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  • Angela Iantosca

Don Diana: quando uomini e preti fanno il miracolo!

Silenzio. Forse è la parola che stiamo usando di più in questo periodo. Insieme al termine scelto per definire questo visitatore che sta sconvolgendo le nostre vite. Ed è un silenzio di riflessione, di dialogo con se stessi, forse anche di solitudine. È il silenzio della Luna del 7 aprile che lassù, lontana da noi, chissà a cosa stava pensando, mentre ci guardava nel momento del mese più glorioso per lei. È il silenzio dei carri militari che si fa condivisione di un dolore. Sinonimo di comunità. Ma silenzio è una parola che nel tempo ha significato anche altro: è il silenzio della complicità, è il silenzio di chi non ha la forza di denunciare, è il silenzio della cecità voluta, è il silenzio che ha lo stesso odore della mafia. È il silenzio che la mafia spera di ottenere mettendo a tacere chi non ha paura, chi va avanti nonostante tutto, chi è un simbolo di cambiamento. Ma non sempre il risultato delle sue azioni è il silenzio: anzi, spesso è proprio il contrario. E allora nasce una biblioteca, la gente stende lenzuola bianche e prende coscienza e si ribella e chi non c’è più diventa un’arma segreta di pace potentissima. A volte può anche accadere che gomorra cade.

Come spiega il giornalista e autore di molti libri Luigi Ferraiuolo nel suo ultimo “Don Peppe Diana e la caduta di gomorra” (San Paolo).

“Don Peppe Diana è la chiave di volta per capire cosa è stato un fenomeno che ancora non è chiaro all’Italia intera. Ho provato a raccontarlo in «Don Peppe Diana e la caduta di gomorra». Un fenomeno che ha condizionato il nostro Paese da un piccolo triangolo di paesini della provincia di Caserta: gomorra. A gomorra è nata l’emergenza rifiuti, a gomorra le più gravi infiltrazioni all’estero di mafie italiane, insieme con la ’ndragheta, a gomorra hanno provato a condizionare insieme con cosa nostra il destino d’Italia. Don Peppe è la dimostrazione che gli uomini, i preti, possono fare miracoli. Don Peppe lo ha fatto, in maniera semplice, essendo coerente con quello che diceva. E pagando con il sangue. Ma nel momento stesso in cui è stato ucciso gomorra è morta, perché la gente di Casal di Principe e di San Cipriano e Casapesenna ha abbandonato il clan e scelto il prete. La rivoluzione di don Diana”.



Quanto è importante la memoria?

“La memoria è il cuore del futuro dell’uomo. Noi siamo il nostro passato, che nel momento stesso in cui lo viviamo – e da presente diventa passato - costruisce il nostro futuro e ancor di più il futuro della nostra comunità, del nostro paese”.



Come è cambiato il tuo lavoro in questo periodo?

“Il mio e nostro lavoro, da giornalisti, è cambiato molto in questo periodo, soprattutto per i controlli continui di salute a cui ci sottoponiamo (da me in tv e in molte istituzioni non si entra se non si controlla la febbre all’ingresso) e per le modalità tecniche in cui è stato riorganizzato il lavoro di un giornalista televisivo. Stanze singole o postazioni di lavoro con pochi colleghi; interviste fatte in videoconferenza, in assenza della persona; interviste di persona fatte con il boom o con un microfono ad asta. E poi c’è la nostra protezione personale: dobbiamo indossare, soprattutto all’esterno, mascherine e guanti per la protezione personale; mentre all’interno ogni tre per due c’è un dispenser di amuchina per lavarsi le mani. Senza considerare i tanti colleghi che lavorano da casa”.

In un momento in cui tutto gira intorno al coronavirus, le altre notizie che peso hanno?

“Questo è il vero problema: molte notizie importanti sono praticamente sparite. Penso alle lettere bomba o all’incredibile peso che stanno assumendo le mafie prestando denaro in nero alle aziende, che praticamente sono sparite. Ma anche tutto il racconto del Paese che soffre e di cosa sta accadendo nell’economia reale. Stiamo vivendo una sospensione dell’esistenza, una bolla temporale che ha cristallizzato le nostre vite. Non lo dimenticheremo mai”.

Quanto è importante tenere alta l'attenzione anche su le altre questioni (mafia, droga, prostituzione...)?

“È importantissimo e, una collega come te, molto attenta ai problemi della legalità, lo ha ben chiaro. È vero che i reati più bagattellari sono diminuiti e di molto in questo periodo: anche i malviventi hanno avuto paura di infettarsi, ovviamente. Ma come accennavo prima, il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero de Raho ha lanciato un allarme gravissimo. Le mafie, a partire dalla camorra, stanno prestando denaro in nero alle aziende e nello stesso tempo aiutano le famiglie in difficoltà. Si sostituiscono allo stato e diventano in questo modo più forti e pervasive: incasseranno in futuro. Dobbiamo impedire assolutamente che tutto ciò accada o si strutturi e l’informazione è fondamentale. Perciò dobbiamo difendere degli spazi durante il tempo del coronavirus per parlare anche di tutto il resto”.

Fake news, eccesso di informazione: quale è la ricetta giusta per un modo corretto di fare informazione?

“La ricetta buona per le fake news credo sia nello spirito del Premio Buone Notizie. Una manifestazione che portiamo avanti a Caserta per tutta Italia e tutto il mondo, in cui premiamo chi ha avuto il coraggio di raccontare le buone notizie nell’informazione main stream in Italia e nel mondo. Ma anche e soprattutto, chi ha il coraggio di raccontare e fare informazione bene e seguendo l’abc: i controlli, le verifiche, la buona scrittura, la precisione, lo studio, l’approfondimento. Ecco, basterebbe rispettare l’abc del giornalista perché le fake news ritornassero a essere solo fisiologiche. Per l’informazione ci vuole una patente e non può essere regalata a tutti. E nello stesso tempo, serve anche una patente per i lettori e per guarda la tv o usa i social”.

La rete ci sta mantenendo in contatto: ma il rischio non è quello di cadere (definitivamente) nella dipendenza?

“Il rischio c’è, come per tutte le cose. Fai bene a ricordarlo e ad alzare anche la voce se necessario. Noi uomini siamo fatti così, ci abituiamo subito al comodo, ma non è detto che sia sempre l’opzione migliore”.

Stai scrivendo qualcosa di nuovo?

“Sto lavorando a un paio di saggi e a un romanzo. Ma come tutte le cose che metto in cantiere sono sempre condizionate dal tempo che mi concede il lavoro. Non è detto che arrivino subito a un editore. Uno dei saggi è il racconto di uno spaccato minore d’Italia attraverso la storia di un prete, don Salvatore D’Angelo, che ha salvato migliaia di giovani orfani dopo la Seconda Guerra Mondiale. Beh per l’altro e il romanzo, mi concedo un po’ di suspence...”.

Che libri stai leggendo?

“Il tuo, Angela; un libro proibito che mi serve per il romanzo; e sto rileggendo “Che tu sia per me il coltello” di Grossman. Ovviamente frammisti ai fumetti, che consumo in quantità industriale. A partire dall’ultimo Topolino dedicato a Raffaello, con Paperello che va alla ricerca del nuovo rinascimento”.

Pensi che tutto questo ci cambierà davvero?

“Mi stai davvero chiedendo se saremo migliori o peggiori? Non cambierà niente io credo. La maggioranza della gente spera di tornare a vivere come prima e altri sperano, come prima, di vivere un po’ meglio. Prendo a prestito delle parole di Massimo Cacciari, il filosofo, per risponderti, perché le ha dette meglio di come le avrei dette io: «Pensare come se questa fosse la terza guerra mondiale è un’idiozia - ha spiegato in una intervista al Corriere della Sera -, Non ne posso più della retorica dei carrarmati nelle strade, degli inni di Mameli e via blaterando. Da questa crisi usciranno il rafforzamento dei grandi imperi e contraddizioni sociali ancora più accentuate del passato, ma che saranno quelle del passato. Prima non le sapevamo affrontare e ancora meno le sapremo affrontare ora». Spero non sia così, ma credo che lo sarà”.

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©2018 by ask4angela

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