• Angela Iantosca

Generazione giornalisti e precari

Aggiornato il: giu 18

Corse, incastri, treni presi e treni persi, autobus e metropolitane che diventano luoghi in cui ricostruire momentanei angoli di solitudine per scrivere, prendere appunti, fare telefonate. E poi collaborazioni - a progetto, a tempo determinato, a partita iva, ad articolo - che di indeterminato hanno solo il momento in cui cesseranno, ma che racchiudono in sé con assoluta certezza scientifica una stazione di arrivo, un muro contro il quale ci si scontrerà e sul quale troveremo l’inevitabile domanda retorica: “Sai quanti ne ho disposti a fare questo mestiere per meno?”.

Laura Campiglio con il suo romanzo “Caffè Voltaire” (Mondadori) ci porta nel magico mondo del giornalismo, tra instabilità (lavorativa ed emotiva), rappresentazioni sceniche, notizie verosimili, bilanci e collaborazioni improbabili. Un romanzo drammaticamente divertente che nel titolo ci fa immaginare una macchina da scrivere, una ragazza sopra le righe, una atomosfera sognante e un caffè caldo gustato con lentezza, ma che nella realtà ci ricorda che abbiamo scelto un mestiere precario, in un Paese nel quale la vera notizia non è perdere il lavoro, ma averne uno!


È un libro autobiografico?

“La storia di Anna Naldini, che si ritrova a dover seguire una campagna elettorale sia per il giornale più a destra del Paese che per quello più a sinistra, è puramente finzionale. E meno male, perché sono ben lieta di non essermi mai trovata in una posizione lavorativa così scomoda, né invischiata in un doppio gioco così complicato e meschino. Ma la voce di Anna, la sua visione del mondo e il suo senso di inadeguatezza in qualche modo appartengono anche a me, non fosse altro che perché la condizione di precaria a vita mi è ben nota, come per molte persone della mia generazione".



È tempo di bilanci: anche per te?

“Da sempre. La dinamica del passaggio dalla fase del progetto (“farò questo, farò quest’altro”) a quella del bilancio (“bene: cos’ho fatto fin qui?”), per me, è l’ordine del giorno a cadenza quasi settimanale. E puntualmente, il bilancio è piuttosto impietoso. Per la protagonista di “Caffè Voltaire”, il momento fatidico in cui si confrontano le velleità giovanili con i risultati ottenuti arriva nel giorno del suo trentacinquesimo compleanno (meglio tardi che mai): ne deriva una consapevolezza amara, un senso di sconfitta che però sarà anche la molla che, in chiusura del romanzo, la porterà a trovare il suo riscatto”.

Collaborazioni, pseudonimi, licenziamenti improvvisi, pagamenti procrastinati: racconti quello che vive il mondo del giornalismo oggi. Non pensi sia ora di far cadere il velo e dire la verità?

“Credo di sì e mi sembra che molti, dapprima timidamente, poi con sempre maggior decisione, lo stiano facendo: non pochi giovani giornalisti precari, dopo aver constatato che le loro condizioni contrattuali erano ben lungi dallo stabilizzarsi col tempo e che il loro destino segnato era quello di ritrovarsi a essere dei non più giovani giornalisti ma sempre precari, hanno preso parola per denunciare, sia nelle sedi competenti che pubblicamente, un sistema che li porta a lavorare in condizioni che sarebbero ridicole se non fossero drammatiche. Sono emerse storie incredibili: gente pagata due euro a pezzo per scrivere di argomenti importanti e delicati, licenziamenti via mail o whatsapp, compensi decurtati direttamente in busta paga, senza nessun preavviso. È un problema che non riguarda solo i giornalisti, ma anche i lettori: con questi compensi e a queste condizioni, che fine fa la professionalità? Se chi scrive deve produrre cinque articoli al giorno per mettere insieme qualcosa che assomigli vagamente a uno stipendio, quanto tempo materiale rimane per la ricerca delle fonti, il fact-checking, l’approfondimento, o più semplicemente lo stile? Se l’informazione viene pagata così poco, come potrà valere qualcosa di più?”.

Si parla tanto di caporalato, ma in pochi hanno il coraggio di pronunciare questa parola riferita ai giornalisti, neanche quelli che fanno inchieste scottanti. E per farlo, bisogna sempre celare la denuncia. Ma non si tratta invece anche nel nostro ambito di capolarato?

“Mi sembra che, tecnicamente, manchi la figura intermedia del caporale, ovvero dell’intermediario che recluta illegalmente la manodopera per poi smistarla tra i datori di lavoro, ma il meccanismo che sta alla base del precariato giornalistico è il cottimo. Si viene pagati a riga, a parola, a sillaba, e si viene pagati molto poco. Il cottimo, in ogni ambito lavorativo, apre la strada allo sfruttamento più bieco, e rende molto difficile far valere i propri diritti: la classica frase “o così o sai quanti altri ne trovo?” è un mantra che molti si sono sentiti ripetere un’infinità di volte”.

Come sopravvivere a questo mestiere?

“Non ho consigli da dare perché è da un bel po’ che non scrivo regolarmente per un giornale. Credo che si possa parlare di mestiere solo se si riesce a vivere esclusivamente di quello, e non è il mio caso. Ma continuo a pensare che il giornalismo sia, se non il mestiere più bello del mondo, comunque nella top ten. Ecco perché mi dispiace delle difficoltà che sento raccontare dai miei amici che, loro sì, questo mestiere lo fanno tutti i giorni”.

Pensi che per le donne sia più complicato?

“Cosa non è più complicato per le donne? Per il discorso in generale, rimando alla ricca letteratura su giornalismo e gender gap. Il mio piccolo contributo personale è il seguente: avevo ventiquattro anni, collaboravo precarissimamente con un quotidiano locale e saltuariamente con altre testate. Quando è nata mia figlia non ho avuto neanche un giorno di maternità, i miei colleghi hanno siglato a mio nome dei pezzi scritti da loro per permettermi di fare un po’ di cassa mentre ero all’ospedale e ho ricominciato a lavorare quando mia bambina aveva cinque giorni. Non è stato facile ovviamente, ma io ero una madre giovanissima, instancabile, scapestrata e avventurosa: quando arrivavo a una conferenza stampa col marsupio erano tutti gentilissimi, in redazione cercavano sempre di aiutarmi con gli orari di poppate e pisolini e abbiamo vissuto scene surreali ed esilaranti (tipo io con la carrozzina in una base Nato ma vabbè, lasciamo perdere). Ma l’unica tutela sono state l’umanità, la simpatia e l’amicizia con i colleghi e con le persone con cui avevo a che fare per lavoro, non certo il mio contratto”.

Quanto ti ha divertito scrivere questo romanzo?

“Moltissimo, al netto dei momenti di fatica che credo siano fisiologici nella stesura di un romanzo. La mia sfida personale era parlare di argomenti non propriamente leggeri - il precariato, la manipolazione della realtà ai fini della propaganda politica - nella cornice della commedia sociale, che è da sempre un genere molto efficace per indagare il presente. I toni brillanti, la vena comica che in certi passaggi vira alla satira e al grottesco, mi sono serviti per alleggerire la narrazione. Insomma, se si riflette sull’attualità va benissimo, se lo si fa ridendo è anche meglio”.

Sei una appassionata di tribune elettorali?

“La politica m’interessa molto, e ammetto di trovare sempre un po’ naïf le persone che candidamente si dichiarano totalmente disinteressate all’argomento: è come essere disinteressati alle sorti del mondo, alla propria salute, a qualcosa che ti riguarda e ti riguarderà sempre, anche se non vuoi. Possiamo non occuparci di politica ma la politica finirà comunque per occuparsi di noi: ecco perché tanto vale fare lo sforzo di tentare di capirci qualcosa. Le tribune elettorali, be’, sono parte del gioco, ed è parte del gioco che chi si contende i favori dell’elettorato abbia un punto di vista talvolta fazioso: sono comunque un osservatorio importante, certo non l’unico, per farsi un’idea”.

Cosa trovi di surreale nei politici (o forse di più negli elettori) italiani?

“Parto dagli elettori: non mi scandalizza che un politico tiri l’acqua al proprio mulino, mi preoccupa di più che chi lo vota - per restare nella metafora - sia talmente privo di senso critico da non capire che un mugnaio voglia sì darti il pane, ma non senza pensare ai propri interessi. La mia impressione è che l’elettorato cerchi sempre più spesso un capo carismatico a cui affidarsi con un abbandono totale, fideistico, come se fossimo tutti dei bambini bisognosi del buon padre di famiglia che pensi e decida al posto nostro e per il nostro bene. E invece quello che dovremmo fare è coltivare il nostro senso critico, la nostra cultura politica, la nostra conoscenza dei singoli temi e del funzionamento dell’ordinamento giuridico: siamo comunque parte del gioco, tanto vale esserlo consapevolmente. Quanto ai politici, se mi metto a elencare i motivi di doglianza parte una giaculatoria infinita. Fammi dire solo una cosa molto concreta: sono rimasta profondamente delusa dalla mancata abrogazione dei decreti sicurezza da parte del secondo governo Conte. Se il Partito Democratico si approccia a un tema importante come l’immigrazione in continuità con la destra leghista, allora davvero si offre una sponda facile al discorso qualunquista del “sono tutti uguali”. Io non penso e non voglio pensare che destra e sinistra siano la stessa cosa: potremmo, di grazia, vedere qualche differenza concreta?”.

Voltaire o Rosseau?

“Nessuno dei due. Nel romanzo ho immaginato volutamente due testate schieratissime e agli antipodi, proprio per rendere evidente la dinamica della faziosità da ambo le parti. M’interessava sottolineare che quando il messaggio politico è povero, semplificato fino all’unità minima del tweet o addirittura del meme, tanto l’esaltazione quanto la stroncatura siano meri esercizi di stile. Tutto o niente, bianco o nero, giusto o sbagliato: questo procedere sempre per estremi, questa voglia di dividersi sempre in schieramenti opposti neanche fossimo allo stadio, sottendono un’incapacità preoccupante di cogliere un fenomeno, un tema, un problema nella sua ineliminabile complessità. La realtà è sempre complessa, e ogni estremismo è una riduzione a slogan che nega scientemente quella complessità, chiedendo a chi vi aderisce una professione di fede acritica. Per questo gli estremismi, con la realtà, hanno poco a che fare”.

Il tuo bar di riferimento come si chiama?

“Si chiama Il Secco ed è a Milano, sui Navigli. Credo sia il posto in cui negli ultimi anni ho dato il meglio e il peggio di me, talvolta nella stessa sera”.

Hai in cantiere altro?

“Diciamo che sto predisponendo il cantiere. E che nel farlo cerco di essere l’umarell di me stessa, quella che con le mani dietro la schiena e il cipiglio severo del pensionato che controlla i lavori, valuta se il materiale è buono, l’organizzazione degli spazi funzionale, la forza lavoro sufficiente. Quando il mio umarell interiore darà il suo benestare, prenderò il computer e lo piazzerò nella mia postazione in cucina. E lì, nel cuore della notte, alla commossa presenza delle tazzine di caffè e del posacenere, poserò solennemente la prima pietra del prossimo romanzo”.

©2018 by ask4angela

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