• Angela Iantosca

Giappone: un’illusione con il volto di una Dea

Un aereo che esce dalle nuvole. Il mare che si mostra. Il profilo delle isole. E poi quella natura che ingloba ed è inglobata nelle città, anche le più moderne, con quelle case che sono una illusione che racconta un intero Paese attraverso pareti in continuo movimento, che danzano seguendo un ritmo che è quello dell’accenno, della pausa e dell’esecuzione. È in questo valzer immaginario che si trova (forse) il senso del Giappone che sfugge sempre, anche quando senti di averlo afferrato.

Quello giapponese è un mondo fatto di regole ferree, rigidità, ma anche ironia, gioco, maschere di un teatro sempre in scena che parla in falsetto, in cui i silenzi sono violenti, in cui la donna è signora di una casa dalla quale l’uomo sembra essere sempre assente, ma è anche una donna che lavora, nonostante quella retribuzione inferiore rispetto ai maschi, e quei riti e gerarchie a cui deve sottostare, essenza intrinseca di un Paese la cui Divinità primigenia è donna. Contraddizioni, apparenze e verità nascoste, riservatezza, sfera del privato portata alle estreme conseguenze e poi nudità, provocazioni, crudeltà. Sofferenza che si fa gioco erotico e performance rappresentate per mostrare quanto si è dotati di quel gamòn che è resistenza e resilienza. E poi libertà e controllo, ma anche abbandono alle tentazioni notturne, al proibito che ha sempre delle regole da far rispettare. E allora qualsiasi tentativo di comprendere, intuire, amalgamarsi con quel mondo si infrange in quel valzer che abbiamo creduto di poter ballare.

E alla partenza tutto scompare. Come un'illusione.

Ce lo fa capire profondamente Mario Vattani nel suo ultimo libro “Svelare il Giappone” (Giunti): un testo costruito come le pareti di quelle case da chi, nonostante il Giappone lo abbia vissuto, ci abbia lavorato, sposando anche una donna giapponese, ha la disarmante consapevolezza di dover comprendere ancora tutto. Nel prossimo viaggio.

È possibile svelare il Giappone?

“Il libro è un lavoro enorme. Ho dovuto rifare delle ricerche, (ri)digerendo le cose che ho acquisito e vissuto e imparato negli anni. Mi rendo conto adesso che è come se fosse un testamento della mia esperienza giapponese. È difficile raccogliere il Giappone in un numero limitato di pagine: io ho scelto, come spiego all’inizio, di passare attraverso un sistema di pareti scorrevoli. Alla fine ci si ritrova un po’ nello stesso posto da cui si era partiti, pur completando il percorso e pur avendo la sensazione di avere un maggior numero di punti di riferimento in quel mondo infinito e indefinito, cosa che provoca un senso di nostalgia e anche di delusione... amorosa. Quella stessa che si prova per un amore che non si è riusciti a vivere completamente”.


Dalla sua narrazione, che sembra una danza delicata, emerge la centralità delle donne nel mondo giapponese Si può parlare di matriarcato?

“Intanto partiamo dalle basi: la dea giapponese è una donna. Ed è una dea solare. Nella cultura occidentale gli uomini hanno un ruolo e le donne un altro, l’uomo è Sole e la donna è Luna. In Giappone la donna non vive di luce riflessa: è luce! E c’è un mito che lo racconta benissimo e che ho inserito all’inizio del libro: senza quella dea, scende l’oscurità. Quindi la donna in Giappone è asse portante della famiglia, sia che stia in casa, sia che vada al lavoro. Una donna è padrona di casa e padrona del conto in banca: l'uomo le consegna lo stipendio ed è lei che decide. E questo accadeva anche nelle società contadine. La madre, inoltre, ha un ruolo fondamentale, tanto che, per esempio, se si va in vacanza tutti insieme con la mamma del marito, la moglie deve obbedire a lei. Diciamo che ci sono battaglie che dureranno per tanto tempo ancora e cose che sicuramente sono fastidiose e, se viste dal nostro punto di vista, arretrate. Ma, per esempio, nella politica, ci sono molte donne e da uomo posso dire che a Tokyo vedo donne libere, anche sessualmente, padrone della loro vita. Questa è l’impressione che si ha. Gli uomini, indubbiamente, fanno una vita più severa, hanno una pressione psicologica superiore e forse una femminista potrebbe dire che ci sono più doveri perché ci sono più diritti. Ma, a prescindere da questo, diciamo che le donne hanno diritto di lottare”.

Ci sono forme di ribellione delle donne?

“Premesso che anche in Giappone, ci sono stati tutti i percorsi che abbiamo avuto in Occidente, come il femminismo, le lotte per la libertà, per i diritti dei lavoratori, non c’è mai stata una rivoluzione come quella francese e anche se le donne hanno avuto il loro Sessantotto, tutto si è spento come le luci su uno spettacolo teatrale. Quindi c’è traccia del cambiamento nei film, sui libri, ma non nella realtà. Perché una volta che hai chiuso la parete scorrevole, quindi la mia personalità esterna, ci sono io veramente. Fuori è tutto un gioco, un gioco che ha un altro codice: quindi una persona può apparire qualcosa, ma dentro rimane se stesso”.

Una realtà complessa, della quale tuttavia vengono spesso restituite immagini stereotipate.

“Comincio da una immagine, quella della giapponesina, la carta del Mercante in Fiera, che mi ha sempre fatto ridere: è quasi ottocentesca l’idea lì ritratta della donna ed è uno degli stereotipi possibili delle donne giapponesi. C’è poi la scolaretta, che popola anche le fantasie sessuali e le perversioni più folli, perché il Giappone è conosciuto per la bellezza e per la stranezza. C’è l’immagine che ne dava il regista Akira Kurosawa nei suoi film nei quali ci restituiva figure di donne-demoni. Ed, effettivamente, i demoni in Giappone sono donne: penso alla Han'nya, quella che è spesso usata nei tatuaggi, che sembra una maschera del teatro ed è una donna con le corna. Una donna gelosa, presa dall’odio, dal rancore”.


Lei è stato ed è molto a contatto con il Giappone: una condizione che le ha permesso di avere su ogni aspetto e sul mondo femminile un doppio punto di vista esterno, in quanto italiano, e interno, in quanto assiduo frequentatore.

“Ho vissuto il Giappone da single e poi da sposato: ho una moglie giapponese, tramite la quale ho vissuto i contrappesi familiari, il suo mondo del lavoro e degli amici. E ho anche una figlia. Elementi tutti che mi hanno permesso di vivere in modi diversi, in fasi diverse il mondo giapponese. E che mi hanno permesso anche di arrivare a raccontare aspetti che per i giapponesi sono normali, come il rapporto tra un padre e una figlia che muta nel tempo in modo curioso. Ad un fortissimo legame, anche fisico, subentra un rifiuto in età adolescenziale da parte della figlia che arriva ad usare espressioni forti contro il padre anziano. Questa è una cosa che sicuramente raccontano in pochi. Ma ciò che noi occidentali dobbiamo provare a comprendere è che non si tratta di offese, o meglio, non bisogna considerarle come tali: la figlia è autorizzata ad usare delle espressioni ‘violente’ contro il padre, perché sono convenzioni. Il bello è che questa cattiveria che c’è nelle figlie nei confronti dei padri traduce il normale spirito di ribellione che tutte le adolescenti del mondo provano. La cosa particolare, nel caso giapponese, è che passa tutto tramite delle convenzioni, dei modi di dire, delle parole. Altra caratteristica propria della lingua giapponese, strutturata su espressioni che sono pezzi di frasi, sempre utilizzati nello stesso modo. Quella cattiveria, dunque, alla luce di questo e se guardata dal loro punto di vista, fa meno male e ha qualcosa di spiritoso. È un altro gioco. In realtà è tutto un gioco in Giappone ed è tutto molto leggero. Anche se alcuni riti di passaggio si vivono attraverso la 'crudeltà': non a caso è molto forte la componente del sadomasochismo”.

A proposito di punti di vista, nell’approcciarci al Giappone, per osservarlo, da che prospettiva dobbiamo farlo?

“Quando osserviamo e studiamo il Giappone, dobbiamo decidere se il metro che usiamo è il confronto tra Giappone e Occidente oppure no. Perché, se usiamo altri riferimenti, il Nord Est Asiatico, la Cina del nord, la Corea, probabilmente sarebbe più difficile cogliere il contrasto, la diversità rispetto a noi, perché sono dei popoli che hanno delle similitudini con il popolo giapponese. Se guardiamo il Giappone con gli occhi di un occidentale, invece, ciò che si vedrà sarà il teatro! E il teatro, per forza di cose, ci fa tornare sempre alla convenzione, perché ciò che si vede è una rappresentazione scenica. E in tutte le rappresentazioni ci sono regole da rispettare, perché lo spettacolo sia efficace”.

È ciò che accade con la voce che viene usata in modo diverso a seconda della situazione.

“Quando lavorano, in alcuni casi, cambiano voce. Ma capita anche nei negozi che la voce usata sia finta, fasulla, in falsetto. E questo è terribile. È una maschera alla quale, come alternativa, possono offrire il silenzio totale. Questo l’ho potuto vivere di persona proprio lavorando con loro, nello stesso ufficio. Per esempio usano quella vocina davanti all’errore; nel caso di situazione di imbarazzo si arriva al silenzio: così dalla maschera si passa ad un vuoto che fa quasi paura. Oppure, e questo accade nel mondo notturno, la vocina è una maschera della quale ci si spoglia quando si torna a casa. La voce falsata diventa quasi una protezione della propria intimità e verità. Una verità che si svela, insieme alla voce, anche nell’ossessione del far male, del costringere, del torturare, del legare durante il rapporto sessuale. Lo svelamento, quindi, è una componente importantissima nel rapporto tra uomo e donna che si realizza nel momento estremo”.

Una delle colonne portanti del Giappone è il gamàn a cui dedica anche un capitolo del suo libro. Significa ‘sopportare ciò che appare insopportabile, con pazienza e dignità’. Si può mostrare, per esempio, nel momento del parto, nel silenzio composto della madre, o quando il freddo è insopportabile e non ci si copre o nell’harakiri. Si realizza anche nell’amore?

“In questo caso il gamàn diventa un gioco erotico: la donna dice di no, rifiuta il compagno, ma in realtà fa finta di rifiutarlo e si gioca a chi resiste di più. Il gamàn è ovunque. È una colonna vertebrale del mondo giapponese”.

Che ha a che fare con il buddismo o è precedente ad esso?

“Il buddismo è uno dei volti del Giappone, relativamente nuovo, come lo è il cristianesimo per noi. Comunque è una religione che ha degli elementi di umanità ed è molto legata alla fine della vita, più che all’inizio, per i giapponesi: è legata alla malattia, alla morte. Però ci sono anche famiglie buddhiste. Il gamàn è un concetto che si lega alla lotta, quella più brutale e crudele, alla guerra, ai soldati”.

Si può diventare giapponesi?

“Ho vissuto diversi anni in Giappone e ogni volta è stato diverso. Ho vestito panni di personaggi differenti: sono stato studente, marito, padre, diplomatico. E ogni volta ho avuto la sensazione di essere dentro cerchi diversi ma che finivano tutti nello stesso modo: con quella sensazione di aver imparato e di non aver imparato niente. La verità è che non si può diventare giapponesi. Io ho abitato anche negli Stati Uniti e a volte osservo stupito certe battaglie e certi scontri per l’integrazione, se penso a come noi occidentali siamo discriminati in Giappone. Perché non saremo mai come loro. E loro non si adegueranno mai a noi. Ed è quello che provo a far capire alla fine del libro. I cerchi si chiudono, ma alla fine ci ritroviamo ad essere come le melanzane e i cetrioli con i bastoncini. In fondo, partendo da lì, si chiude una illusione e ci si ritrova con in mano la carta della giapponesina del Mercante in Fiera”.


©2018 by ask4angela

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