanzia paesana. E ritrovo, straordinario, ogni cosa dei miei anni acerbi conditi da quella luce tutta pugliese che, confesso, manca. E, detto tra noi, mi piacerebbe tornare a vivere a tempo pieno”.



Ti sta cambiando?

“È come se quella luce, quei profumi mediterranei, quel sole caldo stiano facendo lievitare una consapevolezza. Come un pane che, a distanza di anni, sento essere giunto alla giusta cottura, fragranza, doratura. E quindi quei ricordi si fanno forno, dentro il quale adagiare l’impasto di questo ventennio nomade per sfamare, chi lo sa, la restante parte del cammino vita”.

Stai scrivendo un nuovo romanzo?

“Certo, noi scrittori abbiamo sempre a che fare con un romanzo. Uscirà nel 2021 per il Gruppo Mondadori e sarà ambientato tra Londra e la mia Puglia. Ma in pentola ho anche un saggio che ha a che fare con Dante, precisamente con un viaggio geografico all’inferno. Un progetto che coltivo da anni e che, spero, possa vedere la luce nel settecentenario della morte del sommo poeta le cui celebrazioni saranno nel 2021”.

Quali letture stanno accompagnando questo momento?

“Ovviamente quelle beat, quelle delle evasioni e dei larghi spazi. Ho riletto On The Road, Big Sur e I Sotterranei di Jack Kerouac. Ma anche il lato triste della strada, quello de Il Sole dei Morenti, Jean-Claude Izzo. E siccome ognuno di noi si porta dentro un po’ di Grecia, Mani di Patrick Leigh Fermor mi sembra una rotta dalla quale ogni viandante (o chiunque ami il viaggio) dovrebbe partire”.

Cosa consigli di leggere o sfogliare?

“Consiglio uno degli intellettuali italiani più prolifici, profondi, immensi (e dolente) del nostro tempo: lo scrittore, poeta, saggista e giornalista lucano Andrea Di Consoli. Il suo Diario dello Smarrimento è un memoriale uscito per le edizioni Inschibboleth che ha nel suo corpo letterario i sentori altissimi di Alvaro, Cannetti e Pavese. E poi, con tutta questa stanzialità a disposizione, per “andare” consiglio vivamente di imparare a leggere i venti e, di notte, i cieli”.

Tempo e silenzio: due beni preziosi che forse avevamo dimenticato?

“L’equazione di tempo e silenzio da come risultato la morte che, come diceva Cesare Pavese “ci accompagna dalla mattina alla sera”. Il concetto di morte, di finitudine, tanto quanto la sua misteriosa potenza deve insegnarci, unitamente a questi due preziosi beni, una cosa sola. E sacra: vivere intensamente. Non forsennatamente, ma con profondità e fraternità per piantare un nuovo umanesimo solidale fatto, al di là dei social, di reale condivisione e, soprattutto, di conoscenza a tutti i livelli (culturale, scientifica, religiosa, politica, finanziaria e economica)”.

Cosa toglie e cosa dà lo smart working?

“Toglie l’affanno e la dipendenza a un flusso capitalista che in maniera vorticosa e fragorosa, per quanto sia una grande conquista moderna e di modernità, toglie il pane quotidiano alla lietezza del nostro scorrere nel tempo. Quello intimo, l’orto della nostra esistenza nel quale coltivare amore, affetti, semplicità. Che spero, in tanti, stiano trovando in questo lavoro a metà”.

Stiamo ancora una volta osservando due Italie, ma forse rovesciate: cosa ci raccontano?

“In questi giorni, ahimè, la storia si ripete e c’insegna che non ci sono solo scontri tra nord e sud, ma anche tra province, città, contrade, siano esse a est o ovest. La diversità è un principio sano nel quale si genera il confronto, il dialogo, lo scambio, la crescita, la vita di un nuovo pensiero. In natura è proprio la biodiversità a garantire la grandezza del nostro ecosistema con migliaia e migliaia di specie nate da ibridazioni. Un perfetto minestrone della vita, che nutre e fa bene all’ambiente. Quello che non si sta facendo nel nostro Paese è far combaciare queste diversità ignorando la recente vicenda epidemiologica e le ragioni che hanno indotto, e condotto, a innescare critiche, precedenze su colpe, disperati luoghi comuni, banalissimi slogan, provocazioni tutt’altro che utili. Al di là della dilagante insipienza e retorica da social, per quanto sia cosciente che non potrà mai esserci un unico coro Italia (è nel nostro Dna), voglio pensare che alcune derive toccate siano il frutto di un naufragio sociale legato esclusivamente al disagio del momento”.

Quale sarà la prima cosa che desideri fare, appena ritrovata la 'libertà' di uscire?

“Iniziare quello che avevo iniziato. Promuovere il mio ultimo libro “Sogno a Sud. Salvador Dalí a Matera” (Rizzoli). Un libro al quale tengo molto perché è stata una sfida himalayana, una scalata davvero tosta: sfido chiunque a confrontarsi con il padre del Surrealismo e la madre di quel Mediterraneo Rupestre che è Matera. Tutte le volte che lo sfoglio, ogni fotografia delle 208 pagine mi soffia un aneddoto, un ricordo, un momento della campagna fotografica lunga due mesi. Tutto nasce circa un anno fa quando Beniamino Levi - collezionista e mercante d’arte che, con la Dalí Universe, gestisce una delle più grandi collezioni private al mondo di opere (in particolare di sculture) di Salvador Dalí - mi chiese, insieme a Marco Franchi, di raccontare attraverso la mia lente narrativa il genio catalano che, nel cosiddetto anno mirabilis di Matera, nel 2019, ha già fatto accendere la febbre del surrealismo tra i Sassi con la mostra “La Persistenza degli Opposti” curata dal direttore artistico Roberto Panté. Spero che riapra il prima possibile, intanto per i curiosi consiglio di visitarla virtualmente sul sito www.daliamatera.it”.


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©2018 by ask4angela

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