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  • Angela Iantosca

Dobbiamo puzzare di verità

“I nostri antenati lavoravano, faticavamo, mettevano su famiglia e il più delle volte non lo facevano per affermare se stessi. Ma per lasciare qualcosa ai figli. Che è la base della sostenibilità: fare le cose per le generazioni future. Ad un certo punto tutto è cambiato e lo sguardo di ogni azione è stato rivolto a se stessi, è stato chiuso su se stessi e un numero crescente di persone si è alimentata di questa falsa energia che è l’egoismo. Così il cerchio virtuoso del dare e del ricevere che ha creato il Padre Eterno si è interrotto e l’uomo ha dimenticato l’umiltà, concentrandosi solo sul prendere. Ma questo ha creato squilibrio. Ha creato differenze. Ha distanziato le persone. La droga nasce da lì, dal bisogno di fuggire dalla vita. Non da quella materiale: non ti droghi perché hai poco da mangiare, quelle sono proiezioni concrete. È dietro, nella parte più intima che bisogna cercare le motivazioni reali, il desiderio di fuggire dalla vita. Perché c’è qualcosa che ti dice che la tua sensibilità ha bisogno di altre cose, ma non riesci a vedere strade, alternative e allora la vita ti perde di senso. A me non è mancato nessun bene materiale. Eppure le mie sensibilità non si sono realizzate a Milano, nella mia famiglia, facendo i tornei di tennis o alla Bocconi: si sono realizzate in un’altra dimensione. A San Patrignano”.



Federico Samaden ha cominciato a 16 anni. Quando la sua vita aveva perso il senso. Aveva tutto: soldi, possibilità, ‘libertà’, eppure mancava qualcosa. Mancava la ‘puzza di verità’, mancava il germe della vita, mancava ciò che lo facesse connettere davvero con se stesso. Poi, dopo 12 anni vissuti fuggendo dalla vita grazie a marijuana, hashish, Lsd ed eroina, è arrivata la comunità, il 2 gennaio del 1986. Con lei è ritornata la curiosità, il desiderio di sapere, conoscere, studiare.

“San Patrignano riattiva il germe della vita attraverso il senso di appartenenza, gli abbracci, che sono manifestazione di affetto, attraverso le regole, il lavoro. Solo riattivando il germe della vita la persona si ricollega a quella scala valoriale che è dentro di lui... Passano i secoli, cambiano gli scenari, ma l’uomo deve rispondere al bisogno di infinito che ha dentro di sè. Poi ognuno lo interpreta come vuole e ognuno la vivrà in modo diverso la vita, a seconda del ‘destino’ che lo aspetta. Io, per esempio, sono convinto che a me sono state date delle cose perché dovevo fare delle cose. E gli anni, gli incontri, le persone via via mi hanno dato input e strumenti. Ricordo Vincenzo Muccioli quando mi parlava e mi diceva alcune cose; a volte mi guardava e aggiungeva: “No, questa cosa ancora non sei pronto a sentirla”. Avevo capito che lui aveva la capacità di guardare oltre e allora gli facevo tante domande. E un po’ alla volta mi ha fatto arrivare il significato di tutto...”.

Federico, finito il percorso, per 20 anni dirige la comunità di San Patrignano a Trento, finché nel 2008 la sua vita subisce un nuovo cambio di rotta.

“Non avrei mai pensato di dover far altro nella vita se non quello che stavo facendo, che amavo oltre me stesso. Stavo compiendo 50 anni. Avevo vissuto gli ultimi 25 anni in una comunità, insieme a migliaia di persone e all’improvviso mi sono trovato con una moglie e un figlio a riprogrammare la mia vita. Questo mi ha dato degli stati d’animo e delle emozioni molto forti che considero un regalo. Ero arrabbiato, cercavo capri espiatori, cercavo prospettive. Ma mentre quella del 1986 era stata una vera rinascita, questa del 2008 era un ritorno alla vita secondo nuovi parametri. Avevo fatto il volontario tutta la vita, perché avevo scelto di non volere uno stipendio in comunità. E ora? Cosa avrei fatto? Come avrei pagato la macchina? Dall’altro lato ero assetato, perché ero stato privato del significato: mi avevano portato via l’acqua. Mi trovavo alla ricerca, come un rabdomante. Mi trovavo al cospetto di una società che conoscevo, ma che avevo visto stando in una sorta di monastero benedettino, in una cassaforte di valori, che è la comunità. Ma questa particolare condizione sospesa ha avuto un termine. Grazie a un sogno. Sognai Vincenzo: c’era un prato verde e c’era lui con questa camicia a scacchi e i pantaloni di velluto marrone e le Timberland ai piedi. Mi guardava e io arrivavo da lui. Lui mi diceva: “Federicone ma tu sei triste. Che cosa hai?”. E io gli dicevo: “Eh sì, sono triste perché pensavo che avrei vissuto tutta la vita nella nostra casa. E invece mi ritrovo qua a mangiare in tre”. Lui mi abbraccia, mi dà una pacca sulla fronte come faceva di solito e mi dice “Ma valà patacca. Non hai capito che quello che conta è quello che uno è e non quello che fa?”. La mattina dopo mi sono alzato con una emozione pazzesca, che è l’emozione che ha reso e rende possibile San Patrignano! La mattina ricordo che cominciò tutto in modo diverso. Non so, mi sentivo forte. Dopo una settimana, mi chiama il presidente della provincia di Trento e mi dice che ha bisogno di una mano per gestire la scuola alberghiera “una eccellenza ma che ha bisogno di qualcuno che la diriga!”. È stata una cosa bellissima. Che mi ha aperto un filone pazzesco e inaspettato: diventare dirigente di una scuola, essendo me stesso, facendo quello che sono. Facendo un’altra cosa importante: imparare. È tutta la vita che imparo!”.

Così per Federico comincia una nuova avventura fuori dalla comunità, come dirigente dell’Istituto Alberghiero di Rovereto e Levico Terme.

“Sto imparando tanto degli adolescenti. A San Patrignano avevo a che fare con persone che spesso avevano cervelli fermi all’adolescenza e corpi cresciuti… Nella scuola ho scoperto ciò che accade nella testa di un adolescente. Di solito si dice: quando noi eravamo giovani, lottavamo per dei valori, adesso i giovani non lottano per nessun valore. E questo è il ragionamento più scontato. Ed è la stessa cosa che negli anni Sessanta i grandi dicevano dei figli. Ma c’è qualcosa che non mi quadra. Credo che questi ragazzi di oggi semplicemente siano figli di un’epoca e interpretino questa epoca. È inutile fare paragoni. La vita è unica e non deve far capo ai giudici reciproci, altrimenti si spezza quel filo che lega la vita dalle origini ad oggi. Il filo è unico ed è quello che collega il senso della vita. Quindi non penso che i ragazzi non abbiano il valore della vita, ma sono cresciuti in una epoca squinternata in cui il mondo adulto, negli ultimi 30-40 anni, ha perso la scala dei valori che si è mischiata, è stata contraffatta da quella parte della società – forse figlia della fame – che vuole mangiare tanto e mangiare tutto. Questa è una condizione che ha stravolto completamente il mercato e le relazioni tra le persone. La condizione di oggi ha da qualche parte un collegamento con questo stravolgimento. E in questa fase di emergenza possiamo riflettere un po’ di più su queste cose. È impossibile non farsi alcune domande soprattutto pensando ad una ripartenza. Gli adolescenti sono esseri umani che hanno dentro di sé le stesse cose che ho avuto io, mio padre, mio nonno, hanno il germe della vita che porta dentro di sé altri microgermi che sono curiosità, ricerca, paura. Gli ambienti in cui si vive aiutano a sviluppare una o più parti. Gli adolescenti sono ragazzi alla ricerca di questo ricollegamento, lo stanno cercando disperatamente. Senza avere forse più la consapevolezza di questo germe della vita. Spesso subendo il giudizio dei loro errori. Perché una cosa che si è andata sempre più affermando, e che è legata alla crescita degli ego, è proprio quella di giudicare gli altri, a partire dai propri figli. Ecco questo è il vero distanziamento sociale non il Covid-19. Il distanziamento attraverso il giudizio che è figlio dell’affermazione di sé collegata all’ipotesi di mangiare il più possibile”.

I ragazzi, dunque, dovrebbero essere oggetto di stimoli per connettersi a quel germe, a cominciare dalla scuola.

“Ma la scuola non lo sa fare perché la scuola in maniera comprensibile è la terra nella quale convivono una quantità enormi di punti interrogativi, che sono quelli degli adolescenti, che dovrebbero essere accolti e orientati dagli adulti. Ma gli adulti non lo sanno fare, non tutti e allora si trincerano dietro schemi e rigidità che rassicurano l’adulto, ma che non rispondono al bisogno del ragazzo. La mia scuola, per esempio, ha una componente di docenti capacissimi che rispondono senza irrigidirsi. Ma c’è un’altra parte, sempre più maggioritaria, che non lo sa fare. Anche perché nel frattempo i percorsi per i docenti sono stati sempre più selettivi nel senso della materia e non della pedagogia… Così nella scuola si trovano tante gabbie, invece che spazi di crescita: hai la gabbia di ragazzi che si trovano di fronte un professore che parla nello stesso modo a 7 intelligenze diverse. La gabbia delle valutazioni che non tiene conto di te come persona nel tuo complesso. Poi la gabbia delle materie: si devono seguire solo quelle ministeriali con un programma stabilito dal Ministero che viene fotocopiato ogni anno sempre nello stesso modo dai docenti che così si spengono. La gabbia degli orari. Ma i bisogni dei ragazzi oggi sono altri: il loro bisogno è ricongiungere il germe della vita attraverso un ambiente capace di stimolarli. Forse lo si farebbe meglio in un bosco o in un prato. Per apprendere bisogna prima emozionarsi! Io, per esempio, ho sempre studiato, finché con con la droga non ci sono più riuscito. A Sanpa mi sono ricollegato allo studio quando mi sono ricollegato al germe della vita. L’apprendimento è collegato alla pace interiore affettiva. Per questo Sanpa funziona anche sugli apprendimenti: crea il terreno per innescare gli apprendimenti. Se il cuore non è collegato al cervello, il cervello fa poco! Bisogna sempre partire dall’affettività: prima viene la relazione e poi l’apprendimento!”.

Ed è questa la base del suo lavoro di dirigente scolastico.

“All’inizio ho creato scalpore perché abbracciavo i ragazzi. Ma è un modo per rassicurarli, per fargli sentire che mi emoziono. Molti non vengono abbracciati dai genitori… Queste cose bisogna pensarle! Ti racconto cosa ho fatto la Vigilia di Natale. A dicembre ho avuto una idea e sono andata dai professori a proporla: di trascorrere a scuola il 24. I professori mi hanno guardato come un pazzo. Allora sono andato dai ragazzi dicendo che avevo avuto l’idea di aprire le cucine e cucinare per i bisognosi e per chi sarebbe stato da solo a Natale. E ho aggiunto: “Se qualcuno non festeggia in famiglia e trova interessante questa idea sappia che sono felice di accoglierlo”. Il giorno dopo 50 ragazzi, tra cui quelli più squinternati, con le lacrime agli occhi mi hanno detto che ci sarebbero stati. Molti di loro conoscono la solitudine della loro famiglia… Così il 24 abbiamo festeggiato un Natale bellissimo insieme a persone senza tetto portate dalla Caritas. Abbiamo fatto addobbi, regali, con un successo umano enorme. Finita questa cosa a mezzanotte eravamo lì e abbiamo detto: “Non è che finisce qua?”. Allora abbiamo cominciato a pensare altre cose. E ognuno portava la proiezione delle proprie esperienze: il ragazzo della famiglia povera ha suggerito di invitare gratuitamente i poveri al nostro ristorante. E così un sabato al mese la scuola l’abbiamo trasformata in ristorante e accogliamo 40 persone che non possono permetterselo. Il ragazzo che ha i nonni nella casa di riposo ha proposto di far qualcosa per gli anziani. E allora abbiamo cominciato a far servizio presso le case di riposo… Molti dicono di non capire i ragazzi. In realtà, per stare in relazione con loro, bisogna puzzare di verità. Non basta volere bene… Per questo anche i genitori spesso non riescono a sintonizzarsi”.

Tra i progetti anche quello contro le droghe.

“Ho dato vita ad un progetto invitando le scuole del Trentino ad aderire. Chiedo alle scuole di prendere una posizione rispetto al tema della droga. Non si può più essere ambigui: o dentro o fuori. Ogni istituto deve essere fucina di idee e progetti, deve creare un gruppo di persone esperte e competenti. Ogni tavolo di lavoro deve produrre contenuti. Il progetto si chiama “Libera la scuola 4.0”. Ci sto lavorando. Ed è chiaramente contro la legalizzazione delle droghe. Da parte mia metto a disposizione una cassetta degli attrezzi in cui ci sono formazione, libri, film, spettacoli, incontri con le Forze dell’Ordine. Ciò che facciamo è essere antagonisti alla non vita. Tutto questo viene condiviso su una piattaforma che diventa un hub da cui partire, perché può essere continuamente implementato da ogni scuola”.

Una esperienza quella di Federico che, in parte, è stata ‘racchiusa’ in un libro “Fotogrammi stupefacenti . Storia di una rivincita” (edito dalla Dominus Production, pp. 208, € 15.90), libro autobiografico, scritto a quattro mani con Giulia Tanel e con la collaborazione di Francesco Agnoli.

“All’inizio doveva essere un libro intervista per descrivere quaranta anni d’Italia visti dagli occhi di uno che ha usato sostanze, si è curato e poi si è dedicato. Ovviamente per far questo ho dovuto mettere mano alla mia parte più profonda. E scavando, tirando su coperchi, mi ha portato ad altro. Un giorno, mentre mi trovavo alle Terme di Merano, mi sono detto: “Sto raccontando quello che è successo intorno a me. Ma io voglio raccontare cosa è successo a me”. Così ho scritto di getto 14 titoli di capitoli, da quando ho cominciato a farmi la prima canna fino al 2009. Questi capitoli rappresentavano per me dei momenti. Dei fotogrammi, appunto. Quello che volevo era far capire cosa può succedere anche a un figlio della ricca borghesia. Quale è il percorso interiore. Il libro è rimasto nel cassetto fino al 2018. Mi sentivo presuntuoso. Poi un giorno parlo con un ragazzo che si fa le canne a cui, tramite il padre, era arrivato il libro non ancora pubblicato. Mi dice che non condivide quello che dico, che le canne fanno bene, che non è d’accordo con me, che lui sta bene… Io gli rispondo che la cosa importante è che lui stia bene. Ma poi prima di salutarmi aggiunge: “Lo devi pubblicare. Questa roba qui puzza di verità. E noi abbiamo bisogno di verità”...”.


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©2018 by ask4angela

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