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In libreria “La Vittoria che nessuno sa” (Sperling & Kupfer)

“Quando sono nata mi hanno chiamato Giuseppe. Ma sapevo che non era quello il mio nome… Sono diventata attrice fingendo di essere attore, ho camminato di nascosto sulle punte, ho finto di essere un macho… ma come è difficile essere uomini! La schiavitù rende folli… E allora ho fatto l’unica cosa che potevo fare: ho ucciso Giuseppe e ho messo al mondo Vittoria”…

Dal 28 febbraio è in libreria “La Vittoria che nessuno sa” (Sperling & Kupfer), di Vittoria Schisano e Angela Iantosca, un racconto-confessione che svela i sogni e i timori infantili, le fughe, le lacrime, lo smarrimento di sentirsi donna mentre lo specchio riflette l’immagine di un uomo. La difficile scelta di abbandonare i compromessi e le ipocrisie per diventare ciò che è sempre stato.

 

 

SINOSSI

Giuseppe ama la sua famiglia e la sua terra, la Campania, ma ha due buone ragioni per abbandonarle: la passione per il teatro e un segreto che non può confessare a nessuno, neanche a se stesso. Così si trasferisce a Roma dove inizia a studiare recitazione e ad ascoltare il suo corpo e la sua anima. Giuseppe crede di essere omosessuale, eppure non è quella la risposta alla sua inquietudine. Un lungo e tormentato cammino lo porta alla decisione di cambiare sesso. Dopo mesi di cure, nel novembre del 2013 nasce Vittoria.

“La Vittoria che nessuno sa” è un libro autentico e appassionato sulla fatica di vivere di chi nasce “diverso”

 

Vittoria Schisano è nata a Pomigliano D’Arco con il nome di Giuseppe. Nel 1998 si è trasferita a Roma per studiare recitazione. Ha esordito in tv con Lando Buzzanva. Nel 2010 ha ricevuto il premio Oscar dei Giovani, nella categoria spettacolo, come miglior attore esordiente. Nel 2011 ha cominciato il percorso per cambiare sesso. È la prima donna ad aver effettuato un percorso di transizione a cui è stata dedicata una copertina di Playboy.

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C’è un’aria nuova a Latina…

Forse ancora non abbiamo preso coscienza davvero di quello che è successo ieri sera… Forse ancora non abbiamo capito che nella città più multietnica d’Italia il colore di fondo non sarà più uno solo. Ma anche la politica diventerà più colorata, dialogante, disinteressata ai soliti interessi. Qualcosa sta cambiando da un po’ nella nostra città (dico nostra con un senso di fierezza che non ho mai avuto). Forse ha cominciato a cambiare con le indagini, con le marce, con i ragazzi che sono scesi in piazza, con le giornate della memoria, con quella sensibilizzazione nelle scuole, con l’arrivo di Istituzioni capaci di portare aria nuova e forse anche con la crisi. La crisi che inevitabilmente crea sofferenze e cambiamenti.

Ma ve li ricordate i nostri discorsi in piazza o al pub davanti a una birra, quei pullman organizzati per andare a camminare da Perugia ad Assisi? E vi ricordate quando a scuola ti trovavi di fronte a chi faceva certi discorsi, ripetendoli perché così aveva sentito a casa ma senza la capacità di portare avanti una discussione con un contraddittorio intelligente? Ci sentivamo isolati, pochi, non capiti. Attaccati in modo aprioristico per una certa appartenenza che non ghettizza, ma accoglie, che non giudica, ma cerca il dialogo, che vede l’altro e prova a integrarlo. Ieri sera qualcosa è cambiato. Ora tutti dobbiamo stare vicino a questa nuova forza di cui facciamo inevitabilmente parte. A lungo ci siamo sentiti traditi dalle forze politiche nelle quali ci identificavamo per cause di forza maggiore (a volte, tra due mali si sceglie quello minore…). Ora sentiamo che c’è un’aria nuova, che saremo protagonisti, che non subiremo le scelte dall’alto e che il Comune sarà uno spazio aperto al dialogo con la città!

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Ascanio Celestini e quel riso amaro

Che male fa Ascanio Celestini. Ascanio, il cantastorie, il narratore, l’aedo. Quello che, con i paradossi e la negazione (apparente) anche di sé e delle sue idee, ti dice quelle verità che proprio tu non vuoi sentire pronunciare. E invece le dice proprio a te. Te che stai leggendo, te che sei seduto in teatro con il naso all’insù che, dopo aver riso, all’improvviso ti ritrovi con una lacrima che riga il volto. Perché ti dice quello che sai, ma che non vuoi sentirti dire. Ti parla di Gramsci e di quel piccolo uomo (di statura) che se fosse oggi a capo del Governo metterebbe un poeta al Ministero dell’Istruzione, un nero sopravvissuto alla fuga dal suo paese al Ministero degli Esteri, una vittima della giustizia come la Cucchi o la Uva o l’Aldrovandi a capo della giustizia, e un pacifista (sì un pacifista) come può esserlo un chirurgo che lavora in Africa al Ministero della Difesa (della difesa, perché noi siamo un Paese che ripudia la guerra: costituzionalmente)…

Che male fa Ascanio Celestini, con i suoi occhi limpidi, i capelli un po’ più bianchi di qualche anno fa, il suo pizzetto lungo, al quale ogni tanto si appende con due dita. Fa sempre male quando sale su quel palco. Fa male persino quando non c’è, quando le luci sono puntate sulla platea e nel sottofondo si sentono delle voci. È così che comincia il suo spettacolo, “Discorsi alla nazione” (in scena al Teatro Vittoria, a Roma, fino al 30 aprile). Tu sei lì, intento a mandare gli ultimi messaggi, a leggere qualcosa distrattamente, a far sapere al mondo che sei a teatro (anche da sola, come me, perché ci sono spettacoli che gustati da soli sono un’altra cosa, perché poi ti rimane quel sapore, quell’amaro che vuoi digerire sotto la pioggia, avviandoti, da solo verso la macchina)… ecco, dicevo, tu sei lì che leggi il cellulare, ma lo spettacolo è già cominciato. Sono le 9 e nel sottofondo, sempre più forti, si sentono quelle voci registrate che pian pano riconosci: Gian Maria Volontè in “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” che urla “ad altri spetta il compito di curare e di educare, a noi il dovere di reprimere!”, poi Craxi… la platea si fa silenziosa. Altre voci si sentiranno durante quell’ora e mezza trascorsa con il naso all’insù: Berlusconi, Andreotti, Formigoni (mi sembra di riconoscere la sua “r” moscia)…

Intanto eccolo lì, Ascanio che comincia a chiacchierare. Sembra che scherzi, non è ancora lo spettacolo vero, è solo un preambolo, una spiegazione di ciò che accadrà. Ma nello spiegare parla, parla di sé in prima persona, cadenzando il discorso con la frase “Io sono di sinistra”. Ma, attraverso il linguaggio quotidiano, le parole che spesso si sentono in tv, le parole pronunciate dai politici, si lascia andare ad una deriva xenofoba e guerrafondaia, qualunquista e liberista. Il pubblico in sala smette di ridere, lo guarda, non lo riconosce, continua a ridere, poi il labbro si incrina e non ride più… Ma “io sono di sinistra”, ribadisce, spingendoci inevitabilmente a domandarci cosa è la sinistra oggi? Chi la rappresenta? Cosa significa essere di sinistra? Quante volte in nome del nostro egoismo quotidiano agiamo contro il prossimo, l’altro da noi, alzando barriere, muri di intolleranza e poi diciamo “Ma io sono di sinistra”?

La scena si chiude, la luce si spegne su un Celestini con il braccio teso in aria, che ci saluta romanamente e lo spettacolo comincia di fronte ad un pubblico (per lo più di sinistra) infragilito, meno convinto della propria superiorità morale (perché noi siamo di sinistra), pieno di dubbi e con un respiro a metà per quel braccio teso…

“Discorsi alla nazione” sono quattro monologhi in cui Celestini dà vita e voce ad altrettanti personaggi, tutti abitanti di un ipotetico condominio. Parlano, parlano e mostrano le proprie anime, senza filtri, senza paura, con una violenza verbale che è un pugno nello stomaco. Uno spettacolo politico? Una rappresentazione surreale e in formato ridotto di uno Stato, il nostro Stato, dove la pioggia (argomento di conversazione) potrebbe essere equiparata al calcio e a tutti quei discorsi da bar del lunedì mattina?

È violento l’uomo che ha l’ombrello, un ombrello ereditato dalla famiglia, un ombrello che lo protegge da quella pioggia. Protegge lui, non l’altro, al quale non può cedere l’ombrello, perché se lo cedesse chi coprirebbe lui? E allora il prossimo può mettersi sotto i suoi piedi e godere del suo ombrello… E’ violento l’uomo con l’ombrello, violento verso quel prossimo che lo deve ringraziare perché, stando sotto i suoi piedi, è protetto dalla pioggia e può addirittura mangiare le briciole che cadono dal suo pane, pur non dando in cambio niente. Ma proprio perché lui sta sotto e l’uomo con l’ombrello sopra può subire qualsiasi angheria provocata dalla forza di gravità. È il mondo del padrone e dello schiavo, del tiranno e del suddito, di chi accetta la propria condizione ringraziando chi lo mantiene in quello status. Di chi striscia sulla terra e di chi si lustra le proprie scarpe sulla schiena di chi sta sotto…

E poi c’è l’uomo con la pistola (quanti politici “democratici” hanno la pistola in tasca, pronti sempre a sparare) e poi l’uomo che uccide qualsiasi sagoma, senza distinzione, e che nella sua “follia” offre un servizio al mondo: uccide precari, diminuendo la quantità di persone in attesa di lavoro, uccide persone con contratto a tempo indeterminato, liberando un posto fisso così prezioso (ma poi che ci si fa del posto fisso, che noia, diceva un politico che è stato anche Presidente del Consiglio). Uccide di giorno, con una pausa di un’ora.

Unico dialogo è quello tra il portiere e una donna che lo chiama solo per liberargli la porta da quella “cosa”, il cadavere di un uomo morto.

A chiudere il cerchio il discorso del tiranno che chiede al popolo di farsi eleggere. L’uomo forte che è la soluzione di tutti i mali, o almeno a quello della guerra civile, che in effetti giunge a una sua conclusione. Finisce la guerra, la “cosa” davanti la porta della signora che abita nel condominio scompare e anche la pioggia cessa di cadere. E il tiranno ringrazia il popolo che non capisce, che si fa coscientemente (o no?) imbrogliare. Che sceglie quel tiranno. Ma perché lo fa? Forse perché quel popolo che si crede così buono, immune dalla violenza, è quello stesso popolo che fa una donazione di un euro ad una associazione che aiuta i bambini del Terzo Mondo e poi compra il pallone di cuoio a suo figlio, anche se cucito da un bambino… Forse lo fa perché il popolo, se si guardasse allo specchio, vedrebbe riflessa l’immagine del tiranno.

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Ascanio Celestini è in scena con “Discorsi alla nazione” fino a sabato 30 aprile. Dal 3 all’8 maggio con “Radio Clandestina” al Teatro Vittoria Piazza S. Maria Liberatrice 10 (Testaccio)
Botteghino: 06 57 40 170 ; 06 57 40 598 _ www.teatrovittoria.it