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  • Angela Iantosca

Dobbiamo far prevalere la meraviglia sul dolore

Ci siamo incontrati qualche tempo fa per parlare del suo “Figli di un Io minore” (Marsilio 2019). Abbiamo chiacchierato di società ottusa, di internet, di quei contenitori, una vera e propria gabbia, che sono i social ma che ci fanno sentire tanto liberi di esprimerci da ritoccare luci, colori, contorni e anche emozioni da condividere a tutti i costi, per far sapere al mondo come stiamo…

Lui è Paolo Ercolani, filosofo, autore di diversi libri, professore all’Università di Urbino Carlo Bo ed oggi con lui parleremo di come (e se) ci cambierà il virus, in senso filosofico e umano, scomodando Platone, Seneca, Hegel ed anche Nietzsche!

Mai come in questo momento stiamo mostrando di essere Figli di un Io minore e non per l'arrivo del Coronavirus ma per come stiamo reagendo ad esso (fughe da zone rosse, assalto ai centri commerciali).

“Sì, siamo figli di un Io impoverito cognitivamente, emotivamente e a livello di relazioni. Siamo stati «allevati» da una società «misologa» (contro il logos) che ci ha inculcato l’idea per cui valiamo solo in base a quanto contribuiamo a generare profitto economico o progresso tecnologico. Ci siamo dimenticati che, ben prima di tutto questo, siamo esseri umani e cittadini, ma abbiamo pagato tale dimenticanza in termini di empatia, responsabilità, disciplina e considerazione del bene comune. Ciò fa di noi dei potenziali «untori» in qualsiasi situazione di emergenza virale: dalle fake news ai virus”.

Lo stare a casa in modo coatto non potrebbe favorire un uso eccessivo della rete e incrementare dipendenze e malesseri vari?

“Salvo rari e nobili casi, temo proprio di sì. Avremo soltanto più persone con maggior tempo a disposizione per mostrare quanto sono bravi virologi, fini polemisti e solerti «miglioratori del mondo» (per citare un breve, ma attualissimo, racconto di Hermann Hesse). Il guaio di queste nuove tecnologie digitali è che sono dei formidabili «distrattori»: in buona sostanza ci distraggono da noi stessi, da quel «dialogo dell’anima con se stessa» di cui parlava Platone che è fondamentale per la crescita e l’equilibrio di ognuno di noi. Per troppo tempo abbiamo coltivato la «viralità» della vita virtuale (dove i contenuti «virali» sono sinonimo di successo), ma adesso il virus ce lo troviamo in quella reale, e rischia di essere mortale. Lo stare chiusi in casa, nella maggior parte dei casi, potrà soltanto peggiorare questa situazione. Tutto pur di non annoiarsi, di non pensare, di non curare la nostra anima. Gli antichi greci usavano la parola «psiche» per nominare l’anima, e quindi è evidente che un’anima non curata si espone per definizione a ogni tipo di psicopatologia”.

Cosa direbbero i filosofi?

“Penso a Seneca, autore di un trattato, il «De tranquillitate animi», che oltre a contenere la prima e straordinaria analisi di quella che un paio di millenni dopo sarebbe stata chiamata «depressione», esprimeva un concetto fondamentale: il saggio non è soltanto colui che coltiva la propria interiorità, ricercando l’equilibrio, la saggezza e la virtù, ma è anche e soprattutto colui che, dopo aver acquisito quelle facoltà, comprende che il loro valore intrinseco consiste nell’essere applicate nel mondo esterno, rendendosi utili ai propri cittadini e alla comunità di ognuno è inevitabilmente parte. Scopo dell’uomo saggio, insomma, è quello di trovare un accordo armonico tra vita attiva e ozio meditativo. Pensanti e saggi nella dimensione privata, responsabili in quella pubblica. Tutto il contrario della realtà lugubre che ci si presenta oggi sotto gli occhi”.

Tu come reagisci filosoficamente al virus?

“Fermi restando il dispiacere per la sofferenza diffusa e la preoccupazione per l’avvenire, devo ammettere che le situazioni di grande crisi rappresentano un motivo di grande stimolo intellettuale per un filosofo. O almeno è così per me. Il mix della reclusione coatta e dell’evento traumatico, insomma, sta stimolando in maniera ancora più intensa le mie riflessioni, le analisi, la «fatica del concetto», come la chiamava Hegel.

Insomma, per farla breve potrei dire che sto reagendo a questo virus nella stessa maniera in cui mi piacerebbe morire: pensando ad altro”.

Il tempo è uno dei grandi temi affrontati dai filosofi: il tempo che abbiamo in questo momento storico potrebbe essere una grande occasione (nonostante la Natura matrigna e il Tempus edax...): saremo in grado di coglierla?

“Non lo so, né me la sentirei di generalizzare troppo. In termini collettivi, per quello che è possibile, direi che sapremo fare tesoro di quanto sta accadendo nella misura in cui capiremo la necessità di rimettere al centro l’«umano». Consumismo, cultura del profitto, ansia dello sballo o del semplice divertimento, in generale la società opulenta e privilegiata in cui viviamo, hanno estirpato dalla nostra coscienza il fatto che poi arriva una calamità naturale e lì, proprio lì scopriamo che fondamentalmente siamo esseri umani. In quanto tali prosperiamo in una condizione di giustizia sociale, di diritti, di servizi alla collettività, di educazione, ricerca e senso civico. Se usciremo da questo dramma sanitario, la politica dovrà ricordarsi questi punti con grande precisione. Perché, poi, piangere sul latte versato degli ospedali chiusi o dei servizi sociali soppressi non serve a nulla quando si è in mezzo alla tragedia”.

La paura dell'isolamento e della solitudine ci renderà più umani?

“Dopo la sbornia della socialità plastificata tipica dei centri commerciali, di quei locali dove la musica impedisce il dialogo o dei social network dove prevale l’ansia di apparire, paradossalmente proprio questo isolamento forzato potrebbe aiutarci a riscoprire l’alto valore di essere umani, quindi uniti in questa condizione spesso disagevole che chiamiamo umanità. Magari riscopriremo la ricchezza di tornare esseri «simbolici» (dal greco syn-ballein: unire), rispetto alla miseria di essere «diabolici» (dal greco dia-ballein: dividere)”.

Credi che usciremo cambiati da questa esperienza?

“Non so dire in che termini, ma sì, poche cose saranno come prima, specie nella percezione esistenziale di ognuno di noi. Ne usciremo come le generazioni precedenti sono uscite dalla guerra: con vittime nel cuore, con un senso di angoscia e smarrimento radicali, con la sensazione di essere stati strappati dalla vita «normale» per essere gettati in un incubo. Non so davvero se ne usciremo migliori o peggiori, come comunità umana, ma di sicuro cambiati. Lo stesso concetto di «normalità» subirà delle modifiche ad oggi impensabili”.

Per le famiglie, il tempo della condivisione e del simposio potrà essere utile a ritrovarsi davvero?

“Per la maggior parte dei casi credo di no. Nessun sentimento positivo, nessuna crescita personale sono possibili a fronte di situazioni di costrizione. I valori della condivisione e del simposio dovremmo insegnarli ai giovani e applicarli noi adulti per primi in condizioni di vita normale, invece di non staccare mai gli occhi dagli smartphone e dai nostri impegni lavorativi”.

Che consigli di lettura daresti?

“Di questi tempi mi verrebbe da dire qualunque cosa, purché si legga. Siamo chiusi in casa, possiamo soltanto immaginare come è la vita «fuori». Allora chiudiamo gli occhi, pensiamo a cosa ci piacerebbe vivere, fare, imparare, quindi troviamo il libro che risponde a quella nostra domanda di senso”.

Tu cosa stai leggendo? O scrivendo?

“Io come sempre leggo e scrivo contemporaneamente. Per un filosofo, questa situazione di tempo sospeso, impegni annullati e reclusione in casa è anche un’occasione. Scrivo per L’Espresso, così da rimanere in contatto con la realtà e intervenire sulle storture del tempo presente, e poi leggo libri di e su Nietzsche. Infatti sto scrivendo il mio prossimo libro a partire da questo straordinario filosofo, il più suggestivo e controverso di tutta la storia del pensiero. Insieme a lui impariamo che si fa filosofia per due ragioni sostanziali: il dolore o la meraviglia. Il nostro compito, mai come oggi, è quello di creare le condizioni perché la meraviglia prevalga sul dolore”.





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