• Angela Iantosca

C'era una volta un pipistrello con la tosse...

La prima volta che ci siamo incontrati è stata all’Isola Tiberina. Eugenio Murrali presentava il mio libro. E quello che mi colpì, oltre al suo garbo, alla sua preparazione, all’attenzione ai particolari, fu l’analisi del testo che fece, tanto scientifica da arrivare a cogliere l’essenza del libro contando quanto spesso una determinata parola veniva ripetuta… Perché aveva compreso che lì si nascondeva il cuore di tutta la narrazione. Murrali collabora con Vatican News, Il Foglio e il Dubbio. Con la Maraini ha scritto "Il sogno del teatro. Cronaca di una passione" (Bur), "Lontananza perdute. La Sicilia di Dacia Maraini" (Perrone). Ma anche la favola “Onda Marina e il Drago Spento” (Perrone). Una favola, sì, nella quale, pur parlando di temi importanti quali la pace e la guerra, ha dato libero sfogo all’immaginazione più giocosa. 



Una favola oggi come comincerebbe?

“C'era una volta un pipistrello con la tosse... ma non tutti erano d'accordo”.


Scriverai ancora con Dacia Maraini?

“I bambini che abbiamo incontrato nelle scuole, fin quando è stato possibile, ci hanno chiesto il seguito di "Onda Marina e il drago Spento". Dacia sta scrivendo un nuovo romanzo, io pure ho il mio daffare, però spero troveremo il tempo, perché ci siamo divertiti da matti”.



La scrittura può aiutare ad esorcizzare la paura?

“Sì, come tutte le forme di espressione, ma anche ad aumentarla se utilizzata da sedicenti giornalisti di talune cosiddette testate. La scrittura privata, quale forma di estrinsecazione e riordinamento dei propri impulsi e delle proprie angosce credo sia utile, non miracolosa, ma utile sì”.


Stai lavorando ad un nuovo progetto editoriale?

“Sì, per fortuna. Sto lavorando su una scrittrice francese che ho sempre amato. Mi sono infilato in un ginepraio, sono pazzo ma felice, e in questi giorni spero di andare avanti speditamente”.


Che libro stai leggendo?

“Recentemente ho letto il tuo, bellissimo, sul dramma delle famiglie di chi fa uso di droga, ed è "In trincea per amore". Ora sto dedicandomi alle poesie di Giovanna Cristina Vivinetto, "Dove non siamo stati", uscito per Rizzoli. Sono bellissime, anche più significative di quelle di "Dolore minimo" con cui ha vinto il Premio Viareggio. Mi piacciono gli scrittori che superano se stessi e lei lo ha fatto.


Che consiglio di lettura daresti?

“È il momento di rileggere i classici, quelli lunghi, interminabili, dentro i quali è bello perdersi, Tolstoj, Dostoevskij, Proust. Però non vanno dimenticati i contemporanei. Consiglio "Lontano dagli occhi" di Paolo Di Paolo, "Addio a Roma" di Sandra Petrignani, e, per capire l'importanza dell'amore verso le persone anziane, e oggi ancora più esposte, "La rondine sul termosifone" di Edith Bruck”.  


Come affronta uno scrittore-giornalista il Coronavirus?

“Con responsabilità e un certo spirito monastico, ma anche con il desiderio di leggere la realtà. Sto a casa, esco solo per la spesa e con fastidio, mi affaccio al balcone, cerco di imprimere in me questo respiro diverso della città, osservo la scacchiera spopolata della strada, mi ergo a piccolo giudice moralista se vedo i pochi passanti avvicinarsi troppo o sostare a lungo senza un perché, studio la perturbazione della prossemica dei corpi, stabilisco una relazione speciale con le mie piante in piena fioritura”.


Il tempo è un bene prezioso per chi scrive. E anche il silenzio. Come ti stanno aiutando questi compagni di viaggio?

“Non riesco ancora a goderne appieno, perché le mie giornate sono normalmente delle cerimonie ritualizzate, che mi procurano enorme sovraffaticamento, ma mi tengono dentro una tensione produttiva, anche per quanto riguarda la scrittura. Ora il telelavoro si espande in maniera incontenibile lungo l'arco della giornata. Ad esempio, giacché quest'anno insegno alcune ore a scuola, vista la situazione fiorentissima del giornalismo, passo ore a preparare lezioni, a dare chiarimenti agli studenti, a volte a spiegare via Skype (oggi l'epica, non eccelsa, dell'età dei Flavi). Credo che molte di queste tecniche didattiche resteranno nella scuola: ci sono risorse nuove e incredibili, che alcuni utilizzavano già a dire il vero, piattaforme su cui condividere materiale multimediale con gli studenti. Ieri ho preparato una lezione che includeva anche un video in cui Pietro Citati spiega Omero”. 


Pensi che ne usciremo cambiati da quanto ci sta capitando?

“Sì, ne usciremo cambiati, ognuno a suo modo e non tutti allo stesso grado, ci sarà anche chi dimenticherà del tutto o ricorderà con attitudine turistica questi giorni, che non hanno nulla a che vedere con le guerre dei nostri nonni. Un'impronta però resterà sulla società, una traccia umbratile destinata a scivolare nel subconscio collettivo. Per alcuni invece sarà un vero trauma, legato alla perdita di una persona cara, di un'attività già in bilico, di una piccola sicurezza. Penso ad alcuni commercianti, ai miei amici librai, o anche alle tantissime persone a me care del mondo del teatro, che stanno vivendo un periodo davvero complicato. Come tutte le ferite sociali, anche questa richiederà i suoi tempi di cicatrizzazione, diversi nei vari ambiti, non finirà con lo spegnersi dell'epidemia”. 


©2018 by ask4angela

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