• Angela Iantosca

E' una offesa a non renderci liberi?

Manifestare contro chi offende o manifestare contro chi, offeso come noi (?), ci offende?

Questo è il dilemma!

La stampa non si tocca: questa l'affermazione che sta portando in piazza i giornalisti italiani indignati per l'offesa ricevuta qualche giorno fa, tra raduni, flash mobe e urletti vari ai talkshow (urli di indignazione fatti anche da chi negli anni ci ha offeso con le sue scelte editoriali).

Allora rifletto e mi domando: quale è l'ultima volta che siete (siamo) scesi in piazza? Per che cosa?

Avete mai manifestato contro l'editore che non pagava o pagava male?

Avete mai manifestato per richieste che non corrispondevano alla vostra etica?

Non credete sia più offensivo come a volte si viene trattati nelle redazioni? Quando dei capi ti chiedono cose che sono contro la deontologia di un vero giornalista o quando le notizie, grazie ad un semplice aggettivo, ad un montaggio o ad un taglio al momento giusto, vengono trasmesse non come sono?

O quando la verità assume forme diverse a seconda del canale che le trasmette?

Non vi sentite offesi quando fate una proposta ad un capo, quando suggerite di occuparvi di un territorio sul quale è necessario tenere i riflettori accesi e questo vi dice: "Torniamo in quel posto solo quando ci sarà un morto... altrimenti non mi interessa"?

Non vi sentite offesi dall'assenza di contratti? Siete sicuri che anche questo scendere in piazza non sia strumentale?

Forse è più grave che un giornale non vada in stampa perché sul giornale potrebbe uscire una notizia che intacca il politico che sostiene l'editore di quel giornale... (anche questo è accaduto e accade).


Non ho tessere di partito e non mi interessa ascoltare questo mondo politico che non mi rappresenta (ovviamente ascolto, seguo per 'cultura' personale).

Ma l'offesa che è stata pronunciata (deprecabile, forte, da evitare, siamo d'accordo) pensate che sia sempre così lontana dalla verità?

Ricordo una volta un corso di aggiornamento. Uno di quelli necessari per raccogliere i punti delle merendine (i 60 crediti in 3 anni per rimanere aggiornati). Ebbene c'era una giornalista che spiegava di aver deciso di lasciare grandi testate e di aver deciso di aprire un sito per occuparsi davvero di guerra, senza influenze, senza indicazioni, per fare un lavoro libero. Una testimonianza forte la sua e bellissima. Ossigeno per le orecchie sentire la purezza di questa ragazza che, per coltivare il suo sogno, fa qualsiasi lavoro. Ma racconta la verità o comunque ci prova raccogliendo più fonti possibili. E cosa si è sentita rispondere da alcuni giornalisti presenti? "Tutto molto bello quello che fai. Ma noi dobbiamo pagare le bollette... Quindi facciamo ciò che ci chiedono". Perché secondo voi quella ragazza le bollette non le paga? Come è facile pensare che chi ha la schiena dritta ha qualche conto in banca foraggiato da qualcuno...

Invece sapete quale è la notizia (non una fake news)? C'è gente che preferisce vivere modestamente ma guardarsi allo specchio tutti i giorni...

E allora mi domando: come sono da definire persone che fanno un lavoro come il nostro, che è un lavoro socialmente utile, importante, delicato, per pagare le bollette e non per provare a raccontare la verità?


Perché non proviamo a svegliarci da questo torpore?

Ci stiamo rendendo conto di essere le prime vittime di caporalato?

Sono quasi 20 anni che faccio questo che non è un mestiere, ma una passione, una missione, una necessità... e con quanti ho lavorato.

Non sono stata pagata, sono stata pagata 40 centesimi a pezzo, ho visto giornali chiudere all'improvviso, gente sparire e ripresentarsi con un nuovo abito... Me ne sono andata da posti che non sentivo adatti alla mia etica. E sono andata e vado avanti. Schiena dritta e testa alta. E' dura? Certo... Ma sarebbe più dura scendere a compromessi e non corrispondere a ciò che si è.

E allora: pensate davvero che sia una offesa a non renderci liberi?





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©2018 by ask4angela

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