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  • Angela Iantosca

Fare memoria oggi significa rispettare le regole


Primo giorno di primavera. Giornata della Memoria delle vittime innocenti di mafia. Nella mente scorrono le immagini, i preparativi, scorrono i nomi di chi è stato ucciso senza colpa e che da alcuni anni vengono pronunciati ad alta voce in tutte le città, i paesi italiani per ricordare chi non c’è più, chi ha versato il proprio sangue perché stava svolgendo il proprio lavoro con onestà e dedizione, perché si è trovato nella traiettoria di un proiettile, di una vendetta, di una faida. Senza farne parte. In questi anni ho sfilato con i parenti delle vittime, ho pronunciato quei nomi, ho cantato con migliaia di ragazzi, ho aiutato dei giovani a capire l’importanza di questa giornata.

E anche se quest’anno tutto questo non ci sarà (la giornata è rimandata ad ottobre), l’impegno, la partecipazione e l’emozione non cambiano.

Per sfilare idealmente, ho raggiunto Rosaria Cascio, un’insegnante, ma ancor prima una palermitana che ha avuto il privilegio di avere come guida, maestro, amico Padre Pino Puglisi. E la capacità di continuare a tenerlo accanto a sé, lasciandosi da lui ispirare nelle scelte della vita, nell’approccio con i ragazzi, nell’impegno quotidiano contro tutte le mafie.

Come celebrate questo 21 marzo?

“Oggi sarà un giorno come un altro, inaspettatamente. Stavamo preparandoci, come mondo della scuola, alla partecipazione ad un evento consueto ma straordinario per Palermo: qui ci sarebbe dovuto essere la piazza contro le mafie! E invece sarà una giornata nella quale rinnoveremo il nostro impegno a mantenere viva la memoria delle vittime innocenti di tutte le mafie attraverso modalità alternative a quelle della presenza fisica in una piazza. Per me il 21 marzo è solo un giorno che rinnova un continuo impegno, giornaliero e mai interrotto, di testimonianza personale di scelte chiare e precise. Anche nell'insegnamento”.

Forse quest'anno fare memoria significa rispettare piccole regole... cosa è quindi memoria?

“P.Puglisi, il sacerdote palermitano ucciso dalla mafia nel 1993 con il quale mi sono formata per quindici anni nella mia giovinezza, amava molto la parola ricordare e la spiegava sempre dicendo che viene dal latino re - cor – dare e cioè ri – dare – al cuore. Cosa? Quelle emozioni e sensazioni che si sono formate unitamente al ricordo stesso. Memoria è, invece, una parola con una diversa radice. Viene dal verbo greco mimnesco ed è quella facoltà essenziale che ci fa tenere in vita, anche eticamente, fatti importanti del passato. Insieme, ricordo e memoria ci spingono all'azione per cui commemorare non lo si fa seduti sul divano davanti alla tv. Tutto il nostro corpo, la nostra mente ed il nostro spirito sono tesi all'attuazione di ogni gesto che serva ad affrancare e riscattare le esistenze di chi è stato ucciso dalle mafie. Chi ricorda e fa memoria vive seriamente il proprio ruolo per la costruzione di una società più giusta e pacifica. Rispettare semplici e piccole regole, in questi giorni di divieti, sembra impossibile a certuni incapaci di senso civico e responsabilità. E invece va fatto re-cor-dando, se vogliamo, le immagini di tanti medici ed infermieri che stanno mettendo a repentaglio la sicurezza della propria salute per salvaguardare quella altrui”.


La scuola è chiusa fino al 3 aprile: come state affrontando a livello scolastico questo momento?

“La scuola in cui credo, e come me la gran parte dei colleghi italiani, non chiude mai! Voglio dire che quella dell'insegnante è una dimensione di continua riflessione, durante il giorno, di idee o attività da realizzare, poi, durante le ore didattiche del mattino. Di fronte a questa emergenza, quindi, non ci siamo trovati impreparati riguardo a cosa fare. La necessità è stata, piuttosto, capire e prepararsi sul come, dato che la formazione a distanza è una procedura che, per chi la usa normalmente, integra quella in presenza. Adesso, invece, siamo distanti davvero e si può correre il rischio di continuare ad insegnare da remoto lasciando compiti a casa come se fossimo a scuola. Non è così. La dimensione della relazione è fondamentale nel processo di insegnamento-apprendimento e, quindi, è importante mantenere un contatto con la voce, con gli occhi, con le orecchie. Così i docenti stiamo attivando lezioni in streaming, videoconferenze, lezioni su youtube. I cellulari, tanto banditi a scuola, adesso diventano la risorsa indispensabile per mantenere una relazione così importante in questo momento. In definitiva, a distanza di tanti giorni dalla chiusura per decreto, le scuole italiane stanno dimostrando di essere un presidio di democrazia continuando a formare i propri alunni e riuscendo ad includere, in moltissimi casi, anche quelli con specifiche disabilità. Insomma, le porte della scuola saranno pure chiuse e le relazioni fisiche interrotte ma.... la scuola non chiude mai!”.

Come hanno reagito i tuoi ragazzi?

“Hanno capito la straordinarietà del momento e stanno rispondendo con entusiasmo alle proposte didattiche che stiamo attivando. Nelle scuole italiane è da tempo presente la figura dell'animatore digitale che si sta rivelando un valido supporto per orientare noi docenti nella scelta delle piattaforme da preferire. Quando ho attivato le classi digitali, in modo velocissimo si sono riempite di alunni virtuali nonostante tutto sia su base esclusivamente volontaria. Ci siamo attrezzati usando o, in alcuni casi, continuando ad usare le tecnologie che, grazie alle piattaforme on line dei libri di testo, stanno agevolando il lavoro con la possibilità di condividere contenuti e risorse didattiche. Ma il vero lavoro è sostenere la motivazione dei ragazzi che dimostrano, con la loro attiva partecipazione, di volere mantenere il ritmo di studio anche in nuovo modo. Io credo che la loro solerzia nel consegnare i compiti o nel partecipare attivamente alle lezioni on line sia il segno chiaro ed inequivocabile che lo studio, in questo momento, sta diventando il modo di esorcizzare una paura opprimente alimentata e deformata da una TV monotematica: si parla solo di coronavirus a tutte le ore! E allora, collegarsi per vedere cosa studiare diventa il modo per recuperare una certa normalità che ha il sapore della scuola”.

I giornalisti tra i banchi cosa hanno in serbo?

“Hanno dovuto interrompere le presentazioni del libro “Giornalisti tra i banchi” e sospendere persino alcune tournée già programmate allo scopo di prepararci consapevolmente al 21 marzo. Nel frattempo io stavo già preparando il giornale on line “Lo Strillone” che da 8 anni il “Regina Margherita”, il nostro liceo, pubblica. E così ho proposto loro la scrittura di articoli anche divertenti e curiosi sul periodo di convivenza forzata che viviamo in famiglia e in tanti si sono messi subito al lavoro! Ad Aprile sarà pronto e poi, ormai ad anno scolastico prossimo, riprenderemo gli incontri di peer education (il sottotitolo del nostro libro edito dalla Navarra Editore è proprio “giovani che insegnano ai giovani”) per sollecitare riflessioni e confronti in vista della giornata della memoria che dal 21 Marzo è stata spostata a fine Ottobre”.

Cosa fare in questo periodo da studente?

“Viversi il proprio tempo imparando a diventarne padroni. Come? La vita di ognuno di noi è scandita da doveri ed impegni: la scuola al mattino, il pranzo, i compiti, la palestra, gli amici e così via, per un intero anno scolastico. E adesso, invece, gli studenti devono bloccare il proprio bisogno di normalità, vitale per una serenità psicologica quotidiana, ed essere capaci di non cadere nella perdita di abitudini. Potrebbero lasciarsi andare a giornate intere passate col cellulare in mano, magari a letto nell'inedia. Questo è un pericolo enorme anche perché, pur essendo piacevoli i momenti di assoluto relax, non sono la norma nella loro vita. Il lavoro che come docenti stiamo facendo, anche questo su base esclusivamente volontaria perché non tutti si stanno dando da fare con la formazione a distanza, è importante per i ragazzi, perché consegna loro dei compiti, li spinge alla responsabilità, li orienta nella scelta delle attività da svolgere nel corso della giornata. Fra poco si rientrerà a scuola e, comunque, si dovrà concludere l'anno recuperando o completando gli sforzi dei mesi precedenti”.

Che consigli vuoi dare?

“Gli stessi che ho dato, sin dai primi giorni, ai miei studenti attraverso l'invio di un mio video-messaggio. Li ho invitati a non sentirsi soli, ad avvertire la mia vicinanza e disponibilità ma li ho anche richiamati alla responsabilità a beneficio della propria vita. Non ho mandato loro elenchi di libri da leggere o di film da vedere. Ritengo che sia un messaggio sbagliato. Invitarli alla lettura o all'uso intelligente di questo tempo enorme che si è liberato sì, questo l'ho fatto. Ma nella libertà di costruirsi la motivazione alla semplice azione di prendere un libro. Devono volerlo loro. Così soltanto può diventare un piacere. E poi di stare un po' all'aria aperta, anche sedendosi sul balcone di casa o affacciandosi alla finestra per osservare il mondo così diverso, in questo momento. Coglierne la stranezza per imparare a riflettere. E poi consiglio loro di mantenere anche quel po' di quell'invidiabile superficialità che a volte hanno: ridere, scherzare al telefono, stare insieme con le chat di gruppo, studiare su skype insieme. Insomma, di necessità possiamo fare virtù!”.

Come recuperare questo mese di pausa?

“Non siamo in stand by, in pausa. L'esistenza sta continuando. Non facciamo l'errore di credere di essere in uno stato di sospensione. Questo ci porterebbe a stare inattivi, dentro ad una parentesi. E invece no. Dobbiamo, adesso, fare, agire, pensare, costruire, maturare. Riflettere. Quando tutto sarà finito, niente sarà finito in noi. Questa esperienza limite che stiamo forzatamente vivendo continuerà ad esserci e dovremo farci i conti. Meglio, allora, vivere intensamente questo presente strano. Lo dico soprattutto ai miei ragazzi: al rientro a scuola quanto abbiamo fatto in questi giorni sarà ripreso ma non come se non avessimo fatto nulla. Non è un passatempo poco serio. E' la nostra vita quotidiana che stiamo vivendo. Diversamente, sì, ma la stiamo vivendo.”

Da mamma come stai gestendo la tua famiglia?

“Con serenità grazie alla maturità che mia figlia sta dimostrando a noi genitori. Noi, da marito e moglie, viviamo a Palermo e ci continuiamo a fare compagnia, come sempre. Lei, invece, vive a Roma dove studia Comunicazione alla Sapienza. Ci ha raccontato con incredulità del trasferimento in massa degli studenti fuori-sede verso il Sud. Ne ha colto non soltanto la stupidità ed irresponsabilità per via dell'esposizione altrui al loro eventuale contagio, ma anche la dimensione esistenziale. Insomma, un fuori-sede si sente in prestito nelle città in cui vive, per studio o per lavoro. Lei, invece, pur essendo ancora una studentessa, vive questa sua condizione come quella di una persona che ha avuto l'opportunità di scegliere dove stare per costruire le condizioni di felicità nel suo futuro. Un po' mi dispiace: a diciannove anni era già a studiare a Bologna ed ormai non era più la mia bambina. Era la donna che volevamo che fosse, sia io che mio marito. E quindi adesso, nella solitudine forzata della sua stanza romana, segue le lezioni on line, studia, igienizza la casa, fa la spesa e vive. Non si sente in prestito alle città in cui si sta formando. Si sente una cittadina del mondo. La sua casa è dove sta costruendo il suo futuro. E' doloroso da accettare per un genitore-chioccia che non vorrebbe mai regalare alla vita i propri figli. E invece, grazie a lei, ho recuperato una dimensione di serenità che mi commuove sempre”.

Pensi che ne usciremo cambiati da questo periodo?

“Spero di sì, ma non ne sono convinta. Non soltanto gli Italiani ma un po' tutti stanno mantenendo un atteggiamento egoistico di fronte al coronavirus. Pur essendoci bellissimi esempi di solidarietà anche internazionale (la Cina, pur essendo ancora in pericolo, sta donando mezzi e risorse anche all'Italia), molta gente pensa al proprio tornaconto ritenendosi immune dal contagio. La vera lezione da imparare è che dalle crisi si esce insieme e che le crisi sono sempre una occasione di apprendimento. Qualcuno crescerà, qualcun altro no. Questa esperienza ci sta facendo ripetere errori passati e il segno che ancora non si è abbastanza compreso quanto sta accadendo, è la razzia ai supermercati e, appunto, la fuga dei fuori sede verso il Sud. A differenza di altre volte, però, in questa occasione siamo stati toccati tutti nella nostra intimità. E allora voglio sperare che si riesca a crescere un po' nella consapevolezza che il bene comune non è a nostro uso e consumo ma è di tutti. Rispettarlo significherà goderne tutti, certo, ma anche noi. Di certo non vedo l'ora che la scuola riprenda per parlarne, in senso costruttivo, con i miei alunni. Almeno avrò fatto la mia parte!”.

Che feedback hai da parte dei tuoi studenti?

“Mi sembrano sereni. Qualcuno si è imboscato e non sta partecipando per nulla alle proposte didattiche che mando. Altri, invece, sono talmente ligi da costringermi a sfornare proposte su proposte. Ma io non mi arrendo. Sto mantenendo la calma e non sto cedendo allo spasmodico bisogno di riempirli di “cose” da fare. Invece hanno accolto con favore l'invito a scrivere articoli per il giornale scolastico, dando sfogo alla propria fantasia anche nella ricerca del tema su cui scrivere. Libertà e responsabilità. Anche questi sono obiettivi primari per una comunità educativa”.

Che libri consigli di leggere?

“Tutti quelli che si amano o da cui si è attratti. Cartacei o on line, ebook o con la copertina poco importa. L'importante è dedicare tempo e mente alla lettura. Ma per non lasciare cadere nel vuoto il tuo invito a consigliare dei libri ne indico due. Sono quelli che ho scritto insieme agli alunni di due classi in cui ho insegnato e, siccome insieme a me li hanno scritti proprio loro, i miei alunni, e parlano di loro, cioè dei giovani, colgo il tuo invito: “Io pretendo la mia felicità. (Ho pagato tanto e adesso me la merito)” e “Giornalisti tra i banchi. Giovani che insegnano ai giovani”. Entrambi sono editi dalla Navarra Editore e, visto che non si può uscire per comprarli, vi invito a farlo on line anche dal sito della casa editrice. Li consiglio ai giovani perchè si parla di loro ed a farlo sono i loro coetanei. Li consiglio agli adulti perchè dai giovani abbiamo sempre da imparare”.

E tu che libro stai leggendo in questo momento?

“Non leggo mai un libro alla volta ma diversi che trattano vari argomenti. In questo momento sto approfondendo il tema della pedagogia antimafia e per questo sto studiando non solo sui libri ma anche su riviste scientifiche soprattutto della scuola di psicologia di Palermo che al tema ha dedicato tantissimo. E grazie al web, sto integrando lo studio con video molto interessanti presenti in rete”.

Il tempo a disposizione può essere una occasione: come farlo capire non solo ai giovani?

“Non con le parole ma con l'esperienza. Del tempo facciamo esperienza sempre, perché viviamo. Ma diciamo di non averne mai abbastanza e, magari, lo riempiamo di attività poco valide. Adesso abbiamo tutto il tempo che in altri momenti volevamo e possiamo rendere questa una occasione da non rimpiangere. Dando uno sguardo alle case intorno alla mia e parlando con amici al telefono, sto notando coppie inedite in altri momenti, di genitori che giocano con i figli e di ragazzi seduti a leggere un libro. Senza bisogno di usare parole sul tempo, vedo che del tempo, alcuni, stiamo facendo buona esperienza”.

Stai scrivendo altro?

“Ho in mente alcuni progetti ma su uno, in particolare, mi sto concentrando da alcuni anni. Sto scrivendo sulla pedagogia dell'esempio di p.Puglisi e sul suo metodo educativo alternativo a quello mafioso. Per questo sto conoscendo diverse esperienze anche attuali realizzate da associazioni con metodologie assimilabili a quella sperimentata da p.Puglisi a Brancaccio. In questa prospettiva sto già facendo formazione nelle scuole a docenti ed educatori ed ho progettato un corso on line presente sul portale della formazione proposto dal Ministero dell'Istruzione S.O.F.I.A. Il mio obiettivo, ormai da tanto, è rendere attuale e praticata la metodologia educativa puglisiana avendone compreso l'efficacia. Lo aveva capito la mafia, uccidendolo. Noi educatori, ancora oggi, dobbiamo convincercene”.

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