• Angela Iantosca

Sextantio e i Tormenti del giovane Kihlgren

Flusso di coscienza, citazioni colte, frammenti di vita che si intrecciano a sogni e desideri. Tensioni edonistiche, ascesi, castità e castrazione sessuale e poi abbandono totale a ciò che è più in basso, secondo una rigida scala di valori. E ancora tormenti, confessioni, percezioni, proiezioni di sé e di sé rispetto agli altri. Con un’ombra costante accanto ad ogni frase, ad ogni tensione, ad ogni immaginazione possibile: quella di un ragazzino cresciuto con i mocassini ai piedi e il Loden verde addosso in una Milano raffinata e ricercata, troppo presa dallo stereotipo per poter vedere davvero. E capire, e sentire quel ragazzo che ancora oggi si vede con quel Loden, ma che non sa se vuole davvero indossarlo. Daniele Kihlgren (forse) è quel bambino che da grande ha avuto la tenacia di dare corpo a una visione creando Santo Stefano di Sextantio e quell’albergo diffuso che è il frutto di una intuizione potente, del desiderio di recuperare un paesaggio, una tradizione, un passato di purezza e integrità. La stessa che lui, protagonista del suo primo romanzo, insegue e distrugge.

“I tormenti del giovane Kihlgren” (Baldini + Castoldi), questo il titolo del primo lavoro (ne arriverà un secondo in futuro), è un romanzo complesso, a tratti distonico, a volte doloroso e cupo ma anche leggero, allegro e ironico. Così come lo è (forse) il suo scrittore, mezzo italiano e mezzo svedese che, dentro di lui, ha tutto ciò che si ritrova nel testo e nel titolo: tormenti, dolore, complessità, tensione e alla fine pace (forse).



(Foto SEXTANTIO)


Perché scrivere un romanzo?

“Unisco pezzi di vita diversi e la totale mancanza di coerenza narrativa che si trova nel romanzo è dovuta proprio a questo. Da una parte c’è il mio lavoro, la progettazione dell’Albergo diffuso: tutelare i posti è stato bello (Daniele ha realizzato lo stesso progetto anche a Matera e in Rwanda – ndr): mi ero laureato in filosofia, avevo studiato, desideravo proteggere il patrimonio storico che ha un valore grandissimo. L’Abruzzo è terra dura, essenziale: per questo, nel tradurre il mio lavoro a Sextantio in un romanzo, ho pensato di far emergere l’aspetto della sacralità, della rigidità ascetica, da intendersi come categoria assoluta alla quale si abbandona completamente il protagonista fino al trentaduesimo anno di età. Una base di racconto l’avevo scritta quando ero adolescente. Sicuramente non c’erano le pastorelle abruzzesi che nel romanzo ho inserito, ma l’idea in qualche modo è nata in quel periodo! Alle pastorelle, poi, ho aggiunto anche le monellacce romane e quelle dell’Agro Pontino… Donne, alcune, che sono le donne che io ho frequentato, come quella di Campo dei Fiori che nel romanzo chiamo Jessica, ma che nella realtà si chiamava Federica: non hai idea, mi ha distrutto! Comunque mi sono molto divertito a raccontare cose della mia vita sessuale perché credo che nell’indagine della psiche valga molto di più l’immagine sessuale che l’immaginario onirico per la sua volatilità e apertura interpretativa”.


(Foto SEXTANTIO)


Campo dei Fiori, Castelli Romani, Agro Pontino e Abruzzo: quanto sono distanti le donne di questi luoghi da te?

“Io un po’ sono Loden verde e mocassino e sono l’alter ego della monellaccia, perché la monellaccia sa cosa è la vita. Anche se tutti hanno lo stesso male di vivere, lo stesso disagio esistenziale: e anche se hanno origini diverse, non ce n’è uno più giusto e uno più sbagliato. Cerco un minimo di fare una indagine nella psiche: c’è un minimo di tentativo, molto ironico, da parte di un cretino che legge un libro ogni tre anni, cioè io, di raccontare qualcosa… Il non leggere per me è fonte di grande frustrazione (Come spiega anche nel romanzo, il non riuscire a leggere è il risultato di una encefalopatia post-infettiva “a seguito di una «microtrasfusione» con un tossicodipendente” - ndr), ma, in compenso, ho una curiosità che mi divora vivo e che, da quando avevo tre anni, mi ha spinto a fare tante cose ma anche tante cazzate che non rinnego… C’è stato un periodo che ho vissuto anche in un basso di Napoli, avevo 18 anni, ho fatto di tutto… mi spiace solo per la vita difficile che poi ho vissuto e per la stanchezza che sento sempre addosso: per questo scrivere questo libro è stato faticosissimo”.



Oltre a Santo Stefano di Sextantio, hai dedicato la tua attenzione anche a Matera e al Rwuanda, dove hai realizzato un piccolo villaggio con funzione ricettiva su una isola del lago Kivu.

“Non solo. In Africa ho cominciato nel 2008. Avevo guadagnato soldi facilmente e sono andato con dei preti Barnabiti in Congo - ricordo che proprio i Barnabiti mi cacciarono quando ero ragazzino dalla loro scuola -. Era da poco finita la guerra civile. Avevo realizzato un ospedale per le partorienti e poi sono tornato in moto vedendo ospedali, vedendo gente che moriva per malattie curabili. Allora, poiché sono convinto che la salute sia un diritto di tutti, ho dato vita al progetto per l’Assicurazione Sanitaria e siamo arrivati a coprire 161mila posizioni sanitarie!”.

Perché cerchi la bellezza?

“La vita è faticosa. Viviamo nella contraddizione sia a livello di famiglia che di società: ed è complicato vivere soprattutto se non ti sottoponi alle aspettative che ci sono su di te. Ma ognuno la pensa a suo modo, ogni psicoterapeuta, psicologo o psichiatra: il mondo è così aperto e così poco indirizzabile”.

Ha trovato pace il protagonista del romanzo? E tu?

“Stanco, vecchio e rincoglionito per forza ha trovato pace! Constato anche io che invecchiando si trova pace… Con l’età i tormenti vengono meno. Ormai sono un uomo libero dalle pulsioni”.

Come è il tuo rapporto ora con le donne?

“È sempre stato abbastanza disastroso e credo che un uomo e una donna sono le ultime persone che devono stare insieme (Tuttavia nella mia vita c’è qualcuno che continua a sopportarmi). Anche se politicamente sono sempre stato con le donne, per le donne, insieme alle donne, per la parità, nella vita ho sempre preso un sacco di botte, cosa che ritengo uno dei crimini commessi nei miei confronti: le mie fidanzate mi hanno sempre massacrato!”.

©2018 by ask4angela

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