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“Bambini a metà” vince il Premio nazionale Olmo 2016

Premio Olmo 2016, sezione Leggendo leggendo, assegnato ad Angela Iantosca grazie al suo “Bambini a metà – i figli della ‘ndrangheta” (Giulio Perrone Editore)

Motivazioni del premio:
“Angela Iantosca racconta la quotidianità dei disadattati, degli umili, degli oppressi, degli emarginati, addentrandosi con coraggio in un campo minato di situazioni, con l’intento di risvegliare le coscienze, le nostre, da troppo tempo divenute insensibili ed indifferenti”

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I bambini ti prendono per mano all’XI Festa di Addiopizzo a Palermo

Un bambino mi prende per mano e mi chiede di aiutarlo a salire su una giostra: “Ti ricordi? Come hai fatto ieri!”. Non sono la persona che crede. Ma gli dico che lo aiuterò. Mi prende la mano. La sua mano piccolissima si perde nella mia. Tra poco me la lascerà. Lo so. Ma trattengo quei secondi. Ad un tratto si gira e mi dice: “Ah no, non eri tu…”. Mi lascia la mano e se ne va. Prende la mano di un’altra e va verso la sua giostra. Lo osservo che si allontana e sorrido. I suoi genitori gli hanno insegnato la fiducia. Gli hanno insegnato a riconoscere di chi fidarsi. Gli hanno spiegato che se si trova in quella piazza, con loro, durante l’XI festa di Addiopizzo può fidarsi. Gli hanno insegnato che quelle giostre sulle quali sta salendo sono giostre regalate da chi pensa che i bambini, anche in quel quartiere (soprattutto in quel quartiere), debbano avere un parco con le giostre. Gli hanno insegnato che c’è gente che impegna energie, tempo, soldi per gli altri. E non perché ha un interesse o è un politico, ma perché pensa che il bene dell’altro sia il suo bene, che se un bambino gioca in un parco si sta costruendo il futuro. I suoi genitori gli hanno insegnato che in quella piazza ci sono tanti stand e che ogni stand rappresenta un impegno, l’impegno a vendere prodotti di cui si conosce la provenienza, l’impegno a vendere prodotti che rispettano l’ambiente e i diritti delle persone, l’impegno a vendere prodotti che permetteranno a chi li ha realizzati di dar vita a nuovi progetti di crescita, l’impegno a pensare che se apro una attività non sono costretto a pagare il pizzo, perché già si pagano le tasse, perché c’è lo Stato al quale chiedere i permessi per aprire qualsiasi attività, perché c’è lo Stato che veglia su ognuno di noi. Non so come si chiami quel bambino, ma guardando la sua faccia vispa, con quegli occhi neri, i capelli scuri e quel corpicino asciutto e scattante penso che si chiami Giuseppe. È un bambino di Palermo e in questi giorni, come tanti altri bambini, era nel quartiere la Kalsa, quello in cui sono nati Falcone e Borsellino, quello di noti boss, quello del contrabbando di sigarette, quello della Farmacia Borsellino ora trasformata nella “Casa di Paolo” una associazione che si occupa di doposcuola per bambini.

Sono stati tre giorni importanti in Piazza Magione e allo Spasimo: si è ballato, si è riso con Roberto Lipari e la sua favola delle… fate, si è riflettuto; per la prima volta il Trame festival (festival di libri sulle mafie organizzato a Lamezia Terme dal 2011 – nda) è arrivato a Palermo e in questo quartiere per parlare di minori e mafie e per mostrare le foto di Mario Spada che dal 2011 ha immortalato i “tramati”, i volontari che ogni anno regalano il proprio tempo e le proprie vacanza per un festival che trasforma uno di quei territori in cui si respira ancora la ‘ndrangheta, in una piazza libera, occupata dai libri, dalla cultura e dalla consapevolezza. Si è parlato di possibilità che si possono creare anche in un Istituto penale per minorenni come il Malaspina diretto da Michelangelo Capitano che lavora per dare a quei ragazzi delle abilità, per insegnare loro cosa è l’impegno, cosa significa lavorare per vivere, come si può trasformare qualcosa che si pensava da buttare in una speranza che può solcare il mare. Si è parlato con Massimo Merlino di Save The Children di minori, di povertà assoluta, ma soprattutto di povertà educativa e di quella corruzione che ogni anno uccide nel mondo 140mila bambini. Si è parlato di processi, giornalisti, di “certa stampa” e della necessità di trasformare la parola antimafia in un sostantivo concreto. Parole per grandi queste, ma a volte necessarie per dare una indicazione sulla direzione da prendere, sul dovere che ha ognuno di noi di continuare, di seguire il filo d’oro, di non farsi deviare, di non cadere nella tentazione di considerare il proprio operato più utile di quello degli altri, di capire che mettersi in rete dà senso al nostro impegno…

C’era anche Giuseppe in questi giorni  in questa piazza e ha imparato tante cose osservando quegli stand, le giostre e leggendo le frasi sulle magliette dei ragazzi di Addiopizzo: ha imparato che nella vita ognuno è libero di scegliere, di pagare o non pagare il pizzo, di rispettare o non rispettare le regole. Ha imparato che si può giocare con gli altri bambini, quelli che vivono in quel quartiere, che sono bambini come tutti, ma che hanno bisogno di qualcuno che li guidi e che gli spieghi qualcosa che nessuno ha mai avuto il tempo, la voglia, l’interesse a spiegare loro. Ma ha anche imparato che chi non paga il pizzo, chi rispetta le regole, chi dona il proprio tempo, la propria energia agli altri, chi pensa che i bambini debbano giocare sulle giostre donate dai volontari, chi crede che la dignità sia sempre al primo posto, chi fa lo scontrino, chi non si piega, chi collabora, chi decide di cambiar vita e anche quei ragazzi detenuti che producono i biscotti “Cotti in fragranza”, riparano una barca dismessa e provano a cambiare vita si possono prendere per mano. Senza paura.

 

 

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I bambini di Napoli… al Trame

Una biografia, domande pertinenti, occhi curiosi e pensieri profondi in quelle menti giovani di bambini di una scuola elementare di una città complessa, piena di contrasti, dolorosamente bella e energica. Questo ho visto a Napoli, nella IIC del plesso scolastico IC Paolo Borsellino durante l’incontro organizzato dal Trame qualche mese fa. Ho visto entusiasmo, passione, consapevolezza del lavoro che si stava compiendo. Ed anche emozione perché finalmente avrebbero incontrato, abbracciato e vissuto chi aveva scritto quei testi da loro studiati grazie all’aiuto della professoressa Lucia Menna.

Ma l’emozione è stata soprattutto mia nell’incontrare chi mi aveva mandato, in attesa di vederci, video e frasi di supporto, chi mi aveva fatto sentire nei mesi precedenti da che parte voleva stare, raccontandomi anche della partecipazione alla giornata della Memoria su via Margellina.

Sono così i bambini: diretti, puri, con quelle richieste che nascondono riflessioni silenziose. Spesso ci si rivolge a loro modulando le frasi, ma in questi anni, girando in numerose scuole mi sono resa conto di quanto sia sbagliato, di quanto abbiano da insegnarci, di quante domande disarmanti sanno porre. Perché i bambini sono emozione pura e concretezza. Sono i primi a chiedere: “E noi cosa possiamo fare?”.

Ricordo la domanda di una bambina di una scuola media di Roma che un giorno mi ha chiesto: “Ma le mamme dei figli della ’ndrangheta non sono tristi nel provocare dolore ai loro bimbi?”. Una domanda semplice che forse dovremmo porre a quelle mamme. Una domanda semplice da cui dovrebbero cominciare tutte le nostre riflessioni. Il Trame Off a Napoli è stata una esperienza importante sia per me come autrice, che per i ragazzi, ma anche per il Trame che ha superato i confini calabresi approdando in un territorio che, come la Calabria, ha in sé nascosta e visibile una straordinaria bellezza troppo spesso sopraffatta dal dolore e dal disagio. Le trame che vengono tessute contro le mafie sono fili sottili e robusti in grado di accorciare distanze solo fisiche, a cominciare dalla tenera età, educando all’importanza dello scegliere.

Ora quei bambini li ritroveremo a Lamezia Terme, dal 15 giugno, perché possano vivere la piazza, il senso del cammino che porta ad una meta da cui poi ripartire, perché respirino quella Calabria che resiste, quella di cui anche io sono innamorata.

Info: www.tramefestival.it

 

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Bambini, da grandi, continuate ad essere come ora…

Oggi sono stata in una scuola media, alla Rustica, a Roma. Ci sono andata dopo essere stata invitata da una professoressa, Lea Ciotto, che nelle sue ore unisce all’educazione musicale l’educazione alla legalità. Come? Per esempio facendo partecipare i suoi alunni ad un concorso contro le mafie con un brano da loro scritto… Si fa musica, ma si insegna a ragionare. La canzone, il concorso, dunque, diventano uno strumento per arrivare al vero tema: la legalità. Parola un po’ abusata, vero, ma che impiego qui solo per riassumere cosa accade in quella scuola durante le sue ore.

Di solito, per presentare i libri o per confrontarmi con i ragazzi, vado nelle scuole superiori. Eppure ultimamente, sempre più spesso, questo percorso si sta spostando sui più piccoli. E non mi riferisco solo alle terze medie. No, anche alle prime. Perché non è vero che con i piccoli bisogna evitare alcuni discorsi. Con loro si può parlare di tutto, perché nella vita di tutti i giorni, a casa, per strada, tramite internet e il telefonino gli arriva di tutto. E allora la “lezione di legalità” diventa un momento di confronto, di approfondimento di notizie che forse gli piovono addosso spesso in modo violento e senza un vero “accompagno” nell’interpretazione da parte degli adulti (anch’essi forse impreparati a interpretare e capire).

Sono tante le domande che pongono questi bambini. Alcuni vengono da situazioni complesse, qualcuno ha i genitori in carcere, qualcuno sa cosa significa non avere i soldi e sottostare alle regole della strada, qualcuno è figlio di immigrato, qualcuno vive sulla sua pelle il razzismo, qualcuno proviene proprio da quella Calabria di cui parlo. Eppure tutti, ponendo domande, provando a mettere in difficoltà, provando a rafforzare nel confronto/scontro le loro convinzioni, parlano, domandano e alzano le loro mani. Mi chiamano “signora”, a volte mi danno del tu e a volte del lei, ma parlano. Sono curiosi e si pongono moltissimi interrogativi: “Perché dicono di essere cristiani i mafiosi se poi ammazzano?”. “Come fanno le mamme a non soffrire per i figli che loro stesse educano alla cultura mafiosa?”, “Hai paura?”, “Perché ti occupi di questi argomenti?”, “Perché dovrei denunciare, se poi arriva uno che mi uccide?”, “come ti hanno cresciuta i tuoi genitori?”. Quando gli spiego che non potevo che occuparmi di “legalità” con due genitori come i miei, mi guardano stupiti. Allora glielo racconto. Mio papà lavorava nello Stato, in un Ministero e non ha mai fatto una telefonata di carattere privato dal telefono dell’ufficio; non ha mai portato a casa una penna o della carta. Mia mamma, che lavorava in ospedale, non ha mai sottratto una siringa o un lenzuolo (sapete che buco provoca nelle casse dello stato questo gesto se commesso da tutti?).

Quando gli racconto questo, mi guardano come se fossi di un altro mondo. I loro papà – me lo confessano candidamente – hanno il cellulare aziendale e lo usano eccome per le telefonate private!

Sono tantissime le domande che sanno costruire nelle loro menti questi bambini. Una bambina oggi ne aveva preparate 27.

Mentre li ascolto, ogni volta, sento l’ombra delle loro famiglie. Sento che le domande sono il risultato di discorsi fatti o non fatti nelle loro famiglie. E ancora una volta mi domando: che responsabilità abbiamo noi adulti verso questa generazione?

Alcuni sono già arresi. Ma molti ci credono. Qualcuno non ha fiducia nello Stato, qualcun altro non pensa che la mafia ci sia a Roma, ma poi cambia idea quando gli mostri come i metodi intimidatori sono uguali ovunque. Ti chiedono di Peppino Impastato, di Falcone e Borsellino. E poi ti dicono: “Ma scusi, vede che loro hanno denunciato e sono stati uccisi… allora non conviene parlare e denunciare…”. Allora gli devi spiegare che le loro idee camminano sulle nostre gambe, che dopo quel maledetto ’92 è nata in Sicilia una consapevolezza nuova, che dopo la morte di Peppino il paese è sceso in piazza, che la differenza la facciamo noi, che se ci uniamo le cose cambiano…

Ma i loro occhi si illuminano (avete notato come diventano grandi gli occhi dei bambini quando capiscono un concetto pienamente?) e tu comprendi che hanno capito cosa significa partecipare, stare insieme, non lasciare solo chi denuncia, quando gli parli dell’amicizia. Perché così bisogna parlare ai bambini, usando i loro punti di riferimento.

Ecco, bambini, da grandi dovete fare come fate ora quando siete felici, ma anche quando litigate, siete tristi e in difficoltà e quando provate a dirvi come state anche stando in silenzio: dovrete stare uniti, darvi una mano, non rimanere soli, abbracciarvi, consultarvi, non avere paura di scegliere la giustizia, la legalità, aiutare chi è in un momento di difficoltà, denunciare chi spaventa un vostro amico, ma sempre uniti, vicini… Le mafie aspettano di vederci soli per colpirci. Le mafie hanno paura di noi solo se noi siamo compatti, un gruppo folto, un muro imbattibile.

 

 

 

(nella foto alcuni ragazzi di una scuola di Napoli presso la quale sono stata grazie a Trameoff, Maria Pia Tucci, Lucia Menna, Alfonso Gentile)

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Il nuovo saggio: “Bambini a metà – i figli della ‘ndrangheta”

Della ’ndrangheta, degli uomini e delle donne che ne fanno parte si sa molto di più rispetto al passato. Ma c’è una grande lacuna, ieri come oggi, e riguarda i figli. Bambini cresciuti in un clima di violenza, omertà e sopraffazione: uno sfondo costante, un destino già stabilito, al quale difficilmente possono opporsi.

Bambini che invece di giocare vanno a trovare il padre nascosto in un bunker, in vece di sbucciarsi le ginocchia imparano a sparare. Bambini che poi crescono e, a 14 anni, non corteggiano le amiche a scuola, ma vengono affiliati con il rito del battesimo per poter diventare futuri uomini d’onore.

Ma come vivono da giovani mafiosi?

C’è chi è affascinato dal potere, chi cresce convinto che sia la violenza l’arma giusta; ma c’è anche chi rinnega la scia di sangue che il proprio nome si porta dietro.

Come aiutarli?

E’ difficile entrare nei loro pensieri, comprenderne le esigenze, intime necessità e desideri inespressi.

Ma una domanda è d’obbligo: se conoscessero un altro modo di crescere cosa accadrebbe? E che cosa è accaduto a chi ci ha provato?

Da questo nasce “Bambini a metà – i figli della ’ndangheta” che tenta di dare una risposta a questi interrogativi ricostruendo le azioni del Tribunale per i Minorenni di Reggio Calabria in grado, forse, di riacciuffare queste esistenze a metà.

Cuore del libro gli incontri/interviste con Libero, figlio di una famiglia importante della Calabria, che per un anno è stato inserito in un progetto a Messina con Addiopizzo che lo ha portato a sconvolgere i suoi punti di riferimento e a sognare altro per il suo futuro; Aurora che, sottratta alla sua famiglia, ora vive al Nord con una famiglia che la ama; Francesco Rigitano, che ha conosciuto l’Istituto, il carcere e che a 20 anni ha dato vita al cambiamento, creando una comunità per minori nella Locride; i bambini di San Luca e la sua preside coraggiosa che sta tentando di mostrare loro la bellezza; i ragazzi e la preside del Piria di Rosarno; Don Pino De Masi, che opera da sempre nella piana di Gioia Tauro, suor Carolina, ex braccio destro di Don Puglisi che oggi lavora a San Luca, da sempre al fianco di quei bambini, Don Giacomo Panizza, da 40 anni al servizio dei giovani a Lamezia Terme, Don Luigi Ciotti.

 

“Bambini a metà – i figli della ‘ndrangheta”, è edito da Perrone.

La prefazione è di Enzo Ciconte

 

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