• Angela Iantosca

Ci cambierà nel riordinare i valori...


Più di trent’anni di carriera alle spalle, tanto teatro, cinema, tv. E poi l’impegno nel sociale con Amref, la più grande organizzazione sanitaria no profit presente in Africa, di cui lui è testimonial storico. Giobbe Covatta fa ridere ed è impossibile resistergli. E fa ridere anche quando parla di un regalo inatteso come quello di un libro a lui dedicato “Giobbe Covatta… un bianco in nero” (Asylum press editor) che sarà presentato a metà maggio. Un libro che, curato da Claudio Miani e Gian Lorenzo Masedu, con la collaborazione di Amref Health Africa, è un viaggio alla riscoperta dell’attore pugliese di nascita e partenopeo d’adozione, in un susseguirsi di battute, aneddoti e curiosità.



Che emozione è vedersi dedicato un libro?

“Io faccio l’attore… quindi questo regalo ha nutrito il mio ego. Il mio narcisismo è cresciuto, a prescindere dal contenuto. Anche se fosse stato un libro tutto bianco… A parte gli scherzi, mai avrei potuto immaginare una cosa del genere. E sono contento di questo riconoscimento per cose sulle quali lavoro da anni...”.


Quando è cominciato il suo impegno per l’Africa?

“Io sono sempre stato un viaggiatore e soprattutto uno curioso del mondo. Per cui quello in Africa non è stato un viaggio arrivato dal nulla. È arrivato da una serie di curiosità. La prima volta che andai in Rwuanda: erano gli anni della guerra civile. Ho visto cose che non avevo mai visto e che è difficile immaginare. Al di là delle impressioni e di quello che ha scatenato dentro di me vedere dei morti, è stato molto rivelatore dal punto di vista professionale. Era il 1995 e quel viaggio è stato determinante in molte delle mie scelte successive”.

Quali zone ha visitato?

“Mi sono girato tutta l’Africa. La nostra zona di lavoro è dal Corno d’Africa fino al Mozambico passando per i Grandi Laghi. Ma poiché sono curioso, me ne sono andato anche sull’Oceano Atlantico, nel Golfo di Guinea, in Maghreb. In quegli anni era più semplice viaggiare. L’Africa subsahariana era più difficile. Ora è complicato tutto. Al di là del fatto che mi sono invecchiato, è anche più difficile organizzare...”.

Cosa è sbagliato della narrazione che se ne fa?

“Quasi tutta la narrazione è sbagliata. Basta pensare che in Africa c’è una sola agenzia di informazione che sta a Nairobi e che copre un’area vastissima: tutto quello che succede viene raccontato da Nairobi in qualche maniera. Quindi tutto quello che succede in Africa viene cancellato quasi subito. Quando lavoravo con Veltroni, lui mi raccontò la storia degli 8 morti: 8 morti in Europa, 8 morti in Italia, 8 morti in America, 8 morti in Africa. A seconda del Paese al quale appartengono gli 8 morti sui giornali si coprirà uno spazio diverso. Otto morti italiani avranno quattro pagine. Otto morti africani un trafiletto. Questo che significa? Che non c’è una narrazione dell’Africa, se non delle sue catastrofi. Quindi dell’Africa conosciamo solo questo...”.

E invece?

“E invece l’Africa è un territorio enorme, terzo per superficie al mondo, con più di un miliardo e trecento milioni di persone. Non solo: le realtà sono molto diverse le une dalle altri. La vita in campagna è completamente diversa da quella nei centri urbani. Dai noi l’età media è sugli 80 anni, lì la metà. E poi ci sono posti bellissimi, con gente bellissima dove gli equilibri sono straordinariamente felici. Equilibri precari, che si reggono su palafitte sottilissime, che facilmente possono spezzarsi portando la tragedia. Ma finché questo non accade, la vita è gioiosa!”.




Mi racconta un aneddoto?

“Mia figlia, che oggi ha 23 anni e mi segue spesso quando faccio questi viaggi, era con me anche un po’ di anni fa. Lei ne aveva 12 al tempo ed eravamo in un Paese del Terzo mondo. Dovevamo fare dei sopralluoghi per costruire scuole per le levatrici. Poi andammo in un centro commerciale per comprare quaderni e matite. Dopo un po’ mia figlia mi guardò e mi disse: “Là sono poveri, ma questi sono molto tristi”. Ecco: è vero sono poveri, è vero che gli equilibri sono precari, ma è anche vero che quando questi equilibri non sono messi in discussione, quando non c’è fame e sete, si è molto allegri!”.



Fa fatica a tornare alla normalità dopo un viaggio così?

“No, perché riconosco di appartenere alla mia cultura. Non sono africano: mi piacciono gli spaghetti, mi piace andare in giro e vedere le città italiane. Mi sento un pesce fuor d’acqua quando sono là, anche se sono curioso e frugo in ogni angolo: alcuni angoli mi piacciono tantissimo altri molto meno…”.

Nei suoi spettacoli ha portato e porta temi impegnati e, facendo ridere, lancia messaggi. Quindi si può ridere di tutto?

“Si può ridere di tutto! Non esiste un argomento sufficientemente serio di cui non si possa ridere. Importante è che mantenga una sua risibilità e non strabocchi nella ridicolaggine. Questo significa che si può ridere di tutto, ma che ogni argomento deve essere affrontato con rispetto e consapevolezza”.

Come sta affrontando questa fase che stiamo vivendo?

“Con un po’ di fame… perché gli spettacoli teatrali sono sospesi… In realtà mi sto riposando tantissimo. Dormo come una quaglia. Passo tanto tempo con mia moglie e mia figlia. Siamo ai domiciliari. Ma soprattutto facciamo cose che non abbiamo mai fatto. Stavo facendo vedere a mia moglie oggi una barchetta che sto costruendo che mi regalò Francesco Paolantoni 25 anni fa… e che non avevo mai avuto il tempo di montare! Poi facciamo i film e li mettiamo su Instagram…”.

Ci cambierà questo momento?

“Ci cambierà nel riordinare i valori. Nel farci comprendere cosa viene prima e cosa viene dopo. Ci cambierà perché è riaffiorata la parola solidarietà che si era persa. Era andata distrutta. Non si usava più da anni. Stare dentro casa con la propria moglie significa o divorziare o scoprire che stai bene con quella donna che hai scelto come compagna da trenta e più anni. Non ci sono vie di fuga”.

Il Nord e il Sud si sono trovati ancora una volta l’un contro l’altro ‘armati’ ma questa volta (forse) a parti inverse… è sanabile questa divisione?

“Io spero che questa divisione diventi un fatto sempre più folkloristico più che sostanziale”.

Ai fuggitivi di Milano, a chi si accalca al supermercato, a chi non capisca che è necessario stare in casa, cosa si sente di dire?

“L’ho vissuta malissimo… poi ho scoperto che i francesi hanno fatto la stessa cosa. Gli americani hanno comprato i fucili prima di mettersi in casa… Forse c’è un meccanismo mentale che è proprio dell’uomo…”.

E ai canti sui balconi partecipa?

“Certo che partecipo! Io abito sulla Cassia, i primi giorni cantavo da solo. Non c’era nessuno davanti a me. L’altro ieri eravamo 4-5 persone! Comunque ogni giorno alle 18 con mia figlia ci mettiamo sul balcone a cantare”.

Lei che libro sta leggendo?

“Ho finito stanotte “Ami” di Edoardo Erba, che è un caro amico… Poi ho letto il libro di Fabio Genovese e adesso ho recuperato una cosa che mi era piaciuta moltissimo, di cui non ricordo la trama esatta, ma la sensazione. Si chiama “La nube purpurea”, di Matthew P. Shiel”.

E sta scrivendo?

“In realtà sto mettendo sin ordine appunti sparsi, faldoni. Io non uso il computer, m scrivo a matita sui quaderni Pigna”.

Per sorridere cosa guarda? Riguarda qualcosa di suo?

“No, non mi piace riguardarmi. Mi imbarazzo. Direi di vedere Stanlio e Olio o Totò. Per il resto lo sto vivendo bene questo momento, a parte la preoccupazione per la mamma di 93 anni e la sanità allo stremo...”.

©2018 by ask4angela

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