• Angela Iantosca

I numeri? Sono ignoranti e arroganti

Odora di Napoli la sua scrittura. Dell’umido di quei vicoli sempre all’ombra, delle case che sono stanze senza intimità, aperte su stradine di una periferia che abita in centro. Ha il sapore del sugo dei bassi e del fritto che sembra avvolgere interi quartieri. Delle donne procaci e precluse agli occhi di chi non ha diritto di guardare. Sa di gente per strada, di voci alte e commenti che non vogliono essere sussurrati. Sa della salsedine che si respira su quel lungomare che è una promessa di Paradiso. E poi di vento e del sole che gioca con i palazzi e di libri, di pagine aperte e lette prima di dormire, di silenzio e bellezza che si può trovare ovunque: nel rito del caffè, nelle poesie che sono un paracadute tra le cose della vita, nell’amore per una donna, nelle assenze, anche in quello Scarrafone “brutto, brutto, brutto, ma tanto dolce...” e in Romeo Giulietti, un poliziotto che già nel nome tradisce la sua attenzione all’essere umano prima che ai numeri. Come il suo creatore, Francesco Paolo Oreste, poliziotto anche lui e scrittore, che ha dato forma al suo personaggio pensando ad un modello a cui ispirarsi lui stesso nella vita reale. Verso cui tendere sempre. Perché Oreste è uno di quelli che lavora per strada e poi va nelle scuole, incontra i giovani, si impegna per difendere l’ambiente, per denunciare la 'munnezza (reale e ideale) andando oltre i numeri che sono ignoranti e, a volte, anche arroganti.

Quanto sei simile al protagonista del tuo ultimo romanzo, “L’ignoranza dei numeri” (Baldini+Castoldi)?

“Professionalmente ci sono tanto. Anche se non sono Giulietti. In realtà l’ho creato per avere un paradigma di riferimento ideale. Non è facile non scendere mai a compromessi, trovare un equilibrio e capire sempre cosa dire, come comportarsi, ma è doveroso farlo. E in questo può aiutarci avere dei riferimenti ideali, avere presente una narrazione che possa essere il modello a cui fare riferimento: Giulietti è il mio modello. Ma ho costruito nello stesso modo anche la sua spalla, Michele, un poliziotto diverso, ma sempre positivo, che ho scritto per dare un altro modello ad una persona che conosco”.



Perché i numeri sono ignoranti?

“In un primo momento l’idea era quella di parlare dell’arroganza dei numeri. Mi venne in mente il titolo nei giorni in cui veniva proposta l’apertura della discarica nel Vesuvio. Quello che veniva portato all’attenzione della popolazione erano i dati freddi, numeri sull’incidenza dei tumori in prossimità delle discariche. Un po’ quello che è successo e sta succedendo in questo momento con il Covid-19. Ricordo che durante una relazione in una sede istituzionale, chi parlava, nel presentare i dati spostò una virgola, dicendo, invece di 0,07, 0,7… E' lì che ho pensato che bastava spostare una virgola per cambiare tutto. E che sarebbe stato diverso parlare in maniera più schietta, senza quelle percentuali. In democrazia la verità è tutto e se il potere conferito al popolo non è associato ad una corretta informazione tutto diventa molto pericoloso! Nel titolo del mio libro c’è anche una indicazione di un’altra ignoranza. Noi come poliziotti veniamo spesso valutati sulla base delle statistiche, dei numeri, degli arresti che riusciamo a fare come ufficio. Come se la realtà potesse essere valutata sulla base dei numeri. Ma i numeri possono dirti solo che c’è un problema, dandone la dimensione: uno Stato che vuole porsi l’obiettivo di curare i propri malati, invece, deve interpretare e associare ai numeri le parole. Non è facile, ma è fondamentale capire, senza giustificare, il numero che ho di fronte. Ed è quello che mi accade anche quando vado nelle scuole e incontro i ragazzi: loro devono capire che non sono numeri, ma che c’è una possibilità per tutti, che li stai ascoltando, che ti fai carico delle loro difficoltà. Giudicare, a volte, è un modo di archiviare in modo semplice, un modo per escluderci dalla responsabilità, dal novero di quelli che potrebbero fare qualcosa”.



Giulietti, che aspettiamo di vedere protagonista di una serie tv, è un poeta: anche tu?

“Io credo nella necessità di promuovere la poesia e il bello e l’arte nelle nostre vite. Proprio laddove sembrano inutili. Nella vita dei miei ragazzi, dei ragazzi delle scuole in cui vado, il bello, l’arte, la musica, la poesia e anche la scrittura danno la libertà di potersi esprimere. Parlo di ragazzi con vite costrette, ingabbiate, “scolpite ai bordi”, come diceva De Andrè, da una vita già segnata. Proprio in questi contesti la poesia è ancora più necessaria... E a proposito della serie, nessuno me lo ha chiesto, ma a volte la sogno”.

La prefazione di Erri De Luca è stato sicuramente un regalo.

“L’ho conosciuto in occasione della presentazione del suo libro “La parola contraria” (Feltrinelli) organizzata con una associazione di cui sono cofondatore. Un libro con il quale confuta le accuse che gli sono state rivolte di istigare "a commettere delitti e contravvenzioni" contro la Tav , accuse che lo hanno portato a processo (E' stato assolto nell'ottobre 2015 - ndr). Erri De Luca sostiene che "Uno scrittore ha in sorte una piccola voce pubblica. Può usarla per fare qualcosa di più della promozione delle sue opere. Suo ambito è la parola, allora gli spetta il compito di proteggere il diritto di tutti a esprimere la propria". Ecco, quel giorno, ascoltando le sue posizioni, le sue parole sull’intellettuale che, se ha una idea di libertà, deve praticarla, e sul coraggio necessario di esprimere la parola contraria, ho capito che dovevo chiedere a lui la prefazione. Dopo due mesi, quando ormai avevo rinunciato a questa idea, il giorno di Natale mi arrivò una sua mail in cui mi diceva che l’avrebbe scritta. Dopo poche ore me l’ha inviata! La sua è stata una azione di umanità… E la prefazione è diventata essa stessa narrazione”.

Stai scrivendo altro?

“Se riuscirò a lavorarci in tranquillità, anche perché quando si scrive bisogna sempre scorticarsi un po’, ultimerò un nuovo romanzo che non ha come protagonista Giulietti, anche se i temi, l’ambientazione sono simili. Ma il cuore sarà la diversità, perché in questo momento ci dovremmo liberare dei pregiudizi che sono fondamentalmente legati all’ignoranza o alla difficoltà di conoscerci e di conoscere”.

Sei tra i fondatori delle associazioni culturali Eureka e In-Oltre attraverso le quali promuovi la cultura della legalità e la difesa dell’ambiente, in particolare nelle scuole primarie e secondarie. Cosa fate?

“Ho girato un po’ tutte le scuole, dalle elementari alle superiori. Mi piace andare alle scuole superiori perché i ragazzi sono coinvolgenti e ti permettono di passare a pensieri superiori. Ma come incidi nelle scuole elementari e medie non ha paragoni, come non ha confronti il modo in cui mi è capitato che mi raccontassero cose loro, come cambiavano l’idea di chi hanno davanti. Di solito si entra in una classe in cui metà degli studenti ha subito perquisizioni o ha parenti in carcere. Quindi entrare che sei la guardia e uscire che sei Francesco a cui raccontano la storia del cugino, in realtà parlando di se stessi, è una gran cosa! Quello che mi piace di questi incontri è fare considerazioni tali da far deragliare un destino segnato. Anche in questo caso, non presto troppa attenzione ai numeri: ci sono contesti in cui incidere su un ragazzo su 100 è come aver ottenuto il 100% del risultato”.

In merito alle mafie e ai loro margini d’azione, come è la situazione ora?

“Lo sappiamo come funziona: la difficoltà è il punto su cui fanno perno le mafie e il modo in cui reclutano manovalanza… a me non verrebbero a chiedere di conservare un panetto di droga. Lo vanno a chiedere dove non si mette il piatto a tavola, dove 50/100 euro a settimana diventano una proposta accettabile. Allora bisogna necessariamente provare ad agire sul versante economico, provando ad assistere e a sostenere la partenza, facendo ciò che non si faceva già prima. Sino ad ora gli aiuti da parte dello Stato un po’ hanno permesso di andare avanti. Come anche il reddito di cittadinanza che ha dato aiuto a chi non lavora anche in un periodo come questo, quando è difficile già solo arrangiarsi. Bisognerebbe fare qualcosa in più su questo versante, facendo in modo di avviare una fase lavorativa. Perché o li prendiamo noi o li prendono loro. Provare ad intercettare, come fa la scuola, e poi non dare gli strumenti per vivere, non serve, anzi, può essere ancora più frustrante… E’ frustrante vedere un problema, capire cosa determinerà e non riuscire ad agire su un cambiamento…”.

Dove operi?

“Io lavoro a Pompei, zona che confina con aree periferiche con palazzine popolari e problemi serissimi, tra cui Boscoreale, la città in cui insegnava mia madre, la mia prima trincea”.

Come ha reagito Napoli alle restrizioni?

“Vedendo il modo in cui ha reagito, ho notato una città che ha colto il senso della legge. Una cosa sulla quale è necessario riflettere. La legge è stata sentita come giusta, come un modo per difendersi da un male che era un male per tutti. Non c’è voluto l’esercito, non ci sono volute le sanzioni. È stata avvertita la giustizia di questa legge ed è stata rispettata. Allora fa rabbia vedere come in maniera artificiosa vengono ricostruite situazione che non esistono. A Torre Annunziata, dove vivo, nella piazza principale ci sono 3 salumerie che riforniscono di generi alimentari tutte queste palazzine che ci sono intorno, quindi 5.000 persone. Se faccio la foto alla piazza ora dall’alto, vedo 100 persone. Ma sono in fila - e tutti a un metro tra loro - per entrare nell’alimentare. Non è giusto fare la foto alla base della piazza e dire che sono tutte persone accalcate per strada… Tra l’altro nella mia città stare per la strada senza far nulla è un modo di vivere, ma ora non c’è nessuno e non è giusto raccontare la gente in questo modo. Se fai una foto al basso dove c’è la nonna seduta fuori casa, da sola, non puoi parlare di violazione della norma!”.

A te cosa è cambiato?

“Per quanto mi riguarda ho la fortuna/sfortuna di continuare a lavorare. Sicuramente in strada è cambiato il modo di lavorare. Siamo con mascherina e guanti, abbiamo le visiere in alcuni casi e abbiamo costruito paratie in plexiglass all’Ufficio denunce. Quello che mi fa riflettere è il sentimento di diffidenza verso gli altri: già di per sé è qualcosa che l’uomo ha nel proprio Dna. Ma nelle difficoltà l’uomo mette se stesso al centro di tutto, diventa egoista. Se questo sentimento diventa qualcosa di più, se si soffia sul fuoco dell’odio, se cominciamo a lasciare spazio a questo tipo di reazione, allora i populismi torneranno forti, come sono tornati dopo altri momenti di crisi. Ho paura di questo e del fatto che non ci si renda conto di come si sia reagito positivamente, anche nella scuola. Io vorrei che tanti dei passi fatti in questi giorni, anche il fatto di riuscire a parlare di un libro tra persone a chilometri di distanza attraverso l’uso di tecnologie fino ad ora considerate marginali, rimanessero e fosse usato lo strumento virtuale come mezzo di connessione e non di divisione, in antagonismo al populismo, alla diffidenza”.

Come chioserebbe Giulietti con una poesia questo momento?

“Con questo verso “il più bello dei mari è quello che non navigammo" tratto da una poesia di Hikmet, “Il più bello dei mari”. Una poesia di speranza, con lo sguardo rivolto al futuro!”.

©2018 by ask4angela

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