• Angela Iantosca

Quando l'altro siamo noi


L’ho conosciuto qualche anno fa nel dietro le quinte di una trasmissione tv grazie al suo libro “Nawal. L’angelo dei profughi” (Paoline). Da quel momento ho seguito i suoi passi, il suo lavoro di giornalista, ma prima di tutto le sue scelte e le sue battaglie fatte da essere umano in cammino, consapevole del mondo intorno, delle difficoltà degli altri, delle ingiustizie, della non uguaglianza e della necessità di restituire a volte quel troppo di cui noi godiamo. È stato giornalista a tempo pieno per Vita, educatore ed ora è freelance (perché non si può smettere di essere giornalisti) e formatore di una cooperativa lombarda vicina al luogo in cui vive con la sua famiglia, la coop sociale Aeris (www.coopaeris.it). L’esperienza in Aeris, in particolare incontrando migliaia di alunni ogni anno, gli ha dato l’idea per il suo ultimo libro, “Con altri occhi. Viaggio alla scoperta delle migrazioni” (Fabbrica dei Segni), uscito a gennaio 2020.

L’ho raggiunto telefonicamente e abbiamo deciso di farci una chiacchierata su come sta vivendo questo momento, lo stare in casa, l’essere papà h24, il lavoro, le letture ma anche la necessità di stare lontano – ma solo fisicamente – da tutti quegli ‘ultimi’ di cui si è sempre occupato.


Come stai vivendo questo momento?

“Lo sto cercando di vivere nel modo più tranquillo possibile. Cosa significa? Cercando di concentrarmi su quello che fa bene a me e che fa bene alla gente che mi circonda. Quindi provo ad essere paziente e resiliente, un approccio che ti fa guardare sempre avanti, anche nei momenti di difficoltà. È una situazione strana quella che stiamo vivendo: c’è un silenzio carico di senso, ma è anche un silenzio pesante. È cambiato un po’ tutto in poco tempo. E tutto questo va gestito. Io cerco sempre di guardare il lato positivo”.



I tuoi figli?

“Mio figlio, che frequenta la quinta elementare, qualche giorno fa, mentre gli spiegavo la situazione e la gravità, mi ha domandato: “A te è mai successo di stare a casa da scuola per un virus?”... No, a me non è mai successo ed è una cosa forte da vivere, anche per loro. Anche se trovo che i bambini siano più resilienti di noi, trovano un modo per reagire, forse inconscio… Come una naturale predisposizione alla sopravvivenza”.

In famiglia, cosa vi state inventando?

“Per prima cosa, la scuola si è attrezzata, infatti arrivano i compiti on line sia alla piccola di prima elementare che al più grande. A differenza delle superiori e delle medie, non ci sono le lezioni on line. Poi c’è una piattaforma di classe in cui ci si scambiano informazioni con le maestre e si crea anche lì un po’ di comunità. Quindi una parte della giornata è dedicata a questo, così il cervello rimane attivo. Ma c’è anche il momento di tranquillità e aderiamo alle diverse iniziative proposte, come il cartellone con l’arcobaleno e la scritta “andrà tutto bene” o partecipare al momento di musica collettivo organizzato venerdì 13 e che ha coinvolto tutta Italia. E poi ci sono tante videoconferenze con nonni, zii, amici, gruppi di amici. Ieri, per esempio, siamo scesi nel giardino condominiale e abbiamo fatto qualche tiro a basket, contato i passi attorno alla casa, visto le prime margherite. In casa a volte corriamo da una parte all’altra, oppure peschiamo da una tazza le azioni che dobbiamo compiere!”.

Siamo tutti presi dal Coronavirus e ci stiamo distraendo su altro: cosa sta succedendo nel mondo?

“I paesi di frontiera come la Grecia stanno subendo un aumento di persone in arrivo, anche se non come il 2015. Ma le tensioni con la Turchia stanno creando problemi e la Grecia si sta avvicinando a quello che ha fatto l’Ungheria per tanti anni: si sta mostrando rigida, per usare un eufemismo. Ci sono state violenze e questo lede l’immagine dell’Europa patria dei diritti umani. Non solo si tratta di persone in fuga, in cerca di una nuova vita, in cerca di un futuro, ma si trovano anche a fare i conti con la violazione dei diritti umani. Manca, dunque, un accordo comune, una unione fra gli stati, manca la coralità, quello che si sta vedendo ai confini greci è uno scempio”.

Abbiamo sentito di un caso di Coronavirus a Lesbo. Cosa potrebbe accadere? Come si possono rispettare le regole di distanza di sicurezza in un campo profughi?

“Sono arrivate raccomandazioni, a restare nelle tende, a mantenere le distanze. Ma come si può? Siamo sul filo di lana. Si spera che non ci siano altri casi. Sarebbe tragico se accadesse. Quindi, ancora una volta, il non essere intervenuti quando si sarebbe dovuto potrebbe portare a conseguenze terribili”.

È possibile che la troppa preoccupazione per noi stessi non ci faccia vedere più (o mai) gli altri?

“Dipende da come siamo fatti. Da una parte ci diciamo, per tranquillizzarci, “dai, non è una situazione così grave” e tendiamo a sminuire. Dall’altra parte forse ci si rende conto quando è troppo tardi… Diciamo che l’insegnamento di questo periodo è proprio questo: è importante nella vita non sottovalutare, non sentirsi invincibili e che potrebbe toccare tutti… Questa cosa ci sta insegnando tanto e l’unione che si sta evidenziando in qualche modo servirà”.

Sentiamo spesso usare le parole “guerra, trincea” in relazione al Coronavirus, forse esagerando, come sottolineava il fotografo Francesco Malavolta in un post.

“È così… sono d’accordo. Sul linguaggio corretto cerco di lavorarci da anni. E noi promotori di informazione dobbiamo usare i termini giusti. Non dobbiamo esagerare. La guerra è un’altra cosa. Tra l’altro davvero non sono paragonabili le due situazioni. Sono aspetti diversi. La guerra, tra l’altro, evoca la divisione tra gruppi, in questo caso invece si può e si deve parlare di unione tra le persone, per risolvere il problema".

Come continui ad essere al servizio di chi ha bisogno?

“E’ dura ma si deve dare il proprio meglio. A Milano è stato denunciato un senzatetto perché era in strada. Cercava di andare alla mensa ed era chiusa. Anche per questo è importante continuare il lavoro in strada, anche se in sicurezza. Nella mia situazione attuale non posso, ma con la cooperativa di cui faccio parte, che è molto grande, siamo quasi 700 persone, stiamo rimanendo vicino agli utenti che seguiamo. Stiamo creando delle piattaforme per aiutare i ragazzi che gli educatori seguono nelle scuole, per esempio, o chi sta facendo corsi di formazione lavorativa a distanza. Personalmente, sento al telefono o via mail alcune persone che sono in difficoltà. E poi nel mio piccolo mi propongo per aiutare chi è nel mio condominio, se c’è un parente che non può fare spesa, o un anziano...”.

Ci cambierà tutto questo?

“Ci cambierà perché è una cosa talmente epocale che spero ci cambi in meglio, pur rimanendo il dolore per le numerose vittime. L’altro di solito, soprattutto nei luoghi ad alta densità abitativa, è visto come quello che ci dà fastidio, che ci vuole togliere qualcosa. Ma quando l’altro siamo noi, cosa succede? È forte. Allora c’è un ragionamento da fare su questo, nel proprio intimo. E poi viene di nuovo alla ribalta il discorso delle relazioni, del rischio che ha l’uomo nel diventare “cieco”, come si legge nel libro “Cecità” di José Saramago che ha ispirato il progetto “Con altri occhi” che sto portando nelle scuole: l’invito è a non essere ciechi, pur vedendo. Guardiamo l’altro per quello che è: un “io” allo specchio. Forse dovremmo fare tutti un esercizio di consapevolezza su questo…”.

Cosa stai leggendo?

“Due libri: sto leggendo, a parte i compiti dei figli, “Lungo petalo di mare” di Isabel Allende che parla di una nave che porta in salvo in Cile dei rifugiati in fuga dalla guerra civile spagnola e poi sto per finire il libro di Domenico Quirico “Morte di un ragazzo italiano – in memoria di Giovanni Lo Porto”: alle 17 di oggi, sabato 14 marzo, facciamo la diretta streaming con Quirico e io lo intervisto all’interno di IterFestival. Vi aspetto su www.villagreppi.it, perché la cultura non si ferma e può esserci d’aiuto anche in questi tempi ardui!”.



Stai scrivendo qualcosa?

“Ho un’idea che viaggia da un po’ di tempo nella mia mente: partire dalle tante storie vere incontrare negli anni e trasformarle in un romanzo complesso che apra lo sguardo su molte realtà, che vada oltre la dimensione del saggio, del racconto. Voglio scrivere una storia che sia tante storie”.





©2018 by ask4angela

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