• Angela Iantosca

I veri campioni? Quelli che lo sono nella vita!

Ama lo sport sin da ragazzina. Poi quella passione è diventato un mestiere che le ha permesso di dedicarsi alla sua passione, il calcio. Ha raccontato scontri, partite, storie, personaggi, grandi atleti, ma si è dedicata tanto anche agli sport cosiddetti minori, alle storie nascoste, alle sconfitte, a quelle battute di arresto che si possono trasformare in occasioni di cambiamento. Ora quelle storie la giornalista Elisabetta Mazzeo ha deciso di raccoglierle in un libro, "Vite da campioni", che prende il nome proprio dal programma tv che lei stessa ha condotto.

«Il libro nasce per caso. Un giorno mi trovavo alla presentazione del volume di Marco Finelli “Ambasciatori a Roma” . E in quell’occasione l’editore, Jean Luc Bertoni, mi disse: “Perché non trasformiamo in un testo narrativo il tuo progetto televisivo Vite da Campioni (andato in onda su Retesole)?”. Grande merito va anche al mio direttore di testata che già da mesi mi suggeriva quest’idea e aveva fatto nascere in me il desiderio di realizzarla. Da lì è partita un’avventura che mi ha permesso di mettere nero su bianco un ciclo di incontri che ha particolarmente segnato la mia attività professionale».



Donna, giornalista e sport: che tipo di relazione è? 

«Il mondo del giornalismo sportivo ha considerato per anni la figura della donna come valletta o spalla. Ma da un po' di tempo abbiamo assistito ad un’inversione di rotta. E, seppure rimane un settore prettamente maschile dal punto di vista numerico, molte donne si sono affermate come giornaliste e conduttrici sportive di alto livello. Personalmente posso dire di essere stata trattata, nella maggior parte dei casi, con grande rispetto da parte dei colleghi uomini. Credo che alla fine ciò che conta è far trasparire la propria passione e la propria competenza per il settore di cui ci si occupa. Poi che a farlo sia una donna o un uomo poco importa».


Quando ha cominciato ad occuparsi di sport?

«La mia passione per lo sport mi accompagna sin da quando sono piccola. Giornalisticamente ho mosso i miei primi passi nel mondo del giornalismo sportivo su un parquet di volley, quello del Palazzetto dello Sport di Vibo Valentia, che ospita le gare della Tonno Callipo, squadra calabrese di pallavolo. Poi a Roma ho iniziato ad occuparmi del mio primo amore, il calcio. E allo stadio Olimpico ho trascorso tantissime mie domeniche e non solo».


Quale è stata la prima intervista sportiva?

«Una delle prime interviste sportive che ricordo con più piacere è stata quella all’allora giocatore della Tonno Callipo, lo schiacciatore di origine brasiliana Raphael. Rivivo ora con tenerezza l’emozione di quell’intervista realizzata a casa sua, totalmente inconsapevole che sarebbe stata la prima di una lunga serie di chiacchierate a tu per tu con i più grandi campioni dello sport».

L'intervista più difficile?

«In generale posso dire che le interviste più difficili sono quelle con le persone timide e che amano parlare poco. Perché in questi casi devi avere in testa tantissime domande da rivolgergli ma soprattutto devi tirar fuori la capacità di mettere a tuo agio chi ti sta di fronte. Se un personaggio ha una dialettica irrefrenabile, il gioco è facile, ma se è di poche parole, l’ago della bilancia si sposta sulla capacità dell’intervistatore di saper gestire la chiacchierata. L’intervista più difficile in assoluto credo però di poter dire sia stata quella ad una mamma che aveva perso suo figlio nella tragica alluvione del 2006 in Calabria. In quel caso è difficile trovare le parole giuste per porgere le domande in maniera professionale ma anche rispettosa del dolore che si ha di fronte...».


Cosa le hanno insegnato gli sportivi con qualche disabilità?

«Mi hanno insegnato tantissimo. A non mollare mai. Ad accettare i nostri limiti e provare a trasformarli nella nostra forza. A guardare la vita con occhi diversi, con uno sguardo di gratitudine quotidiana. E soprattutto mi hanno insegnato che lo sport è sport per tutti. Ognuno nella sua categoria, nella sua disciplina, seguendo le regole, ma con l’obiettivo che accomuna tutti gli sportivi: la vittoria. L’agonismo è lo stesso. La differenza sta solo nei nostri occhi».


Come l'ha cambiata questo mestiere?

«Credo che questo mestiere non mi abbia cambiata. Mi ha solo regalato l’opportunità di esprimere al meglio le mie potenzialità esaltando quello che più mi piace fare: scrivere e raccontare».


Chi sono i veri campioni?

«I veri campioni sono le persone che riescono ad esserlo non solo sul campo, in pedana o in una piscina, ma soprattutto nella propria vita di ogni giorno. Persone che sanno trasformare i limiti in opportunità, le cadute in risalite, la sofferenza in stimolo per rinascere».


Quanto sono importanti le sconfitte?

«Tramite i racconti dei campioni intervistati ho capito che le sconfitte non sono solo importanti, sono fondamentali. Perché spesso insegnano molto di più le sconfitte che le vittorie».


Dovrebbero essere raccontate di più?

«Si dovrebbe avere il coraggio di raccontare gli atleti non solo in base al palmares ma anche e soprattutto in base alle loro storie di vita».

Come ha scelto le storie da inserire nel libro?

«Seguendo proprio questo principio. Facendomi, cioè, ispirare, dalle emozioni che mi avevano trasmesso durante le interviste realizzate. Dalle vicende personali e umane che stanno dietro questi grandi campioni che, ovviamente, hanno vinto e tanto, ma non solo. Sono caduti, hanno combattuto le loro paure, hanno pensato di mollare, hanno sfidato se stessi e gli altri per rimettersi in gioco. Selezionare venti storie su duecento raccontate a livello televisivo è stata l’impresa più ardua».

Chi vorrebbe ancora intervistare?

«Ho sempre avuto il sogno e desiderio di intervistare due miei miti sportivi: Alessandro Del Piero e Michael Schumacher. L’attaccante juventino ho avuto il piacere di incontrarlo nella zona mista dello Stadio Olimpico e intervistarlo, seppur non a tu per tu, ma insieme a tutti gli altri colleghi che affollano quell’area nei post partita. L’altra intervista invece è destinata, purtroppo, a rimanere un sogno irrealizzabile».



Lei ha una passione per uno sport in particolare che pratica?

«Scegliere un solo sport mi viene davvero difficile. Ne scelgo quattro: calcio, volley, scherma e nuoto. Ma non ne pratico nessuno, ahimè».


Donne, uomini e sport: quanto ancora bisogna fare?

«Il percorso da seguire secondo me è dare sempre più spazio alle discipline impropriamente definite “minori”. È una strada faticosa, per i media stessi, perché l’indotto economico che ruota attorno al calcio è imparagonabile a tutti gli altri sport. Ma ho sempre pensato che sta a noi giornalisti indicare la via agli spettatori, raccontando storie, come per esempio quelle incluse in "Vite da Campioni", che possano avvicinare il grande pubblico anche a discipline meno conosciute ma non per questo meno belle».

©2018 by ask4angela

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