• Angela Iantosca

Comunica il prossimo tuo

Se andassimo alla radice della crisi, ci renderemmo conto di quali opportunità nasconde questa parola che deriva da un verbo greco che significa giudicare. Quindi scegliere.

E' nel momento del cambiamento, della frattura, dell'allontanamento da un sistema a cui eravamo abituati che nascono le opportunità, le nuove idee, la necessità di reinventarsi, forse trovando davvero la propria strada. Questa crisi che stiamo attraversando ci sta ponendo di fronte ad un'ulteriore difficoltà, quella di comunicare in modo tradizionale: nessun contatto, nessun incontro pubblico, tantomeno incontri privati. Come si comunica, quindi in questo momento? E soprattutto come si comunica il prossimo? Massimiliano Padula (docente di “Scienze sociali e della comunicazione” presso la Pontificia Università Lateranense, per la quale è anche responsabile della comunicazione istituzionale. Autore di diversi libri, è presidente del Copercom) nel suo ultimo libro "Comunica il prossimo tuo. Cultura digitale e prassi pastorale" (Paoline) si ispira al comandamento più "umano" in assoluto e prova a trapiantarlo nelle dinamiche di un'umanità sempre più determinata dalle logiche del digitale. Cosa significa amare quando la prospettiva e l'ambiente sono digitali?

Come si comunica il prossimo ora?

“Nel mio ultimo libro “Comunica il prossimo tuo” (Paoline, 2020) provo mettere in correlazione le prassi comunicative con il comandamento più umano che c’è. Quell’ “ama il prossimo tuo come te stesso” che Gesù ci affida con l’intenzione di stabilire una relazione che ha una doppia intensità: si rivela nel legame con Dio Padre per poi riflettersi in tutti gli uomini di buona volontà. Soltanto stabilendo un legame profondo con il Signore si può, infatti, amare pienamente il prossimo, come accade ad esempio a un bambino che, grazie alla positiva esperienza di relazione con i genitori, riesce ad amare pienamente anche gli altri. E questo, può avvenire anche quando comunichiamo se lo facciamo con amore e facendoci carico dell’altro. Che, traducendosi in azioni concrete, significa assumersi la responsabilità di ciò che si dice e si racconta e prediligere la verità, la bellezza, la giustizia all’ambiguità, alla verosimiglianza, alla contrapposizione”.



Nel tuo primo libro "Crisis Communication" parlavi di crisi e comunicazione: come si comunica in un momento di emergenza come questo che stiamo vivendo?

“La complessità è una variabile tipica del contemporaneo. Viviamo già nell’ordinario in una società complessa nella quale caos e turbolenza sono condizioni strutturanti e con le quali abbiamo imparato a convivere riuscendo, in molti casi, a fronteggiarle. In una situazione di emergenza lo scenario si articola ancora di più. È necessario, quindi, spingere sull’acceleratore della competenza e dell’adattamento ed entrare nelle logiche di quella che la sociologa Donatella Pacelli chiama “cultura della contingenza”; ovvero un modo di gestire (e comunicare) la criticità andando al di là di convinzioni, tradizioni, formalismi e rigidità e legittimando scelte e azioni in virtù dei mezzi a disposizione in questo momento”.

Che errori sono stati commessi?

“Nel mio libro spiego come la comunicazione diventa l’elemento strategico nella gestione della crisi e indico alcune prassi a cui il “crisis communicator” dovrebbe attenersi. Tra queste: saper analizzare le priorità, elaborare velocemente posizioni ufficiali, sostenere confronti difficili, affrontare i media, mantenere la calma. Nel caso della comunicazione istituzionale dell’emergenza coronavirus in Italia il grande problema è stata la molteplicità di voci, almeno nelle fasi iniziali. Politici, medici, biologi, presidenti di regioni, servizio pubblico radiotelevisivo (clamoroso lo scivolone dello spot con Michele Mirabella) si sono fatti portavoce creando confusione e condividendo argomentazioni parziali e contraddittorie. Dal mio punto di vista la comunicazione ora andrebbe razionata proprio come il pane in tempi di guerra. Questo non significa mentire o parzializzare le informazioni, ma rimanda a un atteggiamento di auto-contenimento che tutti dovremmo assumere. È questo il tempo di spersonalizzare la comunicazione, ovvero di lasciarla esclusivamente nelle mani di un coordinamento (in gergo “crisis team”) che, per preparazione specifica o per dovere istituzionale, deve farla”.

Fake, eccesso di informazioni, video, smentite, denunce: il sistema è fuori controllo?

“Anzitutto è bene fare una piccola diagnosi del sistema da te descritto. Tra le cause includerei la reclusione forzata e la fisiologica propensione a utilizzare i dispositivi e gli spazi digitali per interagire e informarsi. A questo si sommano i sentimenti negativi che investono le persone: angoscia, paura, panico, preoccupazione per il futuro che non fanno altro che indebolire la capacità di selezione e di interpretazione del cittadino medio. In più aggiungerei anche le carenze di certe redazioni giornalistiche che talvolta preferiscono il sensazionalismo spicciolo o acchiappa-click all’autentica deontologia professionale. Non parlerei quindi di sistema fuori controllo ma di mancanza di responsabilità. Questo vale per chi fa informazione a livello professionale ma anche per tutti noi che, attraverso un social network o l’invio di un messaggio, possiamo diventare fonte “accreditata” di notizie false”.



Pensi che cambierà il modo di comunicare in seguito a questo momento?

“Cambieranno molte cose come non escludo anche che in poco tempo si possa ritornare alle abitudini preesistenti. Girano molto da qualche giorno le riflessioni di David Grossman su un mondo ipotetico post epidemia. Lo scrittore israeliano disegna uno scenario suggestivo nel quale le priorità si ribaltano e gli individui fanno scelte radicali più confacenti ai propri desideri e alla propria felicità. Come sociologo credo sia prematuro tracciare quadri futuri perché in questo momento non potrebbero essere dimostrabili visto il rapidissimo susseguirsi degli eventi. Certamente l’auspicio è che la comunicazione possa essere sempre più un servizio di pubblica utilità che metta al primo posto la verità e il rispetto per la dignità umana”.

Quanto pensi questa possa essere una occasione di cambiamento?

“Come già detto è difficile fissare riferimenti per il futuro prossimo. Quello che mi sento di dire è che cambierà il modo di vedere alcune categorie di persone: medici, infermieri, personale sanitario, commessi dei supermercati, addetti alle pulizie, forze dell’ordine (e molti altri mestieri o servizi) meritano un plauso particolare non soltanto perché oggi sono in trincea e rischiano maggiormente, ma perché anche nei momenti di serenità, fanno dei lavori spesso dati per scontati e non sufficientemente valorizzati”.

Come si fa ad essere comunità in un momento così?

“In molti modi. Tra questi escluderei i flash mob canterini che – come si è visto – sono finiti subito perché frutto di entusiasmi momentanei. Mentre includerei tutti quei piccoli gesti di attenzione e cura per l’altro che in queste settimane sono estremamente preziosi. Ve ne racconto uno: un mio vicino di casa ha creato un gruppo WhatApp riunendo tutti gli inquilini del palazzo per un aiuto reciproco e per segnalare esigenze. Ci si scambia informazioni sulla consegna a domicilio della spesa oppure se uno di noi va in farmacia chiede agli altri se necessitano di medicinali. Il senso di comunità parte dal nostro cuore e queste esperienze sono dei tasselli imprescindibili per cementare il mosaico dell’umanità”.

Quanto la fede può essere supporto in questo tempo?

“Lo è tantissimo soprattutto adesso che a essere messa in discussione è la gerarchia dei bisogni. Stiamo ritornando a necessità primarie come il sostentamento (si pensi alle lunghe file fuori i supermercati), la sicurezza (mascherine, guanti e distanza per difendersi dal contagio) e l’appartenenza (l’amicizia e gli affetti). Mentre si alleggeriscono le esigenze secondarie come quelle legate esclusivamente al sé, alla propria autorealizzazione (non sono, ad esempio, più così importanti diete, cura del corpo, consumi vistosi). E in questo rimescolarsi di priorità è innegabile la riemersione di un bisogno di spiritualità inteso come appiglio, affidamento, risposta, preghiera, consolazione. Chi ha fede in questo momento parte forse un po’ più avvantaggiato perché ha una dolce arma in più contro la malattia”.

Come stai sfruttando questo tempo a disposizione?

“Io penso che questo sia il tempo della rivincita delle piccole cose nelle quali – uso un’espressione di Papa Francesco in una recente intervista a La Repubblica – “c’è il nostro tesoro”. Nonostante le difficoltà, vivo questi giorni come tempo di grazia. Abito in un appartamento confortevole e posso godere in ogni attimo della presenza della mia famiglia, giocare con i miei figli, accompagnarli nella loro crescita e godere del loro stupore”.

Stai scrivendo qualcosa di nuovo?

“Sto ultimando la redazione di una curatela che uscirà tra un paio di mesi. Si tratta di un ricerca condotta insieme a tre colleghe che intende indagare il legame tra comunicazione e associazionismo di ispirazione cristiana. L’idea parte dal mio impegno di presidente del Copercom, il Coordinamento delle associazioni per le comunicazione. Si tratta di una realtà che riunisce 29 associazioni che operano in diversi ambiti ma sono accumunate da una sensibilità culturale nei confronti dei processi comunicativi. Il volume si intitola “Comunicare il bene. Il caso Copercom: identità, strategie e innovazione”.

Cosa stai leggendo?

“Una delle cose che mi manca di più in questo tempo di esistenza casalinga è giocare a tennis. Così un po’ per colmare questa assenza ho iniziato a leggere un libro che avevo nel cassetto da qualche anno. Si tratta di “Open”, l’autobiografia di Andre Agassi. Nel libro, lo sportivo evidenzia più volte la solitudine del tennista che si ritrova “faccia a faccia con il nemico, scambia colpi con lui, ma non lo tocca mai, né parla a lui o a qualcun altro”. Questo passaggio mi ha ricordato la lotta a questo virus che sembra un mostro invisibile e difficile da battere. Eppure, come in uno dei tantissimi match vinti da Agassi, sarà presto sconfitto”.


©2018 by ask4angela

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