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“Bambini a metà” ospite della WDR tedesca

Domenica 13 novembre e lunedì 14 novembre 2016 Bambini a metà – i figli della ‘ndrangheta (perrone Editore) ospiti della WDR.

Questo il titolo della trasmissione: “Zum Töten erzogen – Die Kinder der kalabrischen Mafia”, di Bernhard Pfletschinger e Milvia Spadi.

Le parole di Roberto Di Bella (presidente del Tribunale dei Minori di Reggio Calabria), Enrico Interdonato, la voce della cantante calabrese Prestia, le mie parole… sui minori, sulle donne, sulla Madonna di Polsi. E in sottofondo la ninna nanna malandrineddu… Più di 50 minuti dedicati ai minori di ‘ndrangheta!

 

PER ASCOLTARE

http://www1.wdr.de/radio/wdr5/sendungen/dok5/kinder-der-mafia-100.html

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“Bambini a metà” vince il Premio nazionale Olmo 2016

Premio Olmo 2016, sezione Leggendo leggendo, assegnato ad Angela Iantosca grazie al suo “Bambini a metà – i figli della ‘ndrangheta” (Giulio Perrone Editore)

Motivazioni del premio:
“Angela Iantosca racconta la quotidianità dei disadattati, degli umili, degli oppressi, degli emarginati, addentrandosi con coraggio in un campo minato di situazioni, con l’intento di risvegliare le coscienze, le nostre, da troppo tempo divenute insensibili ed indifferenti”

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Il senso del dolore: XX tappa del Festival dell’impegno civile…

Teresa e le sue lacrime. Questo rimane di questa serata a Casapesenna. Della ventesima tappa del Festival dell’Impegno Civile. Le lacrime di una figlia che ha perso un padre senza un perché trenta anni fa. E poi gli occhi di Angelina, ancora senza una verità, che 10 anni fa si è vista strappare il papà bruciato nella sua macchina, una notte mentre faceva il metronotte perché forse ha visto ciò che non doveva vedere… e poi Loredana… e poi e poi…

Le strade di Casal di Principe e Casapesenna sono macchiate di un sangue invisibile. Davanti al bar in cui hanno ucciso il signor Diana, a pochi metri da casa sua, non c’è un segno, un ricordo. Da 30 anni, indifferenti, si calpestano quei centimetri di cemento che hanno ascoltato i suoi ultimi respiri.
Nessuno ricorda. Perché la gente, in certe terre, non solo non vede, ma dimentica anche presto…
Troppo presto. Teresa per 19 anni ha parlato a bassa voce della sua sventura, in paese si faceva finta di niente quasi fosse una vergogna. E nella sua mente una sola domanda: “Perché?”.
La gente sussurra, trova le sue spiegazioni, fa sentire le sue ragioni perché lo sanno tutti che se ti uccidono è perché te la sei cercata. Ma anche questo fa parte del gioco delle mafie: rendere colpevoli gli innocenti, infangare loro e le famiglie.
Poi un giorno due persone hanno deciso di parlare, di raccontare la verità, di dire finalmente che suo padre era stato ucciso come monito agli altri imprenditori… e anche lei si è risvegliata e ha cominciato a trasformare il dolore, a far rete, a cercare le storie simili alla sua, a dire chi era suo padre, raccontandolo agli estranei e alle nipoti. A parlare di quel nonno che se n’è andato via troppo presto e non per una ‘brutta malattia’, come si diceva in famiglia, ma per la mano di un camorrista.
L’8 luglio si è parlato anche di questo al Festival dell’impegno civile. Si è parlato di donne dentro le cosche mafiose, di donne fuori, di donne costrette a rimanere, di donne che decidono di ribellarsi, di figlie di uomini uccisi che porteranno con sè sempre questo dolore insopportabile perché ingiusto, senza una spiegazione e spesso senza un colpevole. Sono le storie di persone che hanno capito cosa significa stare insieme, che l’individualismo alimenta le mafie, che solo stringendo più mani si può sperare di vincere. Come dimostra anche Peppe Pagano e la sua NCO, la Nuova Cucina Organizzata: “Eravamo pochi quando abbiamo inaugurato la nuova sede in via Giacosa, aperta in un bene confiscato… ora siamo centinaia, si fa musica, si ride, si scherza e si mangia anche bene…”.
“Ogni tanto ci incontriamo tra di noi – mi racconta Teresa Diana: siamo diventate sorelle, unite dal sangue versato dai nostri parenti. A volte piangiamo, a volte ci arrabbiamo e se ci sono dei momenti di sconforto poi passano: l’abbiamo giurato a chi non c’è più di cambiarla questa terra”. E le persone di buona volontà non mancano, come dimostrano i giovani dei campi di Libera che in questi mesi stanno popolando queste terre, come dimostra Pasquale Cirillo, del Presidio Libera Casapesenna e anche i bambini che ieri erano presenti, che non hanno compreso tutte le parole pronunciate, ma che hanno capito l’importanza del parlare, della cultura, della conoscenza.
Le storie delle migliaia di parenti delle vittime innocenti di tutte le mafie ci insegnano questo: a non crogiolarci nel dolore inutile, ma a trasformarlo in opportunità. A questo a volte serve la morte: a morire e rivivere ogni giorno. Come Teresa..
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Trame.6 Viva la Libertà

Che cosa è una trama? Trama e ordito ci avrebbero risposto le nonne. La trama di una storia, ci suggerisce un bambino dall’ultimo banco. Di una favola, di un romanzo. E poi di una vita. L’insieme dei fili per formare un tessuto, sempre più fitto. Un tessuto capace di avvolgergi e proteggerci, un tessuto fatto di pagine di libri, di racconti, di inchieste, di saggi, di cultura, quella cultura che rende liberi, perchè solo chi sa può scegliere.

Trame è tutto questo: è la pazienza di tessere legami di libertà usando fili portatori di bellezza, è cultura, è movimento, è un cammino che viene percorso in un anno per arrivare a giugno a Lamezia Terme dove i nuovi fili tessuti si ritrovano, si confrontano e si uniscono. Anche quest’anno, dunque, torna a Lamezia Terme il festival di libri sulle mafie con un programma ricchissimo dal 15 al 19 giugno.

Immagine del Trame.6 una mano. Come sempre. Ma questa volta ha qualcosa di particolare. Ha un dito in più. Non si tratta di una mano affetta da un errore anatomico quella scelta da Guido Scarabottolo per rappresentare questa edizione, ma di una scelta che nasconde un messaggio: quella mano è capace di di contenere tutte le altre edizioni, che ha superato l’infanzia e che si affaccia nella sua prima scuola elementare. E’ una mano inclusiva, accogliente. Una mano sempre più grande perché le trame tessute sono tante e una mano non basta più a contenerle. Questa mano è tanto forte da poter impugnare la bandiera della libertà, tema a cui è dedicata l’edizione che si ispira al film di Roberto Andò “Viva la libertà”.

Sono tanti i protagonisti della prossima edizione durante la quale si parlerà di infanzia negata con Save the children, di mafia capitale con Alfonso Sabella, di briganti, di antimafia, di ecogiustizia, dei mille morti di Palermo e del mondo di sotto, di un sindaco gentile e del popolo di legno… ci saranno letture, spettacoli, proiezioni e parole, parole capaci di rendere consapevoli le persone presenti, di trasformare Lamezia in una piazza libera, dove confrontarsi e provare a dar voce al cambiamento.

Direttore artistico del festival Gaetano Savatteri: “Questa edizione coincide con la crescita del festival che punta ad essere un presidio di cultura e legalità presente tutto l’anno non solo in Calabria”.

Il festival, per questo, collabora con Treccani, Premio Campiello, confcommercio, Legambiente, Save The Children, le scuole di Lamezia e altre scuole italiane.

Per il programma completo: http://www.tramefestival.it/trame/

Per vedere il video promozionale dell’edizione 2016: https://www.youtube.com/watch?v=v1Mv5yHFqpo&feature=player_embedded 13335675_1344091825607157_4458521305854623062_n13327458_10153653203177864_1645284203188294465_nSchermata 2016-06-06 a 9.26.55 PM

Bambini, da grandi, continuate ad essere come ora…

Oggi sono stata in una scuola media, alla Rustica, a Roma. Ci sono andata dopo essere stata invitata da una professoressa, Lea Ciotto, che nelle sue ore unisce all’educazione musicale l’educazione alla legalità. Come? Per esempio facendo partecipare i suoi alunni ad un concorso contro le mafie con un brano da loro scritto… Si fa musica, ma si insegna a ragionare. La canzone, il concorso, dunque, diventano uno strumento per arrivare al vero tema: la legalità. Parola un po’ abusata, vero, ma che impiego qui solo per riassumere cosa accade in quella scuola durante le sue ore.

Di solito, per presentare i libri o per confrontarmi con i ragazzi, vado nelle scuole superiori. Eppure ultimamente, sempre più spesso, questo percorso si sta spostando sui più piccoli. E non mi riferisco solo alle terze medie. No, anche alle prime. Perché non è vero che con i piccoli bisogna evitare alcuni discorsi. Con loro si può parlare di tutto, perché nella vita di tutti i giorni, a casa, per strada, tramite internet e il telefonino gli arriva di tutto. E allora la “lezione di legalità” diventa un momento di confronto, di approfondimento di notizie che forse gli piovono addosso spesso in modo violento e senza un vero “accompagno” nell’interpretazione da parte degli adulti (anch’essi forse impreparati a interpretare e capire).

Sono tante le domande che pongono questi bambini. Alcuni vengono da situazioni complesse, qualcuno ha i genitori in carcere, qualcuno sa cosa significa non avere i soldi e sottostare alle regole della strada, qualcuno è figlio di immigrato, qualcuno vive sulla sua pelle il razzismo, qualcuno proviene proprio da quella Calabria di cui parlo. Eppure tutti, ponendo domande, provando a mettere in difficoltà, provando a rafforzare nel confronto/scontro le loro convinzioni, parlano, domandano e alzano le loro mani. Mi chiamano “signora”, a volte mi danno del tu e a volte del lei, ma parlano. Sono curiosi e si pongono moltissimi interrogativi: “Perché dicono di essere cristiani i mafiosi se poi ammazzano?”. “Come fanno le mamme a non soffrire per i figli che loro stesse educano alla cultura mafiosa?”, “Hai paura?”, “Perché ti occupi di questi argomenti?”, “Perché dovrei denunciare, se poi arriva uno che mi uccide?”, “come ti hanno cresciuta i tuoi genitori?”. Quando gli spiego che non potevo che occuparmi di “legalità” con due genitori come i miei, mi guardano stupiti. Allora glielo racconto. Mio papà lavorava nello Stato, in un Ministero e non ha mai fatto una telefonata di carattere privato dal telefono dell’ufficio; non ha mai portato a casa una penna o della carta. Mia mamma, che lavorava in ospedale, non ha mai sottratto una siringa o un lenzuolo (sapete che buco provoca nelle casse dello stato questo gesto se commesso da tutti?).

Quando gli racconto questo, mi guardano come se fossi di un altro mondo. I loro papà – me lo confessano candidamente – hanno il cellulare aziendale e lo usano eccome per le telefonate private!

Sono tantissime le domande che sanno costruire nelle loro menti questi bambini. Una bambina oggi ne aveva preparate 27.

Mentre li ascolto, ogni volta, sento l’ombra delle loro famiglie. Sento che le domande sono il risultato di discorsi fatti o non fatti nelle loro famiglie. E ancora una volta mi domando: che responsabilità abbiamo noi adulti verso questa generazione?

Alcuni sono già arresi. Ma molti ci credono. Qualcuno non ha fiducia nello Stato, qualcun altro non pensa che la mafia ci sia a Roma, ma poi cambia idea quando gli mostri come i metodi intimidatori sono uguali ovunque. Ti chiedono di Peppino Impastato, di Falcone e Borsellino. E poi ti dicono: “Ma scusi, vede che loro hanno denunciato e sono stati uccisi… allora non conviene parlare e denunciare…”. Allora gli devi spiegare che le loro idee camminano sulle nostre gambe, che dopo quel maledetto ’92 è nata in Sicilia una consapevolezza nuova, che dopo la morte di Peppino il paese è sceso in piazza, che la differenza la facciamo noi, che se ci uniamo le cose cambiano…

Ma i loro occhi si illuminano (avete notato come diventano grandi gli occhi dei bambini quando capiscono un concetto pienamente?) e tu comprendi che hanno capito cosa significa partecipare, stare insieme, non lasciare solo chi denuncia, quando gli parli dell’amicizia. Perché così bisogna parlare ai bambini, usando i loro punti di riferimento.

Ecco, bambini, da grandi dovete fare come fate ora quando siete felici, ma anche quando litigate, siete tristi e in difficoltà e quando provate a dirvi come state anche stando in silenzio: dovrete stare uniti, darvi una mano, non rimanere soli, abbracciarvi, consultarvi, non avere paura di scegliere la giustizia, la legalità, aiutare chi è in un momento di difficoltà, denunciare chi spaventa un vostro amico, ma sempre uniti, vicini… Le mafie aspettano di vederci soli per colpirci. Le mafie hanno paura di noi solo se noi siamo compatti, un gruppo folto, un muro imbattibile.

 

 

 

(nella foto alcuni ragazzi di una scuola di Napoli presso la quale sono stata grazie a Trameoff, Maria Pia Tucci, Lucia Menna, Alfonso Gentile)

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Mercoledì 22 luglio presento “La Terra dei Santi” a Sesto San Giovanni

Il 22 luglio, alle ore 21,15 circa, all’interno della Rassegna “Cinema Secondo e Contorno” sarà proiettato il film “La Terra dei Santi” del regista Fernando Muraca, con l’attrice Valeria Solarino.

Introduce e modera l’incontro la giornalista e scrittrice Angela Iantosca (“Onora la madre – storie di ‘ndrangheta al femminile”, “Bambini a metà – i figli della ‘ndrangheta”).

L’appuntamento è presso la Corte di Villa Visconti d’Aragona, via Dante 6 a Sesto San Giovanni.

IL FILM 

Vittoria ha lasciato il Nord di sua volontà per iniziare la carriera di magistrato a Lamezia Terme, con l’unica missione di sconfiggere la ‘ndrangheta. Assunta, invece, nella ‘ndrangheta è costretta a restare, anche se le hanno ucciso il marito e ora deve sposarne forzatamente il fratello, Nando. La aiuta a accettare le nozze Caterina, sorella maggiore di Assunta, che controlla gli affari di famiglia mentre suo marito Alfredo Raso, il boss, è latitante. Piegarsi al volere di Alfredo e, in fondo, a quello della sorella, è l’unico modo che Assunta ha per proteggere i suoi due figli: il piccolo Franceschino e l’adolescente Giuseppe, che ha già la stoffa del capo. Alfredo, il boss, apprezza  la scaltrezza di Giuseppe che riesce a scappare alla polizia mentre Nando viene arrestato durante un tentativo di attentato che stanno facendo insieme contro l’auto di Vittoria. Giuseppe viene battezzato  nella ‘ndrangheta e diventa il guardaspalle di suo cugino Pasquale un compito pericoloso che immediatamente lo pone in bilico fra la vita e la morte. Nando, una volta in carcere, decide di collaborare, ma Assunta lo dissuade. Durante il loro drammatico interrogatorio Vittoria, con un’intuizione improvvisa, annuncia ad Assunta che le farà togliere la patria potestà. A lei e a tutte le madri che mandano a morire i propri figli… Questa idea di strapparle i figli introduce il film in un territorio di conflitto drammatico che porterà le tre protagoniste della storia Vittoria, Assunta e Caterina ad uno scontro in cui chi perderà potrebbe rinunciare a ciò che ha di più caro: i figli.
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INFORMAZIONI GENERALI:

Ingresso: € 5 (intero), € 3,5 (ragazzi fino a 12 anni e over 60); POSTI LIMITATI.

Orari indicativi: ore 21,15.
La proiezione comincerà appena le condizioni di buio lo permetteranno.

In caso di maltempo le proiezioni avranno luogo all’interno dello Spazio Contemporaneo.

Informazioni e aggiornamenti:
Ufficio Cultura 02.36.57.43.37; 
www.sestosg.net
Bloom: 039.62.38.53; 
www.bloomnet.org

Il nuovo saggio: “Bambini a metà – i figli della ‘ndrangheta”

Della ’ndrangheta, degli uomini e delle donne che ne fanno parte si sa molto di più rispetto al passato. Ma c’è una grande lacuna, ieri come oggi, e riguarda i figli. Bambini cresciuti in un clima di violenza, omertà e sopraffazione: uno sfondo costante, un destino già stabilito, al quale difficilmente possono opporsi.

Bambini che invece di giocare vanno a trovare il padre nascosto in un bunker, in vece di sbucciarsi le ginocchia imparano a sparare. Bambini che poi crescono e, a 14 anni, non corteggiano le amiche a scuola, ma vengono affiliati con il rito del battesimo per poter diventare futuri uomini d’onore.

Ma come vivono da giovani mafiosi?

C’è chi è affascinato dal potere, chi cresce convinto che sia la violenza l’arma giusta; ma c’è anche chi rinnega la scia di sangue che il proprio nome si porta dietro.

Come aiutarli?

E’ difficile entrare nei loro pensieri, comprenderne le esigenze, intime necessità e desideri inespressi.

Ma una domanda è d’obbligo: se conoscessero un altro modo di crescere cosa accadrebbe? E che cosa è accaduto a chi ci ha provato?

Da questo nasce “Bambini a metà – i figli della ’ndangheta” che tenta di dare una risposta a questi interrogativi ricostruendo le azioni del Tribunale per i Minorenni di Reggio Calabria in grado, forse, di riacciuffare queste esistenze a metà.

Cuore del libro gli incontri/interviste con Libero, figlio di una famiglia importante della Calabria, che per un anno è stato inserito in un progetto a Messina con Addiopizzo che lo ha portato a sconvolgere i suoi punti di riferimento e a sognare altro per il suo futuro; Aurora che, sottratta alla sua famiglia, ora vive al Nord con una famiglia che la ama; Francesco Rigitano, che ha conosciuto l’Istituto, il carcere e che a 20 anni ha dato vita al cambiamento, creando una comunità per minori nella Locride; i bambini di San Luca e la sua preside coraggiosa che sta tentando di mostrare loro la bellezza; i ragazzi e la preside del Piria di Rosarno; Don Pino De Masi, che opera da sempre nella piana di Gioia Tauro, suor Carolina, ex braccio destro di Don Puglisi che oggi lavora a San Luca, da sempre al fianco di quei bambini, Don Giacomo Panizza, da 40 anni al servizio dei giovani a Lamezia Terme, Don Luigi Ciotti.

 

“Bambini a metà – i figli della ‘ndrangheta”, è edito da Perrone.

La prefazione è di Enzo Ciconte

 

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La Terra dei Santi… di Fernando Muraca

Fernando Muraca racconta ciò che sino ad ora nessuno ha ancora raccontato: la rivoluzione. Quella culturale e umana alla quale, da pochissimi anni, stiamo assistendo in Calabria. E lo fa attraverso il cinema con un film che non può non far riflettere: “La terra dei Santi”, in uscita il 26 marzo nelle sale di tutta Italia. Ma di quale rivoluzione parla? Della rivoluzione di chi decide di uscire dalla ‘ndrangheta, di quelle donne (poche) che trovano la forza di dire basta alle violenze, ai soprusi, ai riti, alle menzogne e a quel mondo privo di bellezza. Perché lo fanno? Per i figli, per amore. Perché la vera rivoluzione è proprio nell’amore, nel far comprendere che ciò che viene coltivato nelle famiglie dell’Onorata non è amore, ma odio e violenza. Perché loro parlano di famiglie, di madre, padre, figli eppure queste parole sono prive del loro significato più vero. Sono parole usurpate a chi nella madre, nel padre, nei figli, nella famiglia crede davvero. E il regista Muraca, nato a Lamezia Terme e cresciuto in quel contesto fino ai 18 anni, subendo anche la violenza senza giustificazioni della ‘ndrangheta (il padre si è vista distruggere la sua azienda), lo ha capito che se si salverà la sua terra ciò sarà possibile grazie alle donne. E lo ha capito ancor prima che le donne cominciassero a ribellarsi, da una parte in modo evidente, come Maria Concetta Cacciola, Lea Garofalo, Simona Napoli e Giuseppian Pesce, dall’altra in modo silenzioso, attraverso il tentativo di spingere i figli ad uscire da quella spirale di morte. “La Terra dei Santi” racconta questo: di una madre ferita e di un giudice donna capace di comprendere quale direzione prendere per mettere in moto il cambiamento. E guardando Vittoria, il giudice interpretato da Veleria Solarino (molto intensa), e Assunta, la donna appartenente ad una famiglia onorata interpretata da Antonia Daniela Marra (una bella scoperta), sembra di vedere la storia di Giuseppina Pesce, la “postina” del clan di Rosarno che, dopo 6 mesi di carcere, quando di fronte a sé trova una donna decide di cominciare a parlare, di fare il salto, di tradire, di diventare una infame per quei 3 figli che ha messo al mondo. Assunta di figli ne ha due. Il marito le è stato ammazzato ed è stata costretta a sposare il cognato, senza amore, come tante (ancora oggi) donne della Locride. Il film parla di donne, ma parla anche di figli e di quel provvedimento con il quale si stabilisce di togliere i figli alle madri non degne di essere madri e ai padri non degni di questo nome. Una decisione che lacera chi la deve mettere in pratica, chi deve firmare le carte, ma che spesso è necessaria, come accade per i figli dei tossici (Proprio così dice la Solarino). Perché che futuro possono avere i figli in quelle famiglie se non il carcere o la morte? La ‘ndrangheta è come una droga e gli ‘ndranghetisti sono drogati da disintossicare da quella sete di potere e sangue che fa accettare loro tutto: anche di uccidere il sangue del proprio sangue. Scritto da Monica Zapelli (tra le sceneggiatrici de “I cento passi”) e Fernando Muraca, è stato girato in Puglia, pur avendo tentato la produzione di  realizzarlo in Calabria. Distribuito da Asap Cinema Network, nata a fine 2014 e specializzata nella distribuzione del cinema indipendente, è prodotto da Kinesis Film e Rai Cinema. Per ora solo due sale cinematografiche calabresi lo hanno in programmazione. Ma il film è da far vedere, è necessario, può animare dibattiti, è da mettere in programmazione al cinema, ma anche nelle scuole: quelle della Calabria, per mostrare ai giovani a quale destino vanno incontro, a quelle del Nord perché si comprenda la drammaticità di ciò che La Terra dei Santiaccade ogni giorno a pochi chilometri da noi.